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Jupiter Am: il potere delle idee

Jupiter Am: il potere delle idee

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Pieremilio Gadda
Pieremilio Gadda

13 Gennaio 2020
Tempo di lettura: 5 min
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  • Andrea Boggio di Jupiter spiega la nuova strategia che la società porterà avanti nel 2020

  • Negli ultimi tre anni, sono arrivati nel team di Jupiter Am l’ex managing director di Jp Morgan Am, Talib Sheikh, Alejandro Arevalo, da Pioneer, Mark Heslop e Mark Mark Nichols, da Columbia Threadneedle, per citare solo alcuni dei nomi più noti

L’autonomia che ogni gestore ha nel prendere decisioni d’investimento, senza vincoli legati a una view della casa, è tra i punti di forza di Jupiter Am, società di gestione con masse pari a 51,3 miliardi di euro

Per un gestore di talento, niente ha più valore della propria libertà di pensiero. “Significa poter decidere come investire, nel rispetto dei presidi di gestione del rischio, Ça va sans dire, facendo forza sulle proprie idee. Da noi funziona così. In Jupiter non abbiamo un tradizionale capo degli investimenti. Non esiste una house view ai quali tutti i money manager debbano uniformarsi. Non ci sono vincoli per i fondi che non siano quelli regolamentari. Ogni gestore è autonomo. E questo consente anche di esprimere idee contrarian, in forte distonia con il coro delle opinioni prevalenti sul mercato”, spiega Andrea Boggio, country head di Jupiter asset management, società con 51,3 miliardi di euro in gestione (dato al 30 settembre 2019), fondata nel Regno Unito 34 anni fa e oggi presente in Europa, Asia, America Latina e Usa. È l’approccio descritto da Boggio ad aver convinto alcune star della gestione del risparmio ad unirsi al team di Jupiter: tra gli altri, negli ultimi tre anni, sono arrivati l’ex managing director di J.P. Morgan am, Talib Sheikh, Alejandro Arevalo, da Pioneer, Mark Heslop e Mark Mark Nichols, da Columbia Threadneedle, per citare solo alcuni dei nomi più noti.

“La pluralità di visioni – puntualizza Boggio – favorisce una fisiologica diversificazione dei rischi: se la view della casa è sbagliata che succede? A pioggia, tutte le gestioni saranno viziate dagli stessi errori di previsione e valutazione. D’altra parte le strategie high conviction, basate su una radicata convinzione e su una gestione molto attiva, appartengono al nostro dna. Evidentemente siamo anche bravi a scegliere i gestori con buone idee: negli ultimi anni la percentuale dei nostri fondi che si è posizionata nel primo e nel secondo quartile, in termini di performance, oscilla tra il 75% e l’80%. E la capacità di esprimere una sovra-performance è persistente”.

Il 2019 è stato l’anno dello storico sorpasso degli strumenti passivi sulla gestione attiva per l’azionario americano. Lo spazio per i bravi gestori attivi è destinato a comprimersi ulteriormente?

Siamo convinti di no. E come noi la pensano anche gli analisti di Boston consulting group, che nell’ultimo report sulle prospettive dell’asset management a livello globale hanno previsto una crescita del 31%, da 13mila miliardi a 17mila miliardi in cinque anni, per gli asset manager con forti specializzazioni. Continuerà ad esserci bisogno di gestori come noi.

Il mercato italiano dell’asset management, però, è affollato di molti operatori. E voi siete arrivati nel 2016…
In ritardo, forse sì. Ma con l’ambizione di diventare uno dei player di riferimento per l’industria del risparmio. Abbiamo lavorato in modo certosino sulla comunicazione ottenendo un ottimo risultato in termini di posizionamento del brand. Ci siamo fatti conoscere rapidamente dai fund buyer. E in questo, la notorietà dei nostri prodotti a livello internazionale ha reso le cose più semplici. Oggi l’80% delle nostre masse in Italia è riconducibile al segmento wholesale (gestioni patrimoniali, fondi di fondi ecc.). I clienti istituzionali valgono il 10% dei volumi. Un altro 10% è retail: abbiamo sottoscritto accordi importanti con alcune tra le più prestigiose banche private. E anche nel mondo delle unit linked ci siamo fatti notare. I nostri piani per il futuro sono di continuare a crescere in tutti e tre i segmenti.

Dove si concentreranno gli sforzi di sviluppo commerciale?

