PREVIOUS ARTICLENEXT ARTICLE

Drop-shipping: l’e-commerce che può fare concorrenza sleale

Drop-shipping: l’e-commerce che può fare concorrenza sleale

Salva
Salva
Condividi
Giovanni Maria Palladini
Giovanni Maria Palladini

30 Aprile 2020
Tempo di lettura: 3 min
Tempo di lettura: 3 min
Salva

L’e-commerce è una delle poche attività economiche che sta crescendo in termini di dimensione e di valore nonostante l’emergenza sanitaria internazionale. Nel mondo reale i regolatori hanno innalzato gli obblighi normativi. Ma negli acquisti on-line, dove il modello di vendita è il drop-shipping, le cose potrebbero non essere così

Verba volant, sciptam manent recita l’Ape Latina alla sentenza n. 2857. Peccato che i legislatori (nazionale e comunitario) impieghino anni, tal volta decenni a tradurre in norma scritta i principi e le regole volte a tutelare i diritti e gli interessi di cittadini e imprese comunitarie. Spesso il risultato di questa lentezza è data dalla velocità e dalla dirompenza dei fenomeni, basti pensare al fenomeno Napster e peer-to-peer a partire dalla fine degli anni novanta per la violazione del diritto d’autore. Molto più spesso è data dalla cecità dei regolatori, dall’assenza delle opportune capacità tecnico-professionali all’interno degli enti legislativi e all’improvvido livello culturale e politico. Uno di questi esempi è fornito dal drop-shipping e dalla sua regolamentazione.

Trattasi di un processo di fornitura di beni e relativa commercializzazione grazie al quale il venditore vende un prodotto al cliente senza che il primo possegga materialmente il prodotto da spedire al secondo. Anzi: senza che il venditore abbia addirittura un magazzino, un furgone o un rotolo di scotch da pacco e sia in regola con qualsiasi forma di adempimento normativo (norme fiscali, amministrative, giuslavoristiche, normativa prodotto, norme sanitarie, violazione dei diritti dell’uomo, favoreggiamento delle attività illecite etc).

Il sistema drop-shipping o drop-ship, si è sviluppato oltre una decade fa in Nord-America. Applicato sia nella vendita di prodotti B2B che B2C, ha avuto la sua progressiva espansione con la vendita di prodotti su piattaforma web. Prima eBay, poi Amazon e via via i vari operatori hanno permesso l’apertura di negozi virtuali – market-place dove i drop-shipper mettevano in vetrina i prodotti. In questo momento Shopify.com sta divenendo un punto di riferimento nella creazione di market-place impostati sul modello di drop-shipping.

I market-place guadagnano dalla differenza di prezzo tra il costo applicato dal drop-shipper e il prezzo di vendita finale applicato on-line.

Questo particolare meccanismo di fornitura e commercializzazione di beni massimizza i processi di raccolta ordini, la produzione, la supply-chain in generale fino al trasporto a destino, riducendo al contempo gran parte dei rischi sottostanti l’operazione: il rischio di controparte (insoluti), il rischio finanziario (indebitamento per finanziare il capitale circolante e in particolare il magazzino) e i rischi operativi (aumento dei costi fissi, riduzione della leva operativa).

Descritto così, il drop-shipping sembra una nuova tecnica innovativa per aumentare l’efficienza dei processi aziendali riducendo i costi, in tempi rapidi e sforzi ragionevoli. Quasi una nuova forma di crossfit applicato al mondo del business.

Fino a quando l’e-commerce con modalità drop-shipping è gestito direttamente dal fornitore/distributore (comunitario) del prodotto, i problemi e i rischi sono contenuti e il drop-shipping apporta benefici sia dal lato del cliente (sia business che consumer) che dal lato del drop-shipper (produttore/distributore) che si traducono spesso in prezzi di vendita più competitivi.

Caso totalmente diverso si ha nel momento in cui l’e-commerce è gestito da un soggetto terzo intermediario e il fornitore drop-shipper è extra-comunitario (magari originario del Far-East). In questo caso il rapporto diventa triangolare: (i) utente/cliente che effettua l’acquisto on-line, (ii) il soggetto che gestisce autonomamente l’e-commerce e che, una volta raccolto l’ordine e incassato il prezzo dell’acquisto dal cliente lo trasmette al netto della commissione al (iii) drop-shipper che spedirà all’utente il bene acquistato.

Lo schema tipo è: (i) cliente Italiano (ii) un intermediario che gestisce l’e-commerce in lingua italiana che propone prodotti a prezzi competitivi (iii) prodotto di origine cinese. In questo caso si può materializzare la forma più netta e palese di concorrenza sleale. Come? Alcuni esempi non esaustivi.

