Panic selling? Il rischio è perdere i giorni migliori

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Lo constatava Benjamin Graham, noto economista e imprenditore britannico naturalizzato statunitense, affermando che “il problema principale dell’investitore – e persino il suo peggior nemico – è con buona probabilità sé stesso”. Un monito da tenere a mente quando il colore rosso tinge i listini

Dilaga la volatilità, crollano i mercati, aumentano le vendite di alcuni investimenti. Di per sé, un
fenomeno cui gli investitori più navigati hanno già assistito diverse volte negli ultimi decenni. Se
non fosse per il meccanismo irrazionale che sotto sta alla maggior parte di questi disinvestimenti
massicci: il panic selling, ovvero la tendenza a liquidare gli asset più sensibili all’andamento
negativo delle borse, spinti dal timore che il perpetrarsi dei ribassi danneggi ulteriormente i propri
portafogli
. Una scelta che la finanza comportamentale ha ricondotto ad alcuni inconsci meccanismi
della psiche umana, in quanto l’investitore, prima che un homo economicus razionale e super
partes, è in realtà un homo sapiens, un essere umano ‘colpevole’ di provare emozioni e quindi
passibile di sbagli. Tuttavia, arrendersi al panic selling può essere dannoso per gli investitori: essi
dovrebbero quindi resistere a questa urgenza. Ecco perché.

Bear e bull market, parte del normale ciclo d’investimento

“Il panic selling è una reazione naturale a condizioni di mercato turbolente e incerte” spiegano gli
esperti di Lazard Asset Management. “Eppure, con poche eccezioni, è controintuitiva: la storia
dimostra che i mercati alla fine si riprendono dai ribassi, per cui gli investitori che vendono durante
questi periodi probabilmente non potranno beneficiarne. Le ricadute dei mercati azionari sono una
parte del normale ciclo d’investimento, così come le riprese”. Nel gergo finanziario, tale dicotomia
associa i mesi (o meglio, gli anni) di rialzo al vigoroso toro e quelli di ribasso al letargico orso, la
cui alternanza è pressoché una legge anche per la letteratura economica. Dal luglio 1926 al
gennaio 2022, ad esempio, l’indice azionario americano Standard & Poor’s 500 ha registrato circa
14 bull market dalla durata media di 51 mesi, che hanno restituito agli investitori un rendimento
medio del +162% (con picchi record del +417% nel bull market del 1990-1991, riportano gli esperti
di Lazard AM. Nello stesso periodo, altrettanti sono stati i bear market, con una media di durata di
circa 20 mesi e di rendimento del -41%. Nonostante in questi quasi cento anni la media dei rialzi
sia tripla rispetto a quella dei ribassi, se intervistassimo alcuni investitori pochi di essi si
ricorderebbero la soddisfazione dopo un bull market, mentre evocherebbero senza indugi il
dramma dei ribassi, ancora scottati dall’accaduto.

L’investitore? Come l’uomo, teme le perdite e segue la massa

Sebbene siano riconosciuti come movimenti ‘normali’, i pullback (calo del 5-10%, solitamente a
breve termine), le correzioni (dopo cali del 10-20%, si possono protrarre per mesi) e i bear market
(declini di almeno il 20% dal precedente picco positivo, della durata di almeno due mesi e spesso
accompagnati da situazioni sfavorevoli come le recessioni) alimentano infatti la paura degli
investitori, scatenando comportamenti irrazionali
. Tra i cardini dell’economia comportamentale, la
Prospect theory (1979) del duo Kahneman & Tversky ci ha insegnato che le perdite vengono
percepite con più forza rispetto a guadagni della stessa entità, un fenomeno da essi definito ‘loss
aversion’, ovvero avversione alle perdite. Numerose pubblicazioni dopo questa ricerca hanno
evidenziato altri comportamenti capaci di spingere il panic selling, come l’herd instinct, ovvero la
tendenza di adeguarsi al comportamento degli altri per timore di rimanere indietro rispetto al
consenso della massa. Una tendenza che può portare a vere e propri disastri: “il panic buying o il
panic selling motivati dall’herd instinct possono associarsi allo scoppio di bolle o a collassi dei
mercati: la bolla delle Dot-com alla fine degli anni Novanta e inizio Duemila ne è un esempio da
manuale”.

Panic selling, il rischio è perdere i giorni migliori

Tuttavia, “predire oggettivamente la probabilità di un collasso dei mercati con pura logica e
assenza di emozioni è virtualmente impossibile
” continuano da Lazard AM. Così come è “difficile –
e rischioso – provare a batterli sul tempo (il cosiddetto ‘market timing’, ndr)”. È quindi vitale che gli
investitori resistano all’urgenza di liquidare i propri asset in perdita, soprattutto se l’orizzonte di
investimento rimane focalizzato sul lungo periodo
. “Una vendita prematura può infatti danneggiare
un portafoglio se i giorni migliori venissero persi a causa di un’uscita preventiva spinta dalla paura.
Storicamente, infatti, questi tendono a cadere nel mezzo (o nelle immediate vicinanze) di un bear
market”.

Panic selling, meglio non cedere alla tentazione

“La volatilità attuale nei mercati globali è comprensibilmente spaventosa per gli investitori. Tuttavia,
non crediamo che il panic selling – una mossa spinta spesso dall’emozione invece che dalla logica
– sia la risposta. Pullback, correzioni e bear market sono tutti parte di un ‘normale’ ciclo di
investimenti e la storia ci ha mostrato ripetutamente che non durano per sempre. Gli investitori che
sono disposti ad aspettare
(e a provare il temporaneo malessere di un ribasso, anche se tutti gli
altri vanno nella direzione opposta) tendono a beneficiarne” concludono dalla società.

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