Condividere il patrimonio artistico? Vince l’approccio matrimoniale

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Nei grandi musei internazionali è sempre più diffusa la buona pratica della proprietà condivisa delle opere d’arte. Un modello innovativo di collaborazione culturale e finanziaria fra paesi diversi, improntato alla fiducia. Replicabile in Italia? No, stanti le regole attuali. Ma il cambiamento è iniziato

Nel 1776, il celebre ritrattista inglese Joshua Reynolds (1723-1792) dipinse un quadro intitolato The Portrait of Omai. Il dipinto ritrae un nativo polinesiano che nel 1774 arrivò a Londra a bordo della nave HMS Adventure del capitano Cook. Nella capitale inglese l’uomo divenne celebre, incontrando anche re Giorgio III. Il dipinto, non una commissione, restò nello studio dell’artista fino alla sua morte, rimanendo sempre in mani private.

La sua provenienza è essenzialmente inglese. Rimasto presso il Castle Howard nel North Yorkshire per 200 anni, fu venduto nel 2001 da Sotheby’s per 10 milioni di sterline. Il suo attuale proprietario è il magnate irlandese John Magnier. Nel 2005 il dipinto è stato esposto alla Tate Britain; in seguito, presso la National Gallery of Ireland. Nel 2022 il proprietario chiede al governo inglese una licenza di esportazione per il dipinto, e l’11 marzo 2022 l’Arts Council emette un divieto temporaneo (120 giorni) di esportazione per consentire a un museo o a una istituzione inglese di acquistarlo. Il divieto era estendibile fino a un anno nel caso in cui si fosse manifestata una seria intenzione di acquisto al prezzo di 50 milioni di pound. Il 31 marzo 2023 la National Portrait Gallery di Londra ed il Getty di Los Angeles comunicano di voler acquistare congiuntamente il dipinto, sulla base di un nuovo modello di collaborazione internazionale. Intenzione condivisa e supportata dal proprietario del dipinto, dal ministro della cultura inglese e dai direttori delle due istituzioni.

Giuseppe Calabi

Nel comunicato congiunto del Getty e della National Portrait Gallery, si legge che la collaborazione tra i due testimonia un innovativo modello di proprietà congiunta, che collocherà il dipinto in un contesto transatlantico ricco e sfaccettato. La fruibilità del dipinto del grande ritrattista inglese sarà a beneficio di un pubblico mondiale. La sua cura sarà stabilmente affidata ai due musei, che si alterneranno nella sua esposizione: uno si affaccia sull’oceano Pacifico di Omai, l’altro si trova a breve distanza dallo studio di Reynolds, dove il dipinto fu creato. Non è la prima volta che il modello di comproprietà di opere d’arte tra istituzioni di diverse giurisdizioni viene utilizzato: nel 2015 il Louvre e il Rijksmuseum di Amsterdam acquisirono congiuntamente due ritratti di Rembrandt a un prezzo di 160 milioni di euro per evitare una dispendiosa asta competitiva

Potrebbe questo modello essere adottato anche in Italia ? Guardando alla legislazione vigente la risposta è negativa: se un dipinto si trova in Italia (anche accidentalmente) e il proprietario lo vuole esportare, lo Stato può semplicemente negargli il permesso, dichiarando automaticamente l’opera di interesse culturale, con la conseguenza che dovrà sempre restare in Italia. Prestiti temporanei a beneficio di mostre straniere potranno essere possibili ma normalmente dopo 18 mesi l’opera prestata dovrà essere rimpatriata (art. 71 Codice beni culturali). Il presupposto su cui si regge la normativa italiana: se un’opera presenta un interesse culturale, l’interesse pubblico al suo trattenimento forzoso sul territorio italiano deve sempre prevalere, e qualsiasi interesse concorrente è considerato subalterno o, come spesso indicano i tribunali, “recessivo” rispetto all’interesse pubblico

In base a tale premessa, non si può realisticamente immaginare una proprietà “condivisa” con una istituzione straniera, che dovrebbe accettare di sottostare alle nostre rigide regole. Inoltre, sempre in Italia, l’acquisto di un’opera d’arte da parte di un museo pubblico ne comporta l’attrazione al demanio culturale, che la rende di fatto inalienabile (art. 823 del codice civile): come potrebbe questa regola convivere con un regime di comproprietà internazionale? Ci si possono tuttavia porre alcune domande: non è giunto il momento per il legislatore italiano di rivisitare i propri modelli di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale, immaginando soluzioni di condivisione (sharing cultural heritage)? Quali sono le ricadute in termini di fruibilità e valorizzazione di un’impostazione rigidamente nazionalista della tutela? I casi del Potrait of Omai e dei due dipinti di Rembrandt condivisi dal Louvre e dal Rijksmuseum dovrebbero far riflettere.

Sharon Hecker

Si nota una crescente tendenza a livello internazionale a ripensare il concetto di patrimonio nazionale, a favore di uno meno chiuso. Il valore della comproprietà va oltre l’oggetto, che diventa simbolo di questa relazione. Può aiutare a definire modelli transnazionali di comportamento, dialoghi comuni, programmi di restauro condivisi, prestiti a rotazione.

Per esempio: la National Gallery di Londra e la Dublin City Gallery the Hugh Lane hanno concordato di condividere una collezione controversa di dipinti impressionisti francesi, inaugurando un dialogo sulla “proprietà”. Senza scambi di denaro, il Museo di Belle Arti di Berna e il Musée Granet di Aix-en-Provence stanno condividendo Montagne Sainte-Victoire di Cézanne. La decisione della National Portrait Gallery di condividere il Ritratto di Omai con il Getty è un esempio pionieristico di quello che ho definito altrove “matrimonio culturale”.

Dimostra che le istituzioni stanno prendendo coscienza del fatto che le opere d’arte possano “vivere” in più paesi, e che ci sia un beneficio reciproco dalle collaborazioni ufficiali e durature; non ultimo quello finanziario legato all’acquisire, conservare e fare ricerca su un’opera d’arte. L’etimologia della parola “patrimonio” è pater, “padre” in latino. Storicamente si riferisce alla proprietà della Chiesa o all’eredità spirituale di Cristo, dal latino patrimonium, eredità da un antenato maschio. In un matrimonio, il patrimonio è definito come ciò che viene ereditato: inquadra, controlla, protegge e limita. L’etimologia di “matrimonio”, tuttavia, è un’azione, uno stato o una condizione legata alla mater, la madre. Il matrimonio suggerisce che qualcosa vi sia stato portato dentro: i doni della dote, la vita. Un “approccio matrimoniale” enfatizza l’eredità culturale condivisa, che consente all’arte di dotarsi di un nuovo potenziale relazionale fra paesi, di fertile collaborazione, fiducia, sinergia. Le preoccupazioni per il trasporto e la circolazione delle opere saranno sempre importanti. Tuttavia, anche senza spostare il dipinto con troppa frequenza, un approccio matrimoniale può dar vita a best practices tra istituzioni. Infine, la pratica della condivisione potrebbe stimolare nuove leggi e accordi grazie ai quali eventuali controversie legali potrebbero rispondere a due paesi. Sarà il pubblico a trarre i maggiori benefici da questa comune proprietà, come nel caso della Montagne Sainte-Victoire di Cézanne.

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