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Next generation: la paura di non essere all’altezza

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Giorgia Pacione Di Bello
Giorgia Pacione Di Bello

18 Giugno 2019
Tempo di lettura: 2 min
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  • La maggior parte della next generation si dichiara interessata al mondo degli investimenti, ma solo il 24% investe attivamente

  • Molti eredi decidono nel corso del tempo di cambiare il proprio consulente finanziario per difficoltà comunicative

Il passaggio generazionale e la gestione dell’eredità da parte dei figli di grandi famiglie imprenditoriali non è vissuto in maniera serena. Molto spesso infatti subentra la scarsa conoscenza degli strumenti finanziari e la paura di non essere all’altezza

I figli degli imprenditori non vivono bene il passaggio generazionale e la gestione dell’eredità. Le nuove generazioni si sento sottoposti a pressioni, soprattutto se provengono da una famiglia imprenditoriale di successo. Molto spesso quando si parla di next generation si viene travolti da stereotipi, spesso infondati. Questi vengono infatti dipinti come ricchi rampolli che non hanno voglia di fare nulla e privi di ambizioni. La verità più profonda è che invece gli eredi della grande famiglie vivono con ansia e timore il patrimonio lasciatogli in eredità. Soprattutto quando si tratta di aziende o società consolidate a livello nazionale internazionale. E proprio per questo, molto spesso la next generation è sottoposta alla costante pressione di reggere il confronto con il successo del padre. Anche perché quando si subentra all’interno di una società il ruolo che si ricopre deve essere riconosciuto dagli altri soggetti all’interno dell’azienda. Il figlio del fondatore non deve essere dunque percepito come “calato dall’alto” ma come uno che si è guadagnato quella posizione. Aspetto non semplice da rispettare.

In Italia, per esempio, si tende a lasciare le redini dell’impresa di famiglia al figlio/a anche se questi hanno altre ambizioni o scarse capacità di leadership. E questo spiega perché molte piccole e medie imprese italiane non arrivano alla terza generazione. All’estero invece il passaggio non è così automatico. Il fondatore non fa infatti fatica a lasciare la sua creatura nelle mani di un manager più competente rispetto che al suo erede.

Altro problema che caratterizza la next generation è la gestione finanziaria dell’eredità. Secondo una recente analisi di Credit Suisse, il 64% dei giovani si dicono interessanti al tema degli investimenti, ma solo il 24% è effettivamente attivo nel campo. Inoltre, questi soggetti sono caratterizzati da una scarsa cultura finanziaria. E questo molto spesso è anche colpa del consulente che non riesce a far passare determinati concetti. Gli investimenti sostenibili vengono infatti considerati “inutili” sia dai giovani che si dichiarano “esperti del settore finanziario” sia da quelli inesperti (convinzione legata la fatto che non ci sia profitto). E in realtà non c’è convinzione più falsa. Il pacchetto sostenibilità, all’interno di un portafoglio diversificato, tende a stabilizzare e a far diminuire il rischio degli investimenti. Inoltre, questa categoria tendo molto spesso a cambiare il consulente finanziario di famiglia. E qui i motivi sono dei più disparati. Si va dall’incomunicabilità legata all’età anagrafica, al fatto che si preferisce il passa parola e si vada verso un consulente conosciuto da un amico. Anche il gap tecnologico può essere vissuto in maniera drammatica. Molto spesso infatti il consulente di famiglia ha sui 60 anni e usa metodi di comunicazione e di approccio non allineati con i tempi moderni. Questo spinge dunque molto spesso gli eredi della next generation a voler cercare un consulente più vicino alla sua età  con cui poter comunicare.

Giorgia Pacione Di Bello
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