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Allarme commercialisti: 460mila pmi a rischio, basta burocrazia

Allarme commercialisti: 460mila pmi a rischio, basta burocrazia

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Rita Annunziata
Rita Annunziata

13 Novembre 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • Il 29% dei commercialisti dichiara che oltre la metà delle microimprese clienti ha almeno dimezzato il proprio fatturato, una percentuale che scivola al 21,2% nel caso delle aziende medio-grandi

  • Le misure pubbliche dispiegate hanno ottenuto una valutazione tra luci e ombre: le moratorie sui mutui e i prestiti garantiti, ad esempio, sono giudicate positivamente solo dal 45,2% dei professionisti

  • Il 79,9% degli intervistati chiede una maggiore chiarezza dei testi normativi, ma anche una maggiore tempestività nei chiarimenti sulle prassi amministrative e una contrazione degli adempimenti stessi

Sono 460mila le pmi che rischiano di crollare sotto il peso delle nuove restrizioni. A rischio un fatturato complessivo di 80 miliardi di euro e un milione di posti di lavoro. L’allarme dei commercialisti: “Snellire gli adempimenti burocratici o spariranno”

Circa 460mila piccole e medie imprese italiane, un fatturato complessivo di 80 miliardi di euro e un milione di posti di lavoro. Sono i numeri, disarmanti, del vortice delle restrizioni che rischia di trascinare verso il fondo in un solo anno il doppio delle microaziende sparite tra il 2008 e il 2019, prosciugandone anche il “serbatoio occupazionale”. Un allarme lanciato nel 2° barometro Censis-Commercialisti sull’andamento dell’economia italiana, realizzato in collaborazione con il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili su un campione di 4.600 professionisti diffusi sul territorio.

Secondo lo studio, infatti, il 29% dei commercialisti intervistati dichiara che oltre la metà delle microimprese clienti ha almeno dimezzato il proprio fatturato, una percentuale che scivola al 21,2% nel caso delle aziende medio-grandi. Tra l’altro, il 32,5% e il 26,2% rispettivamente rileva che più della metà delle stesse abbia registrato una contrazione della liquidità superiore al 50% nell’ultimo anno. Nel complesso si parla dunque di 460mila piccole imprese italiane (pari all’11,5% del totale), con meno di 10 addetti e sotto i 500mila euro di fatturato, che rischiano di chiudere i battenti a causa dello shock pandemico. Un numero destinato a crescere anche nel 2021. “Sarebbe un doloroso addio ai nostri piccoli imprenditori vittime di una strage annunciata”, si legge in una nota del Censis, che sottolinea come risulti in pericolo la parte migliore “del motore antico del modello di sviluppo italiano”.

Gli interventi pubblici dividono la categoria

Le misure pubbliche dispiegate per sostenere il tessuto imprenditoriale, infatti, hanno ottenuto “una valutazione tra luci e ombre da parte dei commercialisti”, spiega l’istituto di ricerca. Le moratorie sui mutui e i prestiti garantiti, ad esempio, sono giudicate positivamente dal 45,2% dei professionisti e negativamente dal 34%. Gli aiuti al lavoro, invece, come il divieto di licenziamento e la Cassa integrazione in deroga sono visti con favore dal 43,4% del campione (contro il 34,9% della controparte).

Per il sostegno alle famiglie (bonus babysitter, congedi parentali e reddito di emergenza) si parla del 36,6% contro il 37,5%, mentre per la sospensione dei versamenti fiscali e contributivi per le imprese più colpite dagli effetti negativi dello shock si arriva al 33,3% contro il 46,9%. Per i commercialisti, dunque, stando a quanto rivelato dall’istituto “lo sforzo statuale nel supportare gli operatori economici e i lavoratori durante il blocco di mercati e imprese va apprezzato, ma non basta”.

Commercialisti: snellire gli adempimenti burocratici

Ma cosa può essere fatto ancora per sostenere un settore che già boccheggia? Il 79,9% dei commercialisti chiede una maggiore chiarezza dei testi normativi, il 76,7% una tempestività nei chiarimenti sulle prassi amministrative e il 70,7% una contrazione degli adempimenti. Inoltre, il 67,2% si attende una più adeguata distribuzione delle risorse pubbliche tra i beneficiari, il 61,1% una migliore combinazione delle misure dispiegate, il 58,4% una più rapida erogazione dei sostegni economici e, infine, il 49,9% stanziamenti più consistenti. Per non dimenticare poi uno snellimento degli adempimenti burocratici e dei passaggi formali, con l’obiettivo di rendere gli interventi stessi più efficaci.

Intanto, il futuro resta a tinte fosche. Il 41% dei commercialisti dichiara che “bisogna essere pronti a tutto perché tutto può succedere”, conclude l’istituto, e il 27,6% rileva un’ansia pervasiva generata dalla nuova fase pandemica e dal conseguente andamento dei contagi. L’uscita dalla crisi rappresenta ancora traguardo distante per il 40,7% del campione e il 26,9% afferma che bisognerà adattarsi prontamente alle nuove condizioni, o anche la crescita resterà un miraggio.

Rita Annunziata
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