PREVIOUS ARTICLE NEXT ARTICLE

Le perdite, la trasparenza e la consulenza finanziaria

Le perdite, la trasparenza e la consulenza finanziaria

Salva
Salva
Condividi
we wealth
Paolo Tirabassi

10 Febbraio 2020
Salva

Il valore della rendicontazione periodica nel rapporto con il cliente

L’industria del risparmio non manca di far sentire la propria voce e quella di esperti a favore di una educazione del cliente ad un’ottica di lungo termine. Con statistiche e studi accademici si afferma che l’investitore dovrebbe optare maggiormente per i mercati azionari, trascurare i rovesci di breve e puntare con fiducia sul futuro lontano.

Nella stessa ottica si illustrano le virtù dei piani di accumulo, che liberano dalla preoccupazione del market timing, dichiarata dannosa.

Con un recente intervento sulla stampa specializzata, una autorevole studioso di finanza comportamentale giunge a proporre – lo ammette, come provocazione – di congegnare il contenuto dei rendiconti periodici obbligatori in modo che la performance di breve sia esposta al cliente soltanto nel caso questi esplicitamente lo richieda. E di congegnare le proposte di investimento, di default, come PAC, salvo diversa espressa volontà dell’interessato.

Ritengo utile offrire al riguardo qualche contributo di riflessione, non tanto per mettere in discussione l’assunto che rendimenti importanti richiedano, come metodo, tempo e pazienza. Quanto per focalizzare sul valore della rendicontazione. Forse la mia voce è più modesta ma è formata dall’esperienza di una consulenza erogata ad una clientela varia, attraversando con i clienti sia la crisi dei mutui subprime sia quella del debito governativo in Europa.

È evidente che l’approccio sopra sintetizzato – la messa in secondo piano dei risultati di breve nei rendiconti – confligge in qualche misura con l’impianto fondamentale di trasparenza dettato dal legislatore comunitario con il sistema MiFID. Forse un poco meno evidente è che questo impianto corrisponde anche agli interessi degli investitori reali, nel loro orizzonte temporale concreto.

Non va dato infatti per scontato che tutti gli investitori abbiano un orizzonte temporale di lungo e nemmeno di medio termine. E però l’analisi dei portafogli detenuti da coloro che si rivolgono al nostro Studio mostra che non di rado persone non più giovani hanno allocazioni assai pesate sull’azionario e stanno versando rate di piani d’accumulo su prodotti aggressivi.

Nella realtà poi lo stesso concetto di “termine” ai portafogli di investimento non è così efficace nel cogliere la realtà. Molti risparmiatori non si pongono affatto un termine temporale di disinvestimento e semplicemente accumulano in vista di possibili ed eventuali impieghi futuri oggi non definiti e, in mancanza, per gli eredi. Desiderano tuttavia, ed è un loro diritto, evitare se possibile che il controvalore complessivo dei propri risparmi sia pregiudicato oltre un certo limite. Tanto più è importante questo implicito “stop loss” quanto meno è certo il momento in cui gli attivi saranno disinvestiti.

Infine non possiamo dimenticare la funzione di controllo che la misurazione dei ribassi offre. Senza alcuna cognizione dei “drawdown”, dei ribassi del portafoglio nel breve, si perde un importante elemento di valutazione del rischio assunto. È corretto che questa cognizione sia riservata al consulente, “architetto delle scelte”, ed invece sostanzialmente nascosta all’investitore? Mi pare un approccio che certo toglie qualche problema agli intermediari ma che non va nella direzione di una vera educazione finanziaria. Anzi, nella mia esperienza, il confronto in questi momenti può essere assai utile nel mettere a punto la migliore interazione tra consulente e cliente, in un rapporto che voglia essere realmente continuativo e personalizzato.

La pratica della consulenza professionale mostra che non è certo impossibile condividere con il cliente un approccio paziente nei momenti negativi di mercato, purché l’allocazione sia realmente corretta nel rischio assunto ed efficacemente illustrata nelle sue motivazioni. Certo è fatica, richiede tempo, competenza, empatia. Ma vogliamo davvero “dare valore alla consulenza”?

Il presente articolo costituisce e riflette un’opinione e una valutazione personale esclusiva del suo Autore; esso non sostituisce e non si può ritenere equiparabile in alcun modo a una consulenza professionale sul tema oggetto dell'articolo.

WeWealth esercita sugli articoli presenti sul Sito un controllo esclusivamente formale; pertanto, WeWealth non garantisce in alcun modo la loro veridicità e/o accuratezza, e non potrà in alcun modo essere ritenuta responsabile delle opinioni e/o dei contenuti espressi negli articoli dagli Autori e/o delle conseguenze che potrebbero derivare dall’osservare le indicazioni ivi rappresentate.
Condividi l'articolo
LEGGI ALTRI ARTICOLI SU: La voce del Wealth
ALTRI ARTICOLI