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Unicredit, ipotesi scissione per scongiurare il rischio Italia

Unicredit, ipotesi scissione per scongiurare il rischio Italia

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Francesca Conti
Francesca Conti

21 Novembre 2018
Tempo di lettura: 3 min
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  • Un’eventuale Unicredit tedesca avrebbe probabilmente un rating più elevato di quello attuale

  • Unicredit ha risposto con un ‘no comment’ alle indiscrezioni del quotidiano

Secondo le indiscrezioni riportate da Il Sole 24 Ore, il gruppo guidato da Jean Pierre Mustier potrebbe valutare una scissione. Si creerebbero così un polo italiano e uno basato in Germania, che raggruppa le attività all’estero dell’istituto

Tra i 31 piani della Torre che sovrasta piazza Gae Aulenti circola da qualche settimana una nuova ipotesi. Un piano B che potrebbe tutelare l’istituto dai rischi di un’Italia in balia della febbre chiamata spread. Secondo quanto riporta Il Sole 24 Ore tra i vertici di Unicredit circolerebbe infatti l’ipotesi – elaborata da una banca d’affari – di scindere in due il gruppo: da una parte le attività italiane, dall’altra quelle estere. Unicredit fuori dall’Italia comprende Germania, Austria, Centro Est Europa, Russia e Turchia. Sempre secondo quanto fa sapere il quotidiano economico-finanziario, sarebbe frazionata la divisione corporate & investment banking (Cib), confluendo in maggior misura nella Unicredit estera, che molto probabilmente avrebbe sede in Germania.

Le fonti ufficiali hanno già risposto con un “no comment”, ricordando che l’orizzonte del piano triennale Transform 2019 dell’istituto è all’insegna di ‘One Bank’. Lo slogan con cui l’amministratore delegato Jean Pierre Mustier aveva lanciato la strategia del gruppo, infatti, era stato proprio “One Unicredit, One bank”. Il destino di questo piano di scissione potrebbe sempre essere quello di restare uno dei tanti studi di fattibilità esaminati dalle banche prima di essere accantonati. Ma resta la possibilità che invece si trasformi in progetto esecutivo.

Il punto di partenza del progetto, secondo Il Sole, è la constatazione “di quanto il rischio Italia pesi sulla valutazione dell’intero gruppo che, a meno di due anni dall’aumento di capitale da 13 miliardi finanziato dal mercato e dopo cessioni per 9 miliardi, ha visto scendere la capitalizzazione di Borsa ad appena 24 miliardi”. Escludendo le recenti svalutazioni in Turchia – considerate frutto di una crisi transitoria – il recente downgrade dell’istituto, sottolinea sempre il Sole, “è attribuito dagli investitori al rischio Italia, che rischia di appesantire anche in prospettiva la valutazione di un gruppo che invece ha oltre la metà dell’attivo fuori dai confini italiani“.

Le ‘zavorre’ italiane in pancia a Unicredit rilevate dal quotidiano economico sono tre, ovvero il portafoglio di crediti deteriorati, lo spread ormai stabile oltre i 300 punti base che brucia capitale di vigilanza e il rating della holding intaliana “che in caso di declassamento del Paese nei primi mesi del 2019, potrebbe peggiorare il merito di credito dell’intero gruppo”. Un’eventuale Unicredit con base in Germania avrebbe un rating molto più elevato di quello attuale, miglioramento che si rifletterebbe nel costo del funding, l’approvigionamento di denaro da parte degli istituti.

Il piano B sul tavolo dei manager di Gae Aulenti aumenterebbe valore se si considera che nell’istituto “c’è forte preoccupazione – più che in altre banche, dove è meno accentuata la natura di public company nelle mani degli investitori – per lo sfarinamento del valore di marcato”. Ma quale sarebbe la sorte dell’ipotetica nuova Unicredit italiana? Il quotidiano ricorda che con 2.516 filiali e 143 miliardi di prestiti alla clientela il gruppo si posizionerebbe come dimensione alle spalle di Intesa Sanpaolo, ma “con una maggiore esposizione alle dinamiche del Pil italiano, non avendo proprie società prodotto nell’asset management e nelle assicurazioni”. Se l’ipotesi andasse in porto infine, verrebbero meno le prospettive di sviluppo del gruppo in una realtà paneuropea, più volte sostenute dallo stesso Mustier. Oppure, semplicemente, farebbero le valigie per Berlino.

Francesca Conti
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