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Web tax, facciamo chiarezza

Web tax, facciamo chiarezza

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Livia Caivano
Livia Caivano

23 Gennaio 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • Già la legge di bilancio 2018 aveva previsto l’introduzione di un’imposta del 3% sulle transazioni digitali relative a prestazioni di servizi effettuate tramite mezzi elettronici, ma è rimasta inattuata

  • Il governo ha però confermato l’intenzione di dare attuazione all’imposta sui servizi digitali inserendola nella legge di bilancio 2020 e svincolandone l’operatività dalla normativa secondaria

  • E’ progettata l’abrogazione tacita automatica non appena dovessero entrare in vigore disposizioni derivanti da accordi internazionali in materia di tassazione dell’economia digitale

Mentre a Davos Stati Uniti e Europa si scontrano sul tema dell’imposta sulle imprese digitali, il Ministro dell’Economia Gualtieri ‘annuncia’ che l’Italia è pronta a procedere. Ma attenzione: la web tax è già prevista dalla legge di bilancio – e non ha bisogno di nessun decreto attuativo per essere applicata

Mentre Stati Uniti e Francia sotterrano l’ascia di guerra, sulla web tax l’Italia si impunta. Il Governo italiano conferma l’intenzione di portare avanti le misure legislative unilaterali adottate per introdurre la tassa sulle aziende digitali: il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri da Davos dice che l’Italia, anche se aperta al dialogo, andrà avanti sulla web tax anche senza accordo internazionale.

“Noi preferiamo l’opzione globale, per questo la nostra digital tax è strutturata in modo da cedere il passo alla soluzione globale a cui si sta lavorando”, è stata la risposta del ministro del Tesoro alla minaccia del presidente Trump riguardo a possibili ripercussioni sui dazi commerciali in caso di approvazione di una web tax europea. “Siamo impegnati in una discussione positiva con gli Usa soprattutto a livello multilaterale ma pensiamo che la via maestra sia di definire un sistema globale”.

Quali sono gli interessi in gioco?

“Lo scontro non è tanto tra Stati Uniti e Francia ma tra Stati Uniti ed Europa”, chiarisce Fabrizio Maronta, responsabile relazioni internazionali Limes. “Gli Usa sono particolarmente severi sul tema: nell’anno delle elezioni il presidente Trump non vuole assecondare una tassazione che finirebbe per indebolire i grandi colossi americani, per ragioni economiche ma anche strategiche”. Oggi internet è campo di gioco quasi esclusivo dei campioni della Silicon Valley: la Cina prova a tenere il passo ma per ragioni di censura e ovviamente di lingua non può ancora davvero competere con i brand anglofoni. “Trump non vuole certo rischiare di perdere terreno. L’Europa, in questo quadro, è un vaso di coccio tra vasi di ferro: mentre Stati Uniti e Cina mettevano in atto la rivoluzione digitale, il vecchio continente è rimasto a guardare e si ritrova oggi ad essere fruitore più che protagonista. La Francia in questo scontro vuole semplicemente tenere il punto, non ha un’interesse particolare, il problema rimane europeo”.

L’Italia può davvero fare da sola come minaccia Gualtieri? “Ammesso che sia davvero nelle intenzioni del Governo, il nostro paese non ha la massa critica per fare leva sugli altri”, conclude Maronta.

La tassazione delle imprese digitali

Abbiamo chiesto ad Alessandro Foti, avvocato dello studio legale De Berti Jacchia Franchini Forlani, di aiutarci a fare chiarezza. “La tassazione delle imprese digitali è argomento dibattuto sul piano della politica fiscale internazionale. I governi non potevano non tener conto del fatto che attraverso l’economia digitale la ‘ricchezza tassabile’ si manifesta oggi in talune forme avulse dalle tradizionali logiche tributarie che sfuggono dal radar del potere impositivo degli Stati. L’interesse degli Stati a intercettare gettito da questi fenomeni, è poi per gran parte giustificato dalla circostanza che, il gettito stimato dal recupero a tassazione di questa ricchezza conta cifre nell’intorno dei 700 milioni di euro solo in Italia. Su un piano tecnico la questione è che i convenzionali principi di diritto tributario internazionale (in primis, nexus e profit allocation) sono pensati per realtà imprenditoriali tradizionali che hanno una presenza o un collegamento misurabile in determinato paese, mentre i redditi delle imprese digitali, la cui presenza o collegamento territoriale sono sfumati o assenti, sono disancorati da quelle logiche,  e possono facilmente essere allocati (e tassati) in paesi che offrono livelli di imposizione più favorevole.

Per arginare questo fenomeno, i Paesi membri dell’Ocse hanno convenuto l’implementazione del principio secondo cui la tassazione dei profitti delle imprese digitali deve avvenire nel luogo in cui i loro utenti creano valore. Nell’ambito dei lavori Ocse sono stati definiti due ‘pilastri’ sulla tassazione della digitalizzazione delle imprese e dell’economia. Il primo (Pillar One), esamina e sviluppa i temi legati a user participation, marketing intangibles e significant economic presence, con l’obiettivo di una revisione coerente dei principi di profit allocation e nexus. Il secondo (Pillar Two), attiene invece ad altre tematiche Beps tra cui l’implementazione di regole che consentano di rafforzare la capacità impositiva dei paesi membri rispetto a quei soggetti residenti i cui redditi sono trasferiti ad entità assoggettate ad imposizione con aliquota effettiva ben al di sotto di quella media convenzionale. L’Ocse ritiene di addivenire ad una soluzione condivisa da parte dei 134 paesi che aderiscono al progetto Beps entro quest’anno.

