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Piccole imprese crescono (ma non abbastanza)

18 Giugno 2019 · Livia Caivano · 5 min

  • Durante lo scorso anno sono stati conclusi 175 deal di private equity, il numero più alto dal 2008. Rispetto al 2017, l’incremento è del 42%

  • Il 52% delle operazioni sono state effettuate da operatori internazionali

  • Ma i grandi fondi internazionali puntano sugli Ebitda superiori ai 30 milioni di euro in su, cifre lontane da quelle delle realtà italiane

In due recenti eventi di Aifi e Aipb sono stati segnalati progressi delle Pmi italiane ma anche i gap che continuano a ostacolarle

Il 2018 è stato un anno da record per il private equity italiano ma le dimensioni troppo modeste delle imprese rimangono un problema. Occorre favorire gli investimenti della clientela private nell’economia reale. Sono indicazioni in larga parte coincidenti quelle giunte da due eventi che si sono svolti nelle scorse settimane dedicati all’universo delle Pmi e degli investitori private: la presentazione del Private Equity Monitor (Pem) 2018 in collaborazione con l’Aifi e l’Università Liuc; l’incontro ‘Fondi innovativi e alternativi: un’opportunità per il Private Banking e per il sostegno all’economia reale’ organizzato dal centro studi Itinerari Previdenziali in collaborazione con Aipb. Le imprese del made in Italy continuano a essere attrattive per gli investitori stranieri, protagonisti di oltre la metà delle operazioni ma attenzione, sono ancora troppo piccole per i grandi player internazionali.

Su come ridurre questo gap si sono interrogati i protagonisti del Private Equity Monitor 2019. “Il 2018 è stato più che soddisfacente, ha segnato il record assoluto in termini di operazioni”, ha commentato in apertura Francesco Bollazzi di Pem. Durante lo scorso anno sono stati conclusi 175 deal, il numero più alto dal 2008. Rispetto al 2017, l’incremento è del 42%. Gli investimenti, come sempre negli ultimi 3-4 anni, sono arrivati soprattutto dall’estero: “Il 52% delle operazioni– ha proseguito – sono state effettuate da operatori internazionali, l’attrattività va via via consolidandosi”. Le operazioni riguardano soprattutto le Pmi dal fatturato al di sotto dei 60 milioni, che costituiscono la maggior parte del tessuto imprenditoriale del nostro paese (sono state target del 58% delle operazioni di private equity dell’anno). Secondo i dati, crescono però le operazioni sulle aziende di fatturato superiore, compreso tra i 60 e i 100 milioni, (17% delle operazioni), e quelle dal fatturato oltre 300 milioni (che passano dal 6 al 9%). Il Private equity italiano censito dal Monitor 2018 è fatto da aziende con, in media, 45 mi- lioni di fatturato e 140 dipendenti. Un numero importante per l’Italia, la cui industria è storicamente caratterizzata da imprese a conduzione familiare e di modeste dimensioni. Ma troppo piccole per poter competere sul mercato internazionale del private equity.

Circa il 36% degli investitori di private equity e venture capital, in Italia, oggi sono stranieri – ha precisato Emidio Cacciapuoti dello studio legale McDermott Will&Emery – La maggioranza è ancora italiana, ma se analizziamo le operazioni con dimensioni maggiori, superiori ai 200 milioni, la platea di investitori si inverte. Questo si spiega con il fatto che gli stranieri hanno ticket molto più elevati. É necessario aumentare le dimensioni delle società per poter essere più attrattivi sul mercato”.

Analizzando i trend sulla base della dimensione dei fondi private, il miliardo è la cifra spartiacque. I fondi che raccolgono meno di un miliardo tendono infatti a raccogliere meno e quelli che, invece, superano questa linea di confine sono più attivi.

Si tratta, ha precisato Enrico Silva, partner EY, di un trend destinato a crescere. “A livello internazionale trovare fondi che raccolgono meno di un miliardo è ormai difficile; diversa la situazione in Italia dove, invece, gli operatori nazionali hanno difficoltà a raccogliere nuovi fondi che eccedono 300-400 milioni. Il gap che viene così a crearsi con la scarsità di questi fondi è critico per il mercato italiano, dove molte imprese hanno dimensioni comprese tra 10 e 20 milioni di Ebitda e risultano di conseguenza troppo piccole per i criteri di investimento dei fondi internazionali e troppo grandi per i criteri di investimento dei fondi nazionali”.

“I fondi internazionali ci amano poco”, ha poi proseguito Roberto Del Giudice, della Fondo Italiano di Investimento Sgr. Siamo troppo piccoli e anche troppo costosi, o poco remunerativi. I fondi hanno soglie minime di investimento in cui spesso le imprese italiane non rientrano. Queste barriere all’entrata riguardano le dimensioni dell’azienda target e i limiti minimi di quota di investimento, correlati alla valutazione. Più piccola è un’azienda più bassa la sua valutazione. “Dobbiamo, per il momento, rivolgerci al mercato italiano, che per la prima volta in anni dimostra di voler valorizzare le Pmi. Un fiorire di normative invogliano i risparmiatori a investire nell’economia reale. Pir, casse di previdenza, fondi pensione sono strumenti volti a favorire un maggior afflusso di capitali verso il tessuto imprenditoriale; l’ecosistema sembra essere favorevole”.

Una lettura sostanzialmente analoga del trend in corso è giunta anche dall’ incontro organizzato dal Centro Studi Itinerari Previdenziali. Molti sforzi – è stato detto – sono già stati fatti per alimentare il finanziamento privato alle Pmi riducendone la dipendenza dal credito bancario. “E’ stato fatto con i fondi di credito nel 2015, i primi Pir nel 2016 e ora con gli Eltif – ha detto Aldo Stanziale di Banca d’Italia – Il finanziamento alle imprese si è diversificato negli anni, ma siamo ancora molti passi indietro rispetto al resto dei paesi Europei”.

Dallo stesso palco, il vicepresidente e il direttore generale di Aipb hanno poi suggerito che un ruolo importante in questa crescita, potrebbe e dovrebbe averlo la clientela private. “In Italia, illiquidità e orizzonti temporali lunghi per creare valore non sono ancora completamente accettati dagli investitori con grandi patrimoni – ha chiarito Saverio Perissinotto, vicepresidente Aipb e direttore generale di Intesa Sanpaolo Private Banking – bisogna quindi lavorare per avvicinare la ricchezza e il risparmio private al finanziamento dell’economia reale italiana, cercando di incrementare l’incidenza dei prodotti illiquidi nei portafogli dei clienti private”.

Per far crescere gli investimenti nell’economia del segmento private, vanno superati alcuni ostacoli strutturali, ha ricordato Antonella Massari, segretario generale Aipb: “Le barriere dipendono ad esempio da limiti di investimento piuttosto elevati per la clientela non professionale, limiti che permangono anche nel caso in cui venga assistita da un servizio di consulenza evoluta. Il riconoscimento di una categoria di well informed investors che possano sottoscrivere quote di ‘Fia riservati’ rappresenterebbe un elemento fondamentale per la crescita del peso degli investimenti in economia reale nei portafogli della clientela Private”.

Livia Caivano
Livia Caivano
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