Violazione della normativa doganale comunitaria

In materia di obbligazioni doganali, l’art. 202, punto 3, del Reg. Cee 12 ottobre 1992, n. 2913/1992, cd. codice doganale comunitario e le successive innovazioni giurisprudenziali, dispongono che tra i soggetti obbligati agli adempimenti doganali rientrano:

  • la persona che ha proceduto a tale introduzione irregolare,
  • le persone che hanno partecipato a questa introduzione sapendo o dovendo, secondo ragione, sapere che essa era irregolare,
  • le persone che hanno acquisito o detenuto la merce considerata e sapevano o avrebbero dovuto, secondo ragione, sapere allorquando l’hanno acquisita o ricevuta che si trattava di merce introdotta irregolarmente.

Per quanto riguarda il cliente o utente finale italiano vi è il rischio fondato che questi debba affrontare degli oneri doganali quando il drop-shipper o la sua merce arrivano da paesi extra-Ue.

Violazione della normativa Iva all’importazione

Chi versa l’Iva in dogana? Nessuno, vedere il paragrafo precedente.

Violazione della normativa in materia di marchiatura Ce

Per poter essere venduti sul mercato europeo, i prodotti devono ottenere la marcatura Ce a garanzia che i requisiti previsti dall’Unione europea in materia di sicurezza, salute e tutela dell’ambiente siano rispettati.

Ogni violazione, sono costi amministrativi e oneri fiscali in meno (non) sostenuti dagli operatori economici irregolari. Ecco come ci si fa beffa dei concorrenti.

There’s no such thing as a free lunch, titolava Milton Friedman nell’opera che lo condusse al premio nobel per l’Economica nel 1976. Ciò che può essere gratuito per un individuo, in realtà nasconde sempre un costo. Quale?

Se una cosa costa meno oppure ha un prezzo pari a zero (è a gratiso “for free”) spesso e volentieri è perché esiste un costo occulto che qualcuno dovrà pagare: l’individuo, la collettività, o il cliente medesimo, poco importa. Minori entrate tributarie, riduzione del numero di aziende nazionali ed europee a beneficio di competitor irregolari, perdita di posti di lavoro, utilizzo di prodotti potenzialmente dannosi per chi li usa. Questo un esempio del costo in termini individuali e collettivi.

Sia il Legislatore comunitario che quello nazionale hanno avviato iniziative per provare a contrastare gli abusi. Con l’articolo 13 comma 1 del DL 34/2019 convertito con la Legge 58/2019 (decreto Crescita del governo Conte 1) è stato introdotto in Italia un nuovo adempimento di compliance a carico dei gestori dei marketplace e di qualsiasi altra tipologia di piattaforma digitale che “facilita” le vendite a distanza ai fini del monitoraggio e del contrasto alle attività illecite. Inoltre, dal 12 luglio 2020 sarà in vigore il Regolamento Ue 2019/1150 per i marketplace, che promuove l’equità e la trasparenza per gli utenti commerciali dei motori di ricerca e dei servizi di intermediazione online. Nella speranza che tali provvedimenti siano utili strumenti di contrasto alle violazioni poste in essere da operatori web internazionali, intermediari avidi e utenti poco consapevoli e piuttosto tirchi.

Giovanni Maria Palladini
Giovanni Maria Palladini
Partner dello studio Palladini, dottore commercialista e revisore legale fornisce consulenza in ambito fiscale con specializzazione in gestione strategica delle pmi, nei processi di internazionalizzazione, M&A e nella gestione patrimoniale di imprenditori e privati. Dal 2016 è membro del board della Camera di Commercio italiana in Finlandia. In precedenza ha lavorato presso Morri Cornelli e Associati e ha ricoperto il ruolo di professore a contratto presso l’università Bocconi nel dipartimento di accounting.
Il presente articolo costituisce e riflette un’opinione e una valutazione personale esclusiva del suo Autore; esso non sostituisce e non si può ritenere equiparabile in alcun modo a una consulenza professionale sul tema oggetto dell'articolo.

WeWealth esercita sugli articoli presenti sul Sito un controllo esclusivamente formale; pertanto, WeWealth non garantisce in alcun modo la loro veridicità e/o accuratezza, e non potrà in alcun modo essere ritenuta responsabile delle opinioni e/o dei contenuti espressi negli articoli dagli Autori e/o delle conseguenze che potrebbero derivare dall’osservare le indicazioni ivi rappresentate.
Condividi l'articolo
LEGGI ALTRI ARTICOLI SU:Imprese e startup