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Vontobel, gestione attiva per il valore intrinseco delle società

07 Ottobre 2019 · Riccardo Sabbatini · 5 min

Matteo Villani, head of asset management Italy del gruppo svizzero Vontobel, spiega la strategia con la quale le masse gestite sono aumentate dai 190,7 miliardi di franchi del 2014 ai 272,2 miliardi del 1° semestre 2019. L’Italia è uno dei paesi in cui il gruppo punta di più

Più che il ritorno sugli investimenti a noi interessa il ritorno degli investimenti. Seguiamo con scrupolo le due regole di Warren Buffet. La prima: non perdere denaro; la seconda: ricordarsi della regola n.1”. Matteo Villani, head of asset management Italy di Vontobel, fa ricorso al celebre decalogo dello “oracolo di Omaha” per spiegare come la maison svizzera è riuscita ad aumentare notevolmente le masse gestite negli ultimi 5 anni – dai 190,7 miliardi di franchi del 2014 ai 272,2 miliardi del primo semestre 2019 – dando allo stesso tempo soddisfazione ai propri investitori.

“Nell’arco di tempo tra il 2005 ed oggi – sottolinea – nessuno dei clienti investiti, ad esempio nella strategia Global Equity, ha perso soldi, eppure è stato un periodo attraversato dalla crisi della finanza globale e da quella dei debiti sovrani”.

La divisione di asset management è quella, tra le tre aree di business in cui il gruppo è presente (wealth management e investment banking completano il trittico) da cui Vontobel ricava i maggiori margini: 86 milioni a fine giugno rispetto ai circa 150 totali. A We Wealth Villani spiega come è nata questa attività alla fine degli anni ‘80, come si è sviluppata nel tempo e quali sono i nuovi traguardi di crescita.

Anche in Italia, che ormai rappresenta (con 11,6 miliardi di asset totali in gestione) il terzo paese per importanza del gruppo, nell’Europa continentale, dopo Svizzera e Germania. “Vontobel è il nome della famiglia di agenti di cambio da cui il gruppo è nato e che ancora oggi detiene oltre il 50% della società (il resto delle azioni è quotato alla borsa di Zurigo).

Ebbene alla fine degli anni 80, appunto, il gruppo entrò nel mercato Usa, inizialmente per avviare un’attività di wealth management, ma ben presto si rese conto che era difficile per gli americani investire direttamente in gruppi stranieri. Si decise così di cambiare il business model in quello di asset management.

A quel tempo le masse in gestione erano assai limitate, appena 50 milioni di dollari. Come gestore principale arrivò Edwin Walczak, che ancora oggi fa parte del nostro gruppo che si ispirava a Buffet ed al suo maestro Benjamin Graham.

Buffet, sempre lui!

Sì, il principio ispiratore è stato quello di ricercare il valore intrinseco di una società, acquistandone le azioni prima che quel valore fosse completamente apprezzato dal mercato. In questo paradigma abbiamo incluso anche la variabile della crescita, andando alla ricerca delle società che mostravano una maggiore velocità di incremento degli utili così da rientrare più velocemente nell’investimento iniziale. Siamo insomma nati e cresciuti come gestori attivi.

Pensiamo che la nostra attività debba portare un valore aggiunto ai nostri clienti. Diamo priorità ai nostri obiettivi di investimento ed ai nostri team di gestione alla ricerca di alpha, cioè di quel valore in più rispetto a quello espresso dal mercato.

E’ stata un’intuizione vincente?

Direi di sì, seguendo questo principio siamo diventati tra i gestori stranieri più attivi in Usa. Oggi seguiamo sei strategie azionarie long only: un fondo globale, i fondi Usa, Europa, emerging markets, e Asia Pacific. Ci caratterizza un processo di investimento molto semplice, uno stile ben definito e portafogli concentrati. Facciamo molta ricerca fondamentale, abbiamo un team di 31 persone e, partendo da uno screening di 50mila società teoricamente investibili, arriviamo a selezionarne 250.

