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I patti prematrimoniali in arrivo anche in Italia

15 Marzo 2019 · Contributor, Gianmarco Di Stasio · 3 min

Una delega al ddl “semplificazione” consentirà al Governo di disciplinare accordi conclusi prima del matrimonio per regolare l’eventuale scioglimento; accordi finora banditi dalla legislazione nazionale

Un antico divieto sta forse per essere rimosso. Nella bozza del disegno di legge delega sulle “semplificazioni”, approvato il 12 dicembre scorso dal Consiglio dei Ministri (assieme al D.L. che reca lo stesso nome) ma non ancora approdato in Parlamento, è affidata al Governo la facoltà di disciplinare i cosiddetti patti prematrimoniali. In pratica – recita l’art.20 lettera b del progetto legislativo – si apre la strada a una normativa che consente ai nubendi e ai coniugi (nonché alle parti di una unione civile, sia essa già attuata o solo programmata) la stipulazione di accordi aventi lo scopo di regolare i loro rapporti personali e patrimoniali, nonché i criteri da seguire per l’educazione dei figli.

Sono bastate queste semplici indiscrezioni – non possono che essere definite tali in attesa che sia depositato in Parlamento il testo della legge delega vera e proprio – per accendere discussioni e polemiche su una materia che è sempre stata off-limit nella legislazione italiana. L’aspettativa è stata anche accresciuta dal fatto che nel medesimo progetto legislativo è contenuta anche una delega per disciplinare norme di successione e in materia di trust, organismi nati nel contesto del diritto anglosassone e che negli ultimi anni stanno prendendo piede anche nel nostro paese. In attesa che i propositi de Governo siano svelati conviene riepilogare lo stato dell’arte delle diverse norme che regolano i rapporti tra futuri coniugi o coppie di fatto su cui si verrebbe a collocare la nuova disciplina.

La legge, più precisamente l’art. 144 del codice civile, prevede che sia necessario l’accordo dei coniugi per regolamentare l’indirizzo della loro vita familiare e, all’art. 162 dello stesso codice, consente la stipula di c.d. “convenzioni matrimoniali” con cui optare per la separazione dei beni oppure per “personalizzare” il regime patrimoniale della famiglia creando una c.d. “comunione convenzionale”. Siamo però lontani dalla nozione di “patto prematrimoniale” con cui generalmente si designa quella convenzione con la quale due fidanzati regolano le sorti dello scioglimento del loro prossimo matrimonio. Più precisamente, si tratta di convenzioni preventive e transattive dello status matrimoniale, che vincolano la libera determinazione della volontà dei coniugi di sciogliere il vincolo coniugale, anche pre-quantificando l’eventuale assegno di divorzio.

A differenza dei Paesi anglosassoni, nei quali queste intese sono perfettamente ammesse (come negli Stati Uniti d’America, con i cd. prenuptial agreements), in Italia vige il divieto di stipula di accordi che perseguano questi obiettivi. Secondo il pensiero della giurisprudenza, di merito e di legittimità, tali accordi devono ritenersi invalidi perché contrari a diversi principi generali: (i) al principio di indisponibilità degli status personali (Cass., 21 dicembre 2012, n. 23713), (ii) al principio di inderogabilità dei diritti ed obblighi aventi fonte nel matrimonio, ai sensi dell’art. 160 cod. civ. (Cass., 4 giugno 1992, n. 6857) nonché, (iii) per violazione delle norme inderogabili in materia di assegno divorzile (Cass., 11 giugno 1981, n. 3777). Si è anche rilevato che tali accordi potrebbero porsi in contrasto con l’indisponibilità preventiva dell’assegno di divorzio, a tutela del coniuge economicamente più debole, il quale potrebbe (lui solo) esperire azione di nullità (Cass., 14 giugno 2000, n. 8109); d’altronde la disposizione di diritti futuri ed indeterminati risulta vietata, in più ambiti, nel nostro sistema, assumendo la veste di un vero e proprio principio generale (si pensi, ad esempio, al divieto di donazione di beni futuri, ex art. 771 cod. civ., al divieto di patti successori rinunciativi, di cui al combinato disposto degli artt. 458 e 557 cod. civ., ecc.).

Dopo avere fatto l’elenco delle certezze granitiche si insinua tuttavia un dubbio: siamo proprio sicuri che la situazione ora delineata non sia mutata, in seguito al recente e chiacchieratissimo revirement adottato dalla Suprema Corte in tema di assegno di divorzio?

Per lungo tempo, infatti, la Cassazione ha “seguito” l’interpretazione che garantiva agli ex coniugi il mantenimento del tenore di vita analogo a quello posseduto in costanza di matrimonio. A partire dal 2017, però, i Giudici della S.C. hanno messo fine alla visione del matrimonio come “rendita di posizione”: prima, con la pronuncia n. 11504 del 10 maggio 2017, hanno individuato quale presupposto per l’assegno di divorzio l’assenza di mezzi adeguati a garantire l’autosufficienza economica. Un anno più tardi, con la pronuncia n. 18287 dell’11 luglio 2018, le Sezioni Unite della Cassazione hanno inaugurato una “terza via”, attribuendo all’assegno di divorzio una funzione assistenziale ed allo stesso tempo perequativa, per il caso in cui tra i coniugi vi sia ampia disparità patrimoniale, derivante anche da scelte che il coniuge “debole” abbia adottato nel corso degli anni del coniugio, rinunciando ad opportunità di lavoro e di carriera.

Ebbene, questo è quanto avviene in molte famiglie dove i coniugi sono entrambi costretti a effettuare sacrifici lavorativi ed economici per il bene comune della loro famiglia: questi, proprio a tal fine, sarebbero ben felici di poter regolare preventivamente alcune delle conseguenze derivanti da una possibile rottura del loro rapporto coniugale, evitando di lasciare tali determinazioni ai giudici. E allora, vista la natura non più solo assistenziale, è forse possibile individuare un grado di “disponibilità” dell’assegno di divorzio? Alla luce dei grandi mutamenti economici e sociali dei nostri giorni, è divenuto forse ammissibile, per i coniugi, regolamentare alcuni aspetti del loro rapporto, con accordi e intese adottate prima del matrimonio, in vista di un suo futuro e non desiderato scioglimento? Tali riflessioni non sono nuove.

Oltre alle opinioni della dottrina, per la maggior parte favorevole, con i necessari accorgimenti, all’introduzione di tali patti, si sono susseguite negli anni numerose proposte di riforma, volte a realizzare questi obiettivi; lo stesso Notariato porta da anni avanti una proposta in questo senso. Ben venga dunque anche la legge delega del Governo se questa consentirà di chiarire una volta per tutte una materia controversa.

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Contributor , Gianmarco Di Stasio
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