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San Tommaso, il populismo e gli allarmi ignorati

San Tommaso, il populismo e gli allarmi ignorati

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Contributor, Fabrizio Galimberti

04 Gennaio 2019
Tempo di lettura: 3 min
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Le disuguaglianze economiche, accentuatisi negli ultimi secoli, hanno alimentato il diffondersi di correnti populiste. Come rispondere? Analizzando a fondo le dinamiche che potrebbero portare ad una nuova recessione

San Tommaso – ricorda Vittorio Sermonti nel commento al XXII° canto del Purgatorio – insegna che, nell’ordine politico, la ‘iustitia’ viene violata quando l’accumulo smodato di denari e beni altera l’armonia del vivere associato. E quel che lamentava tre quarti di millennio fa torna vero anche oggi. Questa ‘armonia del vivere associato’ è stata erosa negli ultimi lustri da quelle crescenti diseguaglianze che hanno generato il populismo. Vi sono tante vie – nessuna delle quali facili – per rispondere alla sfida del populismo. Ma una delle meno difficili è quella di meglio ‘conoscere per deliberare’. L’infezione latente delle diseguaglianze suppurò improvvisamente con la Grande recessione, che agì da acceleratore del malcontento. E una delle grandi domande che non hanno avuto risposta è la ‘domanda della regina’; la regale questione si riferisce a un interrogativo che laregina Elisabetta pose nel novembre 2008.

Presenziava, col consorte, all’inaugurazione della nuova sede della London School of Economics, e durante un dibattito accademico su quella turbolenza dei mercati che diede la stura alla Grande recessione, Sua Maestà chiese: “Perché nessuno se n’era reso conto?”. Da allora molte ricerche hanno cercato di rispondere a quella domanda, e bisogna ricordare il lavoro di Thomas Piketty, forse l’unico che ha messo il problema delle diseguaglianze al centro di un’analisi supportata da un originale impianto teorico. Ma c’è un’altra risposta a quella domanda: nessuno se n’era reso conto perché le informazioni statistiche erano incomplete. Ci portiamo dietro un ‘cruscotto dell’economia’ centrato sugli indicatori tradizionali, a partire dal Pil: ma il ‘quanto’ della produzione non rivela il ‘come’, cioè come il prodotto viene distribuito.

Ecco il problema delle diseguaglianze, che non viene correntemente e correttamente monitorato. Ed ecco anche più elusive malattie del ‘vivere associato’: caduta della fiducia nel prossimo e/o nel Governo, frustrazioni che raggiungono a un certo punto la soglia della rivolta (vedi i gilet jaunes in Francia),invidia sociale, mancanza di speranza nel futuro. Anche qui, niente di nuovo, se non per la stazza del malcontento. Nel XVI° Canto dell’Inferno Dante menziona “la gente nuova e i sùbiti guadagni”. A Firenze non vi sono più “cortesia e valor”, e le facili ricchezze dei nuovi ricchi “orgoglio e dismisura han generata”. Le diseguaglianze, attizzate dai “sùbiti guadagni”, sfilacciano la coesione sociale. E c’è una differenza – a nostro disfavore – fra quello che successe nella ‘Fiorenza’ di fine Duecento e quello che succede oggi in Italia e nel mondo.

Allora la distanza fra ricchi e poveri si allargava, come oggi, ma l’ambiente umano era relativamente omogeneo. Anche la “gente nuova” non veniva da lontano, erano tutti abitanti della penisola, con la stessa pelle e gli stessi costumi. La situazione di oggi è più tesa, perché alle tensioni da diseguaglianza si sono andate aggiungendo le tensioni da immigrazione. Quando esplose la Grande recessione c’erano altri indicatori – ignorati – che avrebbero potuto spiegare come si andava preparando una crisi molto più grave di un fisiologico ripiegamento del ciclo? E, seconda domanda: se questi indicatori fossero stati disponibili e monitorati, i Governi avrebbero potuto meglio prevenire e lenire le sofferenze della crisi? Una recente pubblicazione dell’Ocse risponde ‘sì’ ad ambedue le domande.

E’ la pubblicazione Beyond Gdp: Measuring What Counts for Economic and Social Performance, di Joseph E. Stiglitz, Jean-Paul Fitoussi, e Martine Durand – Oecd Publishing, Paris, novembre 2018. Il messaggio centrale di questi rapporti è che quel che noi misuriano influenza quel che facciamo: se noi – citiamo il rapporto – “misuriamo i fenomeni sbagliati, faremo le cose sbagliate. Se non misuriamo qualcosa, quel qualcosa sarà negletto, come se il problema non esistesse”. Per esempio, già prima di quella crisi vi erano sondaggi che dimostravano come da anni gli americani avessero perso fiducia. Altro esempio: con l’avvento della Recessione, il tasso di disoccupazione giovanile fosse aumentato molto di più rispetto al tasso totale.

Le difficoltà per i giovani lasciano cicatrici permanenti, fanno perdere fiducia in un sistema economico che viene percepito come costruito su misura per i più ricchi. Indicatori della insicurezza economica avrebbero mostrato, dopo che si era toccato il fondo della crisi, come le conseguenze di quella recessione andavano a essere molto più gravi di quanto suggerito dalle statistiche del Pil. Basandosi su queste, le economie venivano viste come istradate verso la ripresa – come molti governi credevano nel 2010 – e non furono prese le misure forti (rafforzamento delle reti di sicurezza sociale) che invece sarebbero state necessarie per supportare il tenore di vita di una popolazione che si sentiva ancora in recessione e aveva perso fiducia nel futuro. Tutto questo è specialmente rilevante oggi, quando si vanno addensando, in America e in Europa, quelle tensioni che dal corpo sociale finiranno per tracimare – e sta già succedendo – anche nel tessuto dell’economia.

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Contributor , Fabrizio Galimberti
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