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Un patto di famiglia per superare le tensioni tra gli eredi

14 Dicembre 2018 · Contributor, L. Macioce e A. Eliseo · 3 min

  • La problematica del passaggio generazionale affligge particolarmente il tessuto imprenditoriale italiano, molto più popolato e frammentato rispetto ad altri paesi dell’Unione europea (il nostro coefficiente di imprenditorialità è tre volte quello della media europea)

  • Già a partire dal 1994, l’allora Comunità europea spronava gli Stati membri ad affrontare il tema del passaggio generazionale delle Pmi

  • Una delle risposte del legislatore nostrano a tale impulso è stata l’introduzione dell’istituto del cosiddetto patto di famiglia, che nel caso qui presentato ha avuto il merito di evitare fenomeni di cogestione dell’azienda di famiglia e ha eliminato l’occasione di attriti tra fratelli

Il patto di famiglia rappresenta una delle risposte per far fronte al tema del passaggio generazionale. In una fattispecie concreta ha rappresentato uno strumento capace di evitare l’innesco di tensioni tra due fratelli, salvaguardare la continuità aziendale, conferire stabilità alla pianificazione successoria e, al contempo, lasciare al disponente una extrema ratio

Nel 1994 la Comunità europea – attraverso la raccomandazione numero 94/1069 – spronò, per la prima volta, gli Stati membri ad adottare misure necessarie per facilitare la successione nelle piccole e medie imprese. Che il passaggio generazionale, soprattutto per le Pmi, non sia quindi un tema solo italiano e non sia un tema recente è un fatto. Le statistiche evidenziano come nei prossimi 5 anni quasi un’impresa familiare su 5 dovrà affrontare il passaggio generazionale. Le statistiche sono ancora più preoccupanti quando evidenziano che solamente il 25% delle imprese sopravvive alla seconda generazione d’imprenditori, e la percentuale si riduce fino al 15%, alla terza generazione.
Evidente come tali numeri impattino particolarmente sul tessuto socio-economico italiano, che conta circa 65 imprese ogni mille abitanti. Tra micro, mini e piccole imprese, esistono quasi quattro milioni e mezzo di attività industriali.

Il patto di famiglia

Il patto di famiglia è disciplinato dal codice civile, agli articoli 768 bis-octies e ss. Tale istituto si estrinseca in un atto pubblico mediante il quale, compatibilmente con le disposizioni in materia di impresa familiare e nel rispetto delle differenti tipologie societarie, l’imprenditore trasferisce, in tutto o in parte, l’azienda, e il titolare di partecipazioni societarie trasferisce, in tutto o in parte, le proprie quote, a uno o più discendenti.
Tale previsione normativa, in deroga al divieto dei patti successori (e cioè quei patti volti a disporre della propria successione allorché si è ancora in vita), permette di assegnare l’azienda a un soggetto, detto legittimario, che si ritiene essere in possesso di competenze e capacità tali da assicurare la continuità aziendale. Parallelamente, il legittimario prescelto è obbligato a liquidare gli altri legittimari con una somma corrispondente alla quota di eredità che spetterebbe loro sull’azienda o sulle partecipazioni societarie, salvo che questi vi rinunzino in tutto o in parte.
Inoltre, a mente dell’articolo 3, comma 4-ter del d.lgs. n. 346/1990, la disciplina dei patti di famiglia beneficia di una fiscalità di assoluto favore. Le donazioni o i trasferimenti mortis causa di aziende o di partecipazioni di maggioranza che garantiscano una continuità di gestione (5 anni), infatti, non sono soggetti a imposta di successione e donazione.
Nel corso degli ultimi anni si sono registrati ripetuti tentativi di apportare delle modifiche alla disciplina in parola, che stenta a decollare e che nella prassi professionale quotidiana si scontra con diversi ostacoli; si pensi, ad esempio, alle complessità derivanti dalla liquidazione del legittimario non assegnatario, o la condivisione di tutte le parti del contratto circa il valore dell’impresa.

Un caso concreto

Venendo al caso concreto: il mandato che ci è stato conferito da una coppia di genitori aveva a oggetto il trasferimento in capo ai 2 loro figli del patrimonio familiare costituito prevalentemente dalla totalità delle partecipazioni nell’azienda di famiglia e da 3 immobili a reddito.
Tra i desiderata del disponente (il papà), titolare del 100% delle partecipazioni nella società di famiglia, vi era da una parte la richiesta di individuare una soluzione in grado di garantire continuità all’azienda e valorizzare le competenze e gli interessi del figlio maggiore, dall’altra quella di individuare una soluzione in grado di evitare qualsiasi forma di cogestione dell’azienda o comunione degli immobili, stanti i già forti attriti personali tra i fratelli.

La soluzione

La soluzione tecnica individuata si è tradotta nella strutturazione di un patto di famiglia, attraverso il quale il figlio maggiore (da sempre interessatosi alle dinamiche aziendali e “fresco” di un Master in “Business administration”) è stato individuato quale assegnatario delle partecipazioni della società di famiglia.
Il figlio minore, invece, da sempre disinteressatosi dalle dinamiche aziendali e attivo come artista figurativo, è risultato unico legittimario non assegnatario, in uno schema ove il coniuge del disponente (la madre) aveva deciso di rinunziare all’attribuzione di sua spettanza.
In particolare – considerata la struttura finanziaria dell’azienda, capace di generare sostanziosi flussi di cassa – è stato risolto il delicato e complesso tema della liquidazione in favore del legittimario non assegnatario vincolando una parte dei flussi di cassa generati sino a concorrenza della quota di legittima evitando, così, soluzioni più onerose per l’assegnatario come, ad esempio, il credito bancario o il ricorso a strutture più complesse come il leverage buy-out.
Da ultimo, l’atto pubblico è stato coordinato con un testamento olografo e, nello specifico, attraverso l’istituto del cosiddetto legato verranno attribuiti al figlio minore gli immobili dei genitori, salvo il loro diritto di abitazione per l’intera vita.
In tal modo la sperequazione tra il valore della società di famiglia – da una parte – e quello dei tre immobili – dall’altra – è stato bilanciato dai flussi di cassa ricevuti in seno al patto di famiglia a compensazione della quota di legittima.

Conclusioni

Il patto di famiglia è risultato uno strumento aderente alle esigenze dei nostri assistiti, che ha permesso di conseguire simultaneamente diversi obiettivi. Si è infatti perseguita l’assegnazione della società di famiglia al figlio “prescelto”, assicurando la continuità aziendale e valorizzandone le inclinazioni personali e la formazione. Si è altresì conferita stabilità alla pianificazione successoria, grazie all’esclusione dall’azione di riduzione o la richiesta di collazione (ex art. 768-quater, ultimo comma), che avrebbero potuto esercitare il figlio minore, o la madre, laddove non si fosse raggiunto un patto di famiglia.
Infine, sono state scongiurate cogestioni o comproprietà in capo all’azienda che, date le personalità confliggenti, avrebbero portato a stalli gestionali e tensioni personali, anche grazie all’equa ripartizione posta in essere tramite il connubio tra patto di famiglia e legato testamentario.

Contributor
Contributor , L. Macioce e A. Eliseo
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