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Cordusio, la qualità è resiliente (e sostenibile)

Cordusio, la qualità è resiliente (e sostenibile)

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Pieremilio Gadda
Pieremilio Gadda

24 Giugno 2020
Tempo di lettura: 5 min
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  • Per innovare, spiega Rudelli, bisogna essere un po’ visionari, intuire i trend del futuro, farsi trovare pronti, trasformare le sfide in opportunità.

  • La qualità va oltre i criteri prettamente finanziari: avere poco debito, un bilancio solido, utili e margini stabili è una condizione necessaria, ma non sufficiente.

  • Un management di qualità si riconosce ponendosi domande come queste: quanto l’azienda investe in innovazione e ricerca? Si avvale di advisor esterni? Lavora con le università?

Guardare alle aziende che fanno innovazione non significa chiudersi nel recinto dei titoli tecnologici. Ma interpretare l’investimento analizzando in profondità il management. Significa misurarlo attraverso parametri non solo quantitativi. Roberta Rudelli, responsabile Fund Selection di Cordusio sim e di UniCredit wealth management spiega perché

Innovazione, qualità, sostenibilità. C’è un filo sottile che, unendo queste tre parole, suggerisce un approccio agli investimenti improntato alla resilienza, particolarmente adatto a momenti di forte incertezza sulla traiettoria dell’economia e dei mercati, com’è l’attuale. Tutto parte dal concetto di innovazione. “In automatico tendiamo ad associarlo alla tecnologia. Ma è un errore”, spiega Roberta Rudelli, responsabile Fund Selection di Cordusio Sim e di Unicredit wealth management. “In un mondo che è soggetto a mutamenti continui, l’innovazione è ovunque, permea qualsiasi settore e area di attività. E lo vediamo a maggior ragione in momenti di crisi”.

Cosa significa allora fare innovazione?

Innovare significa muoversi, evolvere, adattarsi a un mondo che cambia velocemente. Per innovare bisogna essere un po’ visionari, intuire i trend del futuro, farsi trovare pronti, trasformare le sfide in opportunità. Vale per tutti i settori dell’economia e del mercato.

 

Come si interpreta questo concetto in ottica d’investimento?

Cercando di identificare per tempo le aziende di qualità e i gestori che vi investono. Noi ad esempio, attraverso un constante monitoraggio del mercato e solide partnership con gli asset manager riusciamo a identificare nuove opportunità e possibili trend interessanti anche a costo di essere un po’ in anticipo sui tempi. La relazione con Candriam, ad esempio, risale a prima della nascita di Cordusio Sim in quanto era già un partner di Unicredit in Germania per le strategie ESG.

Come si distingue un’impresa di qualità dalle altre? E cosa c’entra l’innovazione?

La qualità, come la intendiamo noi, va oltre i criteri prettamente finanziari: avere poco debito, un bilancio solido, utili e margini stabili è una condizione necessaria, ma non sufficiente. Bisogna guardare anche alla qualità del management e questa si misura attraverso parametri non solo quantitativi.

Come si riconosce un management vincente?

Quanto investe in innovazione e ricerca? Si avvale di advisor esterni? Lavora con le università? È capace di guardare avanti, di porsi nuovi obiettivi anche se l’azienda che guida ha una posizione dominante sul mercato? La risposta a queste domande offre alcuni indizi preziosi che consentono ai gestori di capire se il management è di qualità. A noi piacciono i money manager che utilizzano questo approccio in modo sistematico. Di norma gestiscono portafogli abbastanza concentrati. Perché se si guarda alla qualità, e si ha bene in mente come e dove cercarla, non ha senso replicare un indice di riferimento con centinaia, migliaia di nomi. Grazie a una ricerca strutturata e al confronto con i manager, si possono mettere a fuoco le aziende migliori, senza rinunciare al principio della diversificazione.

Sono caratteristiche che qualsiasi investitore, forse, vorrebbe avere nel proprio portafoglio. Ha senso avere l’intero patrimonio investito secondo queste coordinate?

