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Private banking, la ricchezza che fa bene all'economia

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Fabrizio Fornezza
Fabrizio Fornezza

10 Dicembre 2018
Tempo di lettura: 3 min
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Gli italiani sono sempre più pragmatici nei confronti della ricchezza gestita da pochi. L’industria del private banking ha dunque una missione sociale: essere al fianco dei propri clienti nella gestione degli investimenti a supporto dell’economia del Paese.

I ricchi sono utili al Paese? Ci sono stati tempi in cui la ricchezza, benché ricercata da tutti, era vilipesa e stigmatizzata pubblicamente. La stessa industria finanziaria che serve i benestanti, il wealth management ed il private banking è spesso stata prudente nell’affermare ad alta voce la propria utilità sociale. Ma oggi qualcosa sembra cambiato.

Alcune ricerche sembrano indicare che gli italiani stanno assumendo un atteggiamento più pragmatico verso la ricchezza detenuta da pochi, a patto che questa venga gestita tenendo conto non solo dell’interesse privato (la massimizzazione del rendimento a rischio definito) ma anche della costruzione della pubblica virtù: gli investimenti per lo sviluppo del Paese, ad esempio. Il dato sarebbe una notizia, se pensiamo al retroterra culturale cattolico su questi temi o al substrato anticapitalistico del Paese, forti nei decenni scorsi ed ancora oggi duri a morire. D’altronde è la stessa posizione che gli italiani esprimono verso il sistema di impresa. L’etica sta diventando sempre di più una variabile strategica e non solo un nice to have da abbinare a comportamenti disinvolti nella propria attività caratteristica, senza badare troppo alla coerenza fra il dire ed il fare. La disponibilità dell’opinione pubblica non sembra mal riposta. I clienti del private banking sono per definizione coinvolti e disponibili verso l’economia reale del Paese. Tecnicamente, gli investimenti nell’economia reale dei clienti private potrebbero essere ulteriormente ampliati, considerando la contenuta quota di “prodotti illiquidi” detenuta al momento (dal private equity & debt, fino al venture capital, oggi ben sotto l’1% nel portafoglio medio). Ma porre il problema del ruolo sociale della ricchezza e dell’industria che la serve, il Private Banking, significa ricordare che esso va ben oltre il tema dell’investimento nei prodotti illiquidi. I clienti del pb, ad esempio, sono per definizione dei sostenitori dell’economia reale di questo paese. Non meno di 6 clienti del PB su 10 sono imprenditori. Per definizione, quindi, investono direttamente in aziende e nell’economia italiana. I loro investimenti anzi rappresentano una forma di diversificazione rispetto al focus principale: la propria azienda e, per proprietà transitiva, l’economia italiana. L’investimento dell’imprenditore nell’impresa italiana sembra anzi aumentato: le ricerche Eumetra testimoniano una crescita dell’autofinanziamento nell’impresa da parte dell’imprenditore negli anni post crisi: anche questo è ruolo sociale.

Non va dimenticato poi il supporto dato dal private banking al mondo dell’economia italiana quotata (grandi imprese di sistema e PMI), sia attraverso i fondi azionari classici sia attraverso i PIR. Ma anche il supporto al debito pubblico – attraverso la sottoscrizione dei relativi titoli – rientra nelle scelte di sostegno al paese non meno importante per la sostenibilità del sistema Italia. Alla luce di questa forte sfaccettatura del contributo della ricchezza italiana allo sviluppo del paese sarebbe ingeneroso dunque valutare il suo ruolo unicamente attraverso un’analisi della quota di prodotti illiquidi nei portafogli del cliente Private. Se la ricchezza italiana ha un così forte legame con il Paese ed il suo sviluppo, anche all’industria del private banking va riconosciuta una missione sociale che va ben oltre la soddisfazione dei bisogni dei suoi clienti. E’ al fianco dei suoi clienti nella gestione degli investimenti a supporto del Paese: sia verso le aziende quotate che quelle non quotate, nascenti o già solide, così come a supporto e stabilizzazione dell’italian debt. Non solo. Il suo ruolo riguarda anche la possibilità di orientare la ricchezza verso investimenti socialmente utili (SRI) in Italia e nel mondo, in forme generiche o finalizzate. Si vedano ad esempio gli obiettivi 2030 Onu: per molte aziende globali un asset potenziale di posizionamento della propria attività caratteristica, basti vedere come è cambiata la comunicazione nel mercato del caffè a livello internazionale. Senza dimenticare la capacità di organizzare la charity o gli investimenti in cultura dei suoi clienti. Anche qui, sia in senso diretto, come il fund raising ad esempio, sia indiretto: il supporto ai clienti per la costruzione di fondazioni no profit ad esempio. Il ruolo sociale dell’industria riguarda anche la capacità di rendere sostenibile la ricchezza nella trasmissione dei patrimoni, aiutando le famiglie a non disperdere gli stessi ed andare oltre la generazione del fondatore. Generare “Old Money“ dal “New Money” richiede un lavoro di coaching delle generazioni di clientela, allenandole al ruolo. Sembra un aspetto meramente privato ma si lega ad esempio al tema della capacità di rendere sostenibile nel tempo il sistema d’impresa (passaggio generazionale) garantendo un futuro alle aziende di proprietà degli stessi imprenditori e clienti del wealth management. Combattere la dispersione del capitale produttivo creato nel tempo, rimediare al nanismo d’impresa italiano, dare alternative alla cessione al capitale estero per mancanza di visione e governance adeguata: tutti aspetti molto concreti della mission di supporto allo sviluppo del Paese da parte dell’industria del wealth management.

Il supporto dell’industria del wealth management prende anche le forme della microeconomia. La capacità di dare un sostegno intelligente ai progetti di vita dei clienti, la protezione dei destini individuali dagli eventi avversi è parte del ruolo sociale, perché contribuisce a stabilizzare la società, anche attraverso il supporto ai singoli destini individuali. Tutta la buona finanza può rivendicare questo ruolo, quando aiuta le famiglie a progettare positivamente il futuro. Di certo il segmento del pb non è (o non deve essere) secondo a nessuno in questa opera. Senza dimenticare, infine, il piccolo dettaglio della capacità di alimentare il fisco italiano con risorse fornite proprio dagli investimenti della ricchezza: facile dire che un segmento che governa almeno 800 miliardi ogni anno, mediamente contribuisce – con la normale tassazione delle attività finanziarie investite – con importi che assomigliano all’importo di una discreta manovra finanziaria annuale.

In sintesi la ricchezza italiana e l’industria del wealth management hanno un compito sociale importante. Lo hanno oggi nei fatti. Non sempre questo ruolo è stato rivendicato dal pb, non sempre è stato riconosciuto dall’opinione pubblica. Ma il bilancio sociale della ricchezza e della sua industria alla luce di quello che fa – potrebbe essere molto completo ed articolato. C’è ampio spazio per valorizzare questo ruolo ben oltre quanto fatto finora. In fondo, “ricco non è solo bello”; è soprattutto “buono”, o meglio socialmente utile.

Fabrizio Fornezza
Fabrizio Fornezza
Sociologo, imprenditore, ricercatore sociale e di mercato. Laureato in Scienze Politiche e Sociali all’Università di Milano, dal 2015 è presidente di Eumetra Monterosa, l’istituto italiano di ricerca sui temi del mutamento sociale e dell’innovazione.
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