Togliamo innanzitutto quelle che non fanno almeno 50 milioni di utili e poi le scrutiniamo con parametri qualitativi: la posizione di mercato, la qualità del management, la corporate governance. Abbiamo un foglio di calcolo, che chiamiamo bullshit eliminator, che progressivamente screma il numero di società sotto osservazione adottando parametri sempre più stringenti.

Quali società sono preferite da Vontobel?

Cerchiamo imprese quotate attive in business semplici non soggetti a obsoloscenza, ad esempio consumi di massa (Nestlè, Unilever) e alcune società di information e media technology come Alphabet. Scartiamo invece quelle in cui gli utili debbono essere tutti reinvestiti per non perdere il passo con l’evoluzione tecnologica o quello, ad esempio le energetiche, i cui profitti dipendono da una commodity sottostante che può essere fortemente influenzata da variabili geopolitiche. Guardi quello che è successo in queste settimane con il petrolio dell’Arabia Saudita.

Se questo è il vostro processo di investimento come sono strutturati i team di gestione?

E’ un’altra caratteristica di Vontobel organizzata per boutique indipendenti. A New York c’è quella (Quality growth Boutique) che investe in azioni utilizzando il processo che prima descrivevo con asset in gestione per 32,2 miliardi di franchi. Il team di Zurigo (“Sustainable Equities Boutique”), 10 miliardi di franchi, è specializzato negli investimenti sostenibili che per noi sono fondamentali.

Siamo tra gli asset manager più esposti in questa nuova frontiera (al 3° posto in Svizzera). La sostenibilità non è una moda. Crediamo fortemente che individuare aziende compliant con i fattori Esg da loro un vantaggio competitivo perché rende più sostenibile il loro business nel lungo periodo. Non penalizza la performance, tutt’altro.

Carbone e energia nucleare comportano l’esclusione dai vostri investimenti?

Si, naturalmente nei fondi sostenibili.

E nel reddito fisso come si caratterizza la presenza di Vontobel?

E’ una presenza significativa con masse gestite per 40 miliardi di franchi. Abbiamo due boutique, una a Zurigo e l’altra a Londra. In Svizzera abbiamo progressivamente acquisito ottimi team di gestione, ad esempio sul debito emergente, local currency, sulla componente flessibile.

A Londra, con TwentyFour AM, abbiamo una particolare expertise su tre tipi di investimento. Nel primo, strategic income, cerchiamo i migliori titoli per ritorno atteso risk-adjusted. TwentyFour è poi specializzata sulle emissioni abs (sono tra i più forti in Europa) e sul credito di breve termine e multifactor. E’ una strategia nella quale non si è vincolati ad una classe specifica di asset, si agisce insomma su tutte le classi del reddito fisso con un approccio long only. Per noi l’investimento obbligazionario deve essere decorrelato.

Decorrelato da cosa, dai trend dei mercati finanziari?

Non esattamente. Utilizziamo tecniche per attenuare alcuni fattori di rischio, ad esempio la duration. Oppure prendiamo posizione su un titolo emergente e allo stesso tempo facciamo una scommessa sulla valuta per circoscrivere il primo rischio e ridurre la volatilità complessiva di quel portafoglio. Oppure, quando il mercato è in salute, compriamo volatilità attraverso opzioni sul Vix. In questi contesti di mercato assicurarsi costa poco ma, se cambia il vento, può rivelarsi una protezione molto utile.

Vontobel investe in strumenti liquidi e quotati. Ma non è un limite la mancanza di una strategia anche per il settore del private equity e del private debt?

Convengo che, nel contesto attuale dei mercati, vi sia una richiesta di prodotti private con i quali conseguire un premio di illiquidità nell’ambito di strategie di investimento di lungo periodo. Stiamo sperimentando una situazione del tutto anomala in cui tutto il denaro stampato dalle autorità monetarie equivale al Pil annuale degli Usa. E’ una massa enorme di liquidità che ha portato in un territorio negativo molte delle obbligazioni dei paesi considerati più sicuri. Ben comprendo pertanto i motivi che spingono gli investitori a ricercare strade nuove. Tuttavia non attenuano le nostre perplessità.

Quali?