Questi lavori sono stati recepiti dalla Commissione Europea che ha proposto l’introduzione di misure strutturali a lungo e breve termine, finalizzate a risolvere il disallineamento tra collegamento territoriale e allocazione del potere impositivo per gli stateless income delle imprese digitali laddove esse creano valore grazie alla partecipazione (più o meno consapevole) degli utenti.

Alla soluzione a breve termine quattro Paesi – Irlanda, Danimarca, Svezia e Finlandia – si erano opposti dando adito alla possibilità che essa venisse abbandonata, possibilità che tuttavia era stata smentita anche grazie al dissolversi delle tensioni su questo tema tra i governi francese e americano annunciate ad esito del G7 a Biarritz di agosto 2019.

In questi giorni però in base alle notizie che trapelano dal summit di Davos pare che le tensioni riaffiorino. I governi italiano e francese avrebbero confermato l’intenzione di portare avanti le misure legislative unilaterali adottate per introdurre la web tax in larga parte riconducibili alla proposta di matrice europea. A ben vedere, comunque, l’approccio dei due paesi è una chiara espressione della volontà di prendere posizione sul dibattito tuttora in corso a livello internazionale e comunitario rispetto ad un’imposta che colpirebbe principalmente le multinazionali americane note come Gafa. In un contesto, peraltro, in cui il governo americano minaccia di controbattere alla web tax con l’introduzione di misure daziarie.

Nel nostro paese, la web tax ha avuto un iter normativo curioso e travagliato anche in ragione dei coevi sviluppi nel contesto internazionale.  Senza pretesa di esaustività, basti ricordare che già la legge di bilancio 2018 aveva previsto l’introduzione di un’imposta del 3% sulle transazioni digitali relative a prestazioni di servizi effettuate tramite mezzi elettronici, la quale avrebbe dovuto applicarsi a decorrere dal 1° gennaio 2019. In seguito, con la legge di bilancio 2019 era stata istituita una vera e propria imposta sui servizi digitali (Isd) e contestualmente prevista l’abrogazione dell’(invero mai entrata in vigore) imposta sulle transazioni digitali. Avendo, tuttavia, il legislatore ancorato l’operatività dell’Isd all’emanazione di un decreto attuativo mai emesso, di fatto la disciplina è sempre rimasta inattuata.

Di recente, il governo ha confermato l’intenzione di dare attuazione all’Isd, apportandovi alcune modifiche e inserendola nella Legge di bilancio 2020 e prevedendo che entri in vigore dal 1° gennaio 2020 quindi svincolandone l’operatività dalla normativa secondaria. Ne è stata inoltre progettata l’abrogazione tacita automatica non appena dovessero entrare in vigore disposizioni derivanti da accordi internazionali in materia di tassazione dell’economia digitale.

L’imposta è rivolta alle società con 750 milioni di euro di fatturato globale, e 5,5 milioni di euro in servizi digitali riferibili all’Italia. L’imposta è calcolata applicando l’aliquota del 3% ai ricavi tassabili realizzati dall’impresa digitale interessata nel corso dell’anno solare e dovrà essere versata entro il 16 febbraio dell’anno solare successivo a quello in cui sono stati realizzati i ricavi tassabili, mentre entro il 31 marzo dello stesso anno l’impresa sarà tenuta a presentare una dichiarazione annuale.

Si tratta di un’imposta che pone una serie di interrogativi allo stato irrisolti, quali il nuovo criterio di collegamento territoriale – basato sostanzialmente sull’Ip degli utenti che generano ricavi tassabili delle imprese digitali colpite dall’imposta –  e di quello di definizione dei redditi da tassare. Perplessità che inducono a chiedersi se fosse proprio necessario puntare su nuovi modelli di tassazione dell’economia digitale anziché  rimodellare principi, su cui esistono già delle linee guida a livello internazionale e unionale, convenzionalmente accettati e agevolmente adattabili alle realtà digitali di cui si discute.

In altri termini, bisognava forse riflettere sulla possibilità di non introdurre una nuova imposta che gravi sulle multinazionali del web nel convincimento che, per evitare la dispersione di gettito, sia possibile in larga misura ripensare taluni principi già esistenti”.

Fulvia Astolfi, tax lawyer at Hogan Lovells:L’imposta sui servizi digitali (meglio nota come web tax), da ultimo implementata in Italia dalla legge di bilancio 2020 riflette l’impianto che della imposta fornisce una bozza di direttiva comunitaria.

Le iniziative in tema e simili alla web tax si pongono nel solco delle riforme fiscali pensate a livello Ocse come  misure volte a combattere la base erosion e a ridisegnare le regole di territorialita’ applicabili alle nuove forme di economia, soprattutto quella digitale. Non va pertanto pensata come una misura isolata e discriminatoria, ma come il tentativo di individuare la ‘corretta imposizione’ delle nuove forme di imprese.

Risulta che molti Stati abbiano introdotto o stiano introducendo imposte simili alla web tax, in particolare Francia, Spagna, Polonia, Ungheria, Austria, Regno Unito, Belgio, Repubblica Ceca e Slovenia. Al di là delle recenti polemiche, ci si dovrebbe domandare su chi effettivamente graverà l’imposta una volta introdotta, se cioè se ne faranno carico le società o se invece intendano traslare l’onere sui loro clienti”.

 

Livia Caivano
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