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Il “laboratorio” Fideuram compie cinquant'anni

15 Ottobre 2018 · Riccardo Sabbatini · 3 min

  • Ugo Ruffolo è stato inFideuram dal 1988 al 2004

  • Ennio Doris è stato in Fideuram dal 1969 al 1971

  • GianMaria Mossa è stato in Fideuram dal 2006 al 2013

In 50 anni la società del gruppo Intesa Sanpaolo ha anticipato molte soluzioni che poi l’intero mercato ha fatto proprie

Nel 1968, quando nasceva Fideuram, gli italiani guardavano al cinema “Holywood party” e “2001, odissea nello spazio”, la nazionale vinceva gli europei di calcio e lord Francis Chichester stava per completare con la sua barca la circumnavigazione del mondo in solitaria. In cinquanta anni di vita la Fiduciaria europea e americana – questo il significato del suo acronimo – ha anticipato e poi vissuto da protagonista la storia dell’industria italiana dei fondi comuni, sperimentando soluzioni che poi sarebbero state condivise da tutti gli operatori. Da lì sono passati alcuni di quelli che ancora oggi sono tra i principali attori dell’industria italiana del risparmio gestito. Qualche nome tra i tanti? Il fondatore di Mediolanum Ennio Doris, quello di Azimut Pietro Giuliani, l’amministratore delegato di Banca Generali Gian Maria Mossa.

E come spesso accade nella finanza, i passi in avanti sono stati talvolta anche la reazione ai “cigni neri” con cui la finanza si è scontrata negli ultimi decenni e che hanno spinto le società a cambiare pelle, per rispondere ai momenti di crisi.

Fideuram storica

Fideuram venne alla luce con lo sbarco in Italia di Ios, Investors Overseas Services, la prima rete mondiale di vendita di prodotti finanziari porta a porta, creata dal dinamico ma anche discusso finanziere statunitense Bernard Cornfeld. Fu lo stesso governatore della Banca d’Italia, Guido Carli ad autorizzare la creazione di Fonditalia, fondo lussemburghese dello Ios prevalentemente dedicato al mercato italiano. E, nel ’68, arrivò anche l’autorizzazione di Fideuram, network di venditori che avrebbero dovuto collocare le quote del fondo. Fu un successo perché dopo pochi anni le proposte di investimento dello Ios raccolsero il consenso (ed i risparmi) di 60mila investitori. Visto con il senno di poi poco importa che la rete del finanziere americano, nel 1970, cadde rovinosamente a causa di gravi errori manageriali. Il default non ebbe conseguenze sui sottoscrittori perché il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta, per evitare guai maggiori, spinse Imi – gioiello della finanza pubblica di allora – ad acquisire Fideuram portandovi capacità di gestione ed ottimi manager. La società continuò a crescere a passo di carica e quando, nell’84, fu finalmente varata la legge che istituiva i fondi comuni d’investimento, Fideuram divenne rapidamente la regina del nuovo mercato. Nel 1986 comprendeva ormai 3500 venditori ed era giunta ad amministrare 20mila miliardi di lire. La crescita avveniva in un mercato dei fondi comuni euforico che sembrava indirizzato verso una crescita ininterrotta. Non fu così. Preceduto da una stretta creditizia (che aveva depresso le quotazioni dei fondi obbligazionari) e da altri segnali premonitori il 19 ottobre 1987 (il “black monday”) la borsa di New York ebbe un violento scossone con la capitalizzazione che in un solo giorno perse il 22,6% del suo valore. I riflessi sugli altri mercati e sui fondi comuni furono immediati. Ne seguì una fase di incertezza e sfiducia che colpì anche Fideuram, già segnata dal distacco di una parte della sua rete di promotori andata a costituire Sanpaolo Invest. Ma la società seppe reagire e con nuovi manager concepì un piano di radicale cambiamento. In seguito alla fusione con Banca Manusardi nacque Banca Fideuram (1992). Da allora, quella che in precedenza era stata soltanto una rete di promotori finanziari, portò al suo interno le fabbriche prodotto del risparmio gestito, i clienti iniziarono ad avvicinarla anche per aprire un conto corrente. Si trattava di un passaggio epocale perché consentiva alla nuova banca una pro- fonda conoscenza dei clienti e delle loro inclinazioni finanziarie, permettendo di soddisfarne le aspettative con rapidità (grazie al pieno controllo delle “fabbriche”). Non è un caso se il modello di banca è stato fatto proprio da tutti i principali competitor (da Banca Mediolanum a Banca Generali). Fideuram è stata anche la prima ad introdurre, nel 1998, il Personal Financial Planning come strumento moderno di pianificazione degli investimenti.

 

platea in bianco e nero

Con l’inizio del nuovo secolo arrivò la nascita dell’euro e, con la sempre maggiore apertura ed integrazione dei mercati, i tempi erano maturi per una nuova tappa. Nel 2002, Sanpaolo Invest, in procinto di essere acquisita da Fideuram (2004) ricomponendo una storica frattura, fu la prima azienda in Italia ad adottare un’architettura aperta consentendo ai propri clienti di acquisire prodotti di altre case finanziarie. Se vogliamo si trattava del primo passo verso una piena affermazione della consulenza come attività caratteristica del promotore finanziario, fino a pochi anni prima “semplice” venditore. È un cambiamento di prospettiva che ha anticipato quello che è accaduto negli ultimi anni sulla scia delle regolamentazioni di Mifid e Mifid II.

La nascita, il primo luglio 2015, di Fideuram – Intesa Sanpaolo Private Banking rappresenta il punto conclusivo di un lungo per- corso in cui l’esperienza di oltre 6mila consulenti è stata messa al servizio di una platea d’investitori divenuta nel frattempo assai ampia (oltre 750mila clienti). E dall’alto di masse amministrate imponenti che ne fanno la prima private banking del paese sta iniziando una nuova avventura di cui già si intravvede la direzione: un ‘espansione all’estero già avviata e chissà se, per accelerare ulteriormente il percorso di crescita, non possano riemergere un giorno i mai sopiti progetti di quotazione. R.SA

Riccardo Sabbatini
Riccardo Sabbatini
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