In un certo senso sì. I fondi che utilizzano l’approccio quality investono in aziende tendenzialmente più resilienti, che soffrono meno in fasi critiche. E non di rado ne escono rafforzate.

Che rapporto c’è tra qualità e sostenibilità?

Molto stretto, se guardiamo alla sostenibilità nel modo giusto.

Qual è il modo giusto?

L’approccio iniziale alla sostenibilità era basato sui criteri di esclusione: venivano estromessi dall’universo investibile settori come le armi, il tabacco, la pornografia. L’innovazione ha portato a interpretare la sostenibilità in modo più sofisticato, integrando l’analisi dei parametri strettamente finanziari con i fattori Esg (Environmental, social, governance): le aziende sostenibili sono quelle che, per esempio, sono attente alla tutela ambientale, si impegnano in programmi di valorizzazione della diversity, mostrano una governance trasparente ed equilibrata. Sono aziende che crescono in modo sano, meno esposte a tensioni, conflitti d’interesse, sanzioni. Sono quindi meno vulnerabili.

L’integrazione tra analisi tradizionale ed Esg si traduce in un efficace strumento di gestione dei rischi non strettamente finanziari?

Sì, e lo si vede abbastanza chiaramente nei risultati dei fondi sostenibili rispetto a quelli tradizionali: si nota una sovraperformance, in particolare, nei momenti di negatività. Attenzione però, i fondi sostenibili non sono tutti uguali. Il regolatore europeo non ha ancora inquadrato la cornice normativa né prodotto una definizione univoca che consenta di identificare senza equivoci gli investimenti sostenibili dal punto di vista ambientale, sociale e di governance. Bisogna essere in grado di distinguere chi fa sul serio – i gestori che applicano i filtri di analisi Esg in modo strutturato, partecipano alle Assemblee degli azionisti e votano contro, fanno engagement, cioè intrattengono con i manager delle aziende in cui sono investiti un dialogo costruttivo per migliorarne il profilo di responsabilità sociale e ambientale – da tutti gli altri.

Come si fa?

Per capire se il gestore di un fondo è concretamente e convintamente impegnato a investire in modo sostenibile, bisogna incontrarlo, analizzare il processo d’investimento. Unicredit wealth management ha approcciato l’investimento sostenibile in modo strutturato dal 2017 con un vero e proprio processo dedicato a queste strategie. Siamo partiti dall’esperienza dei nostri colleghi in Austria e Germania partendo dal loro processo di analisi e valutazione, per poi renderlo costantemente più attuale e coerente con il concetto di ESG che conosciamo oggi. Inoltre, per tenere in considerazione le preferenze di ciascun paese legate alla cultura e alla storia, abbiamo uno specialista ESG in ogni Paese che, nell’ambito della selezione dei fondi, aiuta a identificare gli strumenti che interpretano la sostenibilità in modo più rigoroso.

Qual è il riscontro da parte degli investitori?

Inizialmente l’interesse era vivo soprattutto tra gli istituzionali, ma oggi sempre più spesso attrae anche gli investitori privati. Merito anche delle performance registrate nei momenti più difficili della recente crisi sui mercati. Non significa che i fondi sostenibili non risentano delle fasi di sell-off. Ma tendono a essere più resilienti, anche in termini di flussi: chi ha questi strumenti in portafoglio preferisce restare investito, di norma, perché ha capito di avere tra le mani un investimento di qualità. Anche a questo serve l’innovazione.

 

 

 

Pieremilio Gadda
Pieremilio Gadda
Direttore del magazine We wealth. Nato a Brescia, giornalista professionista, ha coordinato la redazione di Forbes Italia da gennaio 2018 a settembre 2019. Collabora con l’Economia del Corriere della Sera e Milano Finanza. Caporedattore del Magazine AdvisorPrivate tra il 2015 e il 2017, in passato ha scritto per l’Espresso, il Mondo, il Messaggero, Capital, Patrimoni, Panorama, Mf e Wall Street Italia. È laureato in Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano
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