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Imprese e fisco: sei paradisi sotto la lente

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Giorgia Pacione Di Bello
Giorgia Pacione Di Bello

23 Giugno 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • Olanda, Cipro, Malta e Irlanda sono paesi che hanno una tassazione agevolata, e che dunque continuano ad essere le mete preferite delle imprese per spostare la sede legale

  • Stefano Massarotto, partner studio legale tributario Facchini Rossi Michelutti, spiega a We Wealth alcuni meccanismi fiscali internazionali e il motivo per cui certi paesi continuano ad essere paradisi fiscali, nonostante le normative vigenti

Spostare la sede legale in un paradiso fiscale è una delle idee che balenano spesso nella mente degli imprenditori italiani. Molti l’hanno fatto negli anni passati. Altri, come la Campari, hanno deciso di farlo proprio in questi ultimi giorni. Ma quali sono le mete preferite all’interno dell’Unione europea?

 

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Spostare la propria sede in un paradiso fiscale all’interno dell’Unione europea? È una delle idee che balenano spesso nella mente di imprenditori e imprese italiane e che, certamente, il coronavirus e il pesante carico fiscale potrebbero farla emergere con più intensità. E’ notizia proprio di questi giorni che la Campari ha deciso di spostare la propria sede legale in Olanda, paese che – insieme a Cipro, Malta, Lussemburgo e Irlanda – gode di una tassazione agevolata.  Attenzione però: a molti potrebbe sembrare una possibile soluzione alla maggior parte dei problemi, soprattutto quelli tributari. Prima però di prendere una decisione simile e rischiare di finire nel mirino dell’agenzia delle Entrate per possibile elusione fiscale, è meglio conoscere la normativa europea e le singole normative nazionali.

Partiamo dal fatto che nell’Unione europea c’è la libertà di stabilimento. Dunque un’impresa è assolutamente libera di stabilirsi in qualunque stato dell’Ue. “Ciò che viene contrastato ad esempio con le disposizioni antielusive sulle Controlled foreign companies è lo spostamento “artificiale” dei profitti verso paesi a bassa tassazione. Detto ciò, l’Unione europea ha emanato una direttiva per contrastare l’elusione e le pratiche fiscali aggressive, che è entrata in vigore in tutti i paesi membri nel 2019 con l’obiettivo di avviare l’armonizzazione della base imponibile delle società, aumentando la trasparenza informativa”, spiega Stefano Massarotto partner studio legale tributario Facchini Rossi Michelutti. Il fatto poi che la direttiva non sia stata applicata in modo uniforme nei diversi stati membri ha evidenziato ancora di più la necessità di una seria armonizzazione fiscale, a livello europeo, della tassazione societaria. A livello Ue, per garantire un efficiente mercato comune si sono infatti armonizzati solo l’Iva, i consumi e la raccolta di capitali. “Sono tuttavia rimaste differenze nella tassazione dei redditi e, in particolare, dei redditi societari. Questo, come recentemente precisato dalla Commissione europea (Com (2020) 500 final), permette ad alcuni paesi (Olanda, Cipro, Malta, Lussemburgo e Irlanda) di praticare regimi fiscali aggressivi. I benefici possono prendere diverse forme: l’aliquota di tassazione societaria molto bassa (ad esempio a Cipro è del 13% mentre in Italia, Francia e Germania è oltre il doppio), trattamenti fiscali agevolati, la cosiddetta tax ruling (casi noti sono quelli di Starbucks e Amazon finiti sotto indagine dalla Commissione europea) e deduzioni che hanno l’effetto di ridurre la base imponibile”, ricorda Massarotto.

Da sottolineare come una difficile armonizzazione fiscale a 360° nasce a causa del sistema di voto Ue su queste questioni. Per far approvare una decisione in campo fiscale si deve infatti avere l’ok da parte di tutti gli stati membri. Ma essendo da sempre un campo di scontro per poter ottenere maggiori investimenti diretti esteri e benefici da parte delle società non si è mai ottenuto l’assenso completo, tra i diversi stati membri. E dunque questa mancanza ha fatto sì che nascessero, all’interno dell’Ue, paesi con regimi fiscali particolarmente vantaggiosi per le aziende, in particolar modo per le multinazionali. Tendenzialmente sono infatti questi soggetti che hanno le disponibilità economiche e legali per poter dar vita a sedi all’interno dei paradisi fiscali, aggirando in modo furbo le varie normative locali, senza però essere accusati di evasione fiscali. Le multinazionali infatti si muovono sul terreno dell’elusione fiscale. L’obiettivo finale è sempre quello di cercare di pagare meno tasse possibile, intascandosi il maggior numero di profitti.