La prima riguarda l’efficacia della politica monetaria che progressivamente sta perdendo vigore. Quello che viene chiamato il “bazooka monetario” incide sempre meno sulle scelte degli operatori economici. Chi aveva investimenti da fare li ha fatti e non sono pochi basis point in meno dei tassi d’interesse a guidarne le scelte. Inoltre se lo scenario cambia diventerà difficile trattare certi segmenti o settori dei mercati finanziari.

La liquidità, oggi così abbondante, potrebbe inaridirsi all’improvviso come abbiamo già sperimentato in passato. Bisogna avere le spalle robuste, come investitori. I nostri fondi sono completamente liquidi e, per molti asset, utilizziamo anche derivati per poter avere mani libere in qualunque momento. E’ proprio nei momenti di difficoltà che si vedono i migliori gestori.

Allora non è vero che nella notte tutte le vacche sono nere, come diceva Frederich Hegel

Nient’affatto. L’extra-rendimento si fa quando il mercato sta andando male perchè in quel caso un buon gestore contiene le perdite ed è poi più lesto e recuperare le posizioni. La qualità del nostro lavoro emerge nelle fasi di bassa marea quando, se mi consente l’espressione, si vede chi ha il costume e chi no. Noi abbiamo dimostrato di comportarci bene proprio in quei contesti.

I bassi tassi d’interesse sono l’unico rischio a preoccuparla nello scenario presente dei mercati?

Per la verità sono diversi gli squali che nuotano sotto questo mare calmo. Mi preoccupa soprattutto il rallentamento del trend economico globale ed i potenziali effetti della guerra commerciale in corso. E’ questo, probabilmente, il pericolo maggiore. Potremmo trovarci di fronte ad una “giapponesizzazione“ del mondo e non sapremmo come regolarci. D’altra parte è in corso una guerra per la supremazia economica globale. Non finirà tanto presto e con essa dovremo abituarci a convivere.

Anche in Italia sono dislocati i team di gestione di Vontobel?

Sì, dalla nostra sede di Milano seguiamo gli investimenti dei nostri portafogli istituzionali (assicurazioni, casse di previdenza etc.) che rappresentano circa un terzo del nostro business nella penisola. Dall’Italia gestiamo anche una Sicav (“multiasset solution”), un fondo dei fondi che riassume il meglio delle nostre strategie, con un target di volatilità massima del 5 per cento. L’abbiamo lanciato da tre anni e fin dalla nascita era già compliant con le regole di Mifid2, nel senso che non prende commissioni da fondi sottostanti; non vi sono insomma, inducement. La sicav è lussemburghese ma le scelte d’investimento, come ho detto, sono fatte in Italia.

Come distribuite i vostri prodotti nella penisola?

I nostri prodotti sono collocati dalle principali reti di vendita. Allianz, Banca Generali, Fineco, Fideuram, e Intesa Sanpaolo Private Banking solo per fare qualche nome. In aggiunte siamo presenti agli sportelli di alcune delle principali banche.

Le prospettive?

L’Italia è uno dei paesi su cui il gruppo punta di più, è un paese a forte vocazione di risparmio ma caratterizzato, al tempo stesso, da una scarsa propensione agli investimenti. Troppa liquidità, circa 1300 miliardi di euro, è ancora bloccata nei depositi e nei conti correnti. Se fosse affidata a gestori professionali sarebbe preservata e valorizzata nel tempo. In un paese che non cresce o cresce poco il risparmio è soprattutto garanzia di consumi futuri.

Occorrerebbe, da parte dei risparmiatori, anche spostare l’orizzonte di investimento?

Certo il tempo è il più grande amico degli investitori. Abbiamo iniziato la nostra conversazione parlando di Buffet. Mi permetta di concluderla con una citazione di Albert Einstein.

Il celebre fisico? Si intendeva di finanza?

Assolutamente, parlava del “miracolo del composto”. Anche con un piccolo rendimento – diceva – il tempo lavora per te. E’ proprio così ed il messaggio agli investitori è chiaro: “investi, affidati a strategie solide e mantieni nel tempo il tuo investimento”.

Riccardo Sabbatini
Riccardo Sabbatini
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