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Startup: le strade per investire (e comunicare)

Startup: le strade per investire (e comunicare)

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Virginia Bizzarri
Virginia Bizzarri

17 Giugno 2020
Tempo di lettura: 5 min
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  • Gli investitori privati che vogliono diventare soci di una startup o di una pmi innovativa hanno a  disposizione diverse modalità per farlo

  • Gligli (Blue Ocean): la comunicazione è la chiave per liberare il potenziale dell’ecosistema startup italiano, attualmente indietro rispetto ad altri paesi europei

Tra gli investitori privati e l’ecosistema italiano delle startup e delle pmi innovative, sono diversi i possibili punti di contatto. Ma questi due mondi, secondo Giuliano Gigli, ad e fondatore di Blue Ocean Finance, faticano ancora a comunicare

Dal friends&family, all’angel investing e all’equity crowdfunding: le strade per diventare soci di una startup o di una pmi innovativa sono molteplici. Anche se i punti di contatto tra investitore privato ed economia reale non mancano, spiega a We Wealth Giuliano Gigli, ad e fondatore di Blue Ocean Finance, società di consulenza finanziaria per pmi e startup innovative, l’Italia è ancora molto indietro su questo fronte rispetto ad altri paesi Europei. Una migliore comunicazione tra i due mondi, potrebbe però rappresentare la “chiave di volta” per sprigionare il potenziale dell’ecosistema italiano delle startup e pmi innovative.

 

Le strade per investire

Guardando alle strade per entrare nel capitale di una startup o di una pmi innovativa, l’investitore privato ha a disposizione una serie di metodi alternativi. “Il primo, forse sottovalutato, ma che secondo noi resta il più importante è il friends&family” spiega Gigli. “Per un investitore privato che vuole investire nell’economia reale e nello specifico in startup e pmi innovative, investire su progetti innovativi di persone conosce è una delle modalità”. Rivolgersi ad amici e parenti che hanno o vogliono far partire una società innovativa, a detta di Gigli, può essere vantaggioso anche per la startup: “noi consigliamo tantissimo alle startup e alle società innovative di rivolgersi in primis a friends&family perché possono dare quel grado di fiducia in più e quell’apporto che va anche oltre i capitali. Due aspetti sicuramente importanti”.

La seconda strada, continua Gigli, è l’angel investing: l’investitore che possiede il know-how in un determinato settore può infatti considerare di diventare un business angel. In questo caso, il punto di contatto è rappresentato dalla conoscenza del settore da parte dell’investitore, che viene messa a disposizione dell’azienda.

Infine, una terza via è quella dei portali di equity crowdfunding (regolati da Consob), che consentono agli investitori, attraverso le campagne, di entrare nel capitale di una o più aziende, diventandone soci. Gigli  definisce questo tipo di approccio “un investimento più finanziario che operativo, che non passa necessariamente per la conoscenza delle persone o del settore”.

C’è  da dire, l’investimento in startup è sicuramente più rischioso rispetto ad altri asset tradizionali,  un rischio che per Gigli è legato soprattutto all’illiquidità delle aziende più piccole e non quotate e “per questo è bene che non superi il 5/10% del portafoglio liquido” di un investitore. “Una buona strategia che può attuare un investitore per mitigare il rischio illiquidità è quella di investire in startup che abbiano un chiaro percorso di come rendere liquida la propria partecipazione e che quindi abbiano già una traiettoria finanziaria di crescita ed eventuale una exit o quotazione in programma”.

Il potenziale inespresso dell’ecosistema italiano e l’importanza della comunicazione

Sul fronte degli investimenti in startup e pmi innovative, l’Italia è “molto indietro rispetto ad altri paesi Europei come Francia e Germania” spiega Gigli. Tenendo conto dell’enorme quantità di risparmi parcheggiati sui conti correnti (1400 miliardi secondo gli ultimi dati di Bankitalia) “basterebbe canalizzarli, anche solo l’1 %, nell’economia reale per ottenere 15 o 20 volte gli investimenti avuti negli anni scorsi. Si creerebbero così decine di migliaia di posti di lavoro e migliaia di imprese che possono competere sul mercato internazionale”.

Perché ciò non accade? Il problema principale, secondo Gigli è la mancanza di dialogo tra questi due mondi. “Da un lato  –  spiega – nella ricerca dei soci, le startup dovrebbero mettersi nell’ottica dell’investitore comprendendone le esigenze e cercando un linguaggio comune, dall’altro, i risparmiatori privati devono lavorare molto a livello di imprenditorialità e mettersi nei panni dell’imprenditore in quanto soci”. “È un matrimonio – conclude Gigli- questi due mondi devono parlare la stessa lingua perché funzioni”.

Virginia Bizzarri
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