Per il retail avremo un occhio di riguardo. Non sarà compito facile, però: la direttiva Mifid2 ha aumentato i costi operativi al capitolo product governance, che impone a produttori e distributori nuovi obblighi al fine di garantire un migliore allineamento tra le caratteristiche degli strumenti proposti e il profilo degli investitori. Il risultato è stata una razionalizzazione dell’offerta da parte degli intermediari, che oggi tendono a mantenere una relazione privilegiata con un numero inferiore di case prodotto. È sempre più difficile rientrare nella rosa magica delle grandi reti…

Questo trend è iniziato da tempo, direi dal 2016. In un mercato con 180 player, se sei un asset manager come tanti non vai da nessuna parte. Devi essere molto bravo in quello che fai. Noi siamo un asset manager puro, abbiamo un interesse esclusivo sulla gestione del risparmio, il nostro focus è su 20 strategie. L’enfasi sull’autonomia dei gestori e la qualità dei prodotti è un elemento riconoscibile della nostra offerta. E per farci largo nel mondo della distribuzione, stiamo anche puntando su una nuova strategia.

Quale?

Accanto agli accordi distributivi standard, stiamo lavorando a partnership dedicate che ci consentono di sviluppare un rapporto molto più esclusivo.

In che modo?

Il modello della sub-advisory ci piace molto. Possiamo offrire le nostre competenze e i nostri gestori in esclusiva a una determinata rete di consulenza per un mandato ad hoc su singoli comparti. Lo abbiamo già fatto con uno dei maggiori player in Italia. E credo che questa componente del business possa crescere nei prossimi anni fino a rappresentare il 30/50% della raccolta.

Quante persone lavorano allo sviluppo commerciale in Italia?

Sette persone, cinque in Italia e due da Londra.

Brexit avrà un impatto sul vostro business?

Jupiter ha da diversi anni una sicav di diritto lussemburghese trami- te la quale investono tutti i principali clienti fuori dal Regno Unito. Quindi possiamo dire che Brexit non è un grande mal di testa per noi. Abbiamo rafforzato la struttura della nostra sede di Lussemburgo, ma non vi sono stati e non vi saranno impatti per i clienti.

Su quali strategie sta puntando l’asset manager, in tema di sviluppo commerciale?

Non esiste una strategia unica, perché quello che abbiamo detto per le gestioni di portafoglio vale anche per i country head: c’è grande autonomia.

Nel caso dell’Italia su cosa state lavorando?

Come sempre cerchiamo di cogliere opportunità di mercato dove esistono spazi per crescere. Ad esempio abbiamo notato che, negli ultimi tempi, le gestioni flessibili sul mondo governativo sono considerate démodé da molti player.

Complici le condizioni di mercato che hanno spinto in territorio negativo i rendimenti di qualcosa come 15mila miliardi di dollari di titoli di Stato.
È così. Ma ci sono vari modi per catturare valore dalle emissioni governative, lavorando sulla duration, spaziando ad ampio raggio in termini geografici, adottando un approccio tattico e dinamico. Siamo convinti di saperlo fare molto bene e quindi stiamo studiano il lancio di un fondo obbligazionario flessibile focalizzato sui Treasury.

I millennial stanno contribuendo a trasformare il mondo dei consumi, imponendo alle aziende di molti settori un cambio di passo nel proprio modello di business. Come viene interpretato questo tema in Jupiter?

La nostra strategia dedicata all’innovazione finanziaria, è molto attenta alle opportunità in campo tecnologico che interessano in particolare la fascia più giovane di consumatori: si pensi ad esempio ai sistemi di pagamento. Il nostro fondo “flagship” obbligazionario, fonda il proprio pensiero macroeconomico su tre trend di lungo periodo, con la “D”: demografia, disruption e debt. La prima “D” è proprio riferita agli impatti legati al ricambio generazionale e all’invecchiamento della popolazione.

Sul tema degli investimenti sostenibili avete qualche progetto in cantiere?

Sa quando abbiamo lanciato il primo fondo tematico sull’ecologia?

Quando?

Nel 1988. Siamo stati i primi in Europa. Il prossimo passo è sviluppare un minimo comun denominatore in termini di sostenibilità su tutte le nostre strategie. Ci stiamo lavorando.

Sarà un vincolo per i gestori?

Mi piace pensare che la loro libertà di pensiero rimane il nostro asset più pregiato.

Pieremilio Gadda
Pieremilio Gadda
Direttore del magazine We wealth. Nato a Brescia, giornalista professionista, ha coordinato la redazione di Forbes Italia da gennaio 2018 a settembre 2019. Collabora con l’Economia del Corriere della Sera e Milano Finanza. Caporedattore del Magazine AdvisorPrivate tra il 2015 e il 2017, in passato ha scritto per l’Espresso, il Mondo, il Messaggero, Capital, Patrimoni, Panorama, Mf e Wall Street Italia. È laureato in Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano
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