La saga dei bronzi del Benin: guarire le ferite del passato

Cristina Riboni
Cristina Riboni
11.3.2022
Tempo di lettura: 3'
Le celebri sculture bronzee sono ora in via di restituzione. Ha senso togliere opere del genere da musei celebri per collocarle in periferia? La questione è dibattuta
Non possiamo costruire il futuro senza fare del nostro meglio per guarire le ferite del passato”: queste le parole della direttrice dello Smithsonian Museum di arte africana di Washington DC, Ngaire Blankenberg.

Sono parole pronunciate in occasione dell'annuncio di un importante avvenimento: a fine 2021, il museo americano ha deciso infatti di ritirare dalla propria esposizione gli oggetti originariamente appartenuti al palazzo reale di Benin City, per farli ritornare in patria.

La vicenda della restituzione dei bronzi depredati dalla Nigeria ha però un'origine ancora più lontana e intricata.
Tutto è cominciato infatti sulla scia delle riflessioni e del dibattito scatenati dal movimento Black Lives Matter, che, come sappiamo, ha creato grande fermento anche nel settore dell'arte, a partire da una maggiore consapevolezza e attenzione verso gli artisti di colore di tutto il mondo, e, in particolare, del continente africano.

In tale scenario, nella primavera dell'anno scorso, il Museo Etnologico di Berlino si è dichiarato pronto a restituire alla Nigeria più di 400 bronzi, depredati nel 1897 a Benin City, durante una spedizione punitiva delle truppe inglesi.

La saga dei bronzi del Benin: guarire le ferite del passato

Invece che esibire in mostra le opere, come programmato, il Museo ha ritenuto essenziale renderle, come segno di cambiamento (per la cronaca, il processo di restituzione dovrebbe cominciare a breve, proprio nella primavera di quest'anno).

Questo gesto ha messo indubbiamente pressione sul British Museum, che detiene la più grande collezione unitaria di bronzi del Benin: tuttavia, l'istituzione inglese si è limitata a dichiarare che la forza del proprio museo risiede nel permettere a milioni di visitatori di capire le culture del mondo e come esse abbiano interagito nel tempo.

Come a dire: viene riconosciuta ed è indiscutibile la valenza del gesto di restituzione al paese di origine di oggetti d'arte appartenenti a popoli che per secoli sono stati sottomessi e ingiustamente saccheggiati, ma, di contro, si considera preminente la rinomanza e la capacità di “raggiungere il pubblico” propria di istituzioni note a livello mondiale.
Peccato che si tratti, nella stragrande maggioranza dei casi, di musei europei.

Ad ogni buon conto, quale che sia il fronte su cui schierarsi, resta indubbio che ormai i riflettori siano puntati sul tema della restituzione dei beni culturali saccheggiati durante il periodo coloniale (o, più in generale, nel corso di azioni di occupazione territoriale) e oggi conservati nelle grandi collezioni di tutto il mondo.

L'attenzione è, però, anche quella delle grandi case d'asta, spesso criticate per guardare più al profitto che alla cultura: del resto, è innegabile che si stia registrando un sempre maggiore interesse verso l'arte di continenti considerati “alternativi”, e, di conseguenza, che si vedano dei risultati d'asta in costante impennata.

Un esempio su tutti, quello dell'asta tenutasi nel giugno 2021 a Parigi, presso Christie's: sono stati offerti 61 lotti di arte dall'Africa, dall'Oceania e precolombiana, tra cui, anche, una statuetta Urhobo dalla Nigeria e due pezzi - una testa e una placca in bronzo - del regno del Benin.

L'asta si è conclusa con l'aggiudicazione di tutti i lotti, con un ricavato complessivo di 66.069.250 euro: il risultato d'asta più importante di sempre per questo tipo di arte.

Sul versante opposto, il 3 dicembre 2020 l'UE e l'Organizzazione degli Stati dell'Africa, dei Caraibi e del Pacifico hanno raggiunto un'intesa politica su un nuovo accordo di partenariato, che subentra a quello di Cotonou.

A conclusione dei negoziati, l'accordo “post-Cotonou” è stato siglato il 15 aprile 2021. Sulla scia di questo nuovo trattato di pace e collaborazione, e mantenendo una promessa già fatta nel novembre 2017, nel novembre 2021 la Francia ha acconsentito al trasferimento di proprietà di 26 opere facenti parte dei tesori reali di Abomey, che sono stati così restituiti al Benin.

Davanti all'esistenza di interessi così forti e contrapposti, forse merita di trovare spazio una considerazione finale: tra i molteplici obiettivi che si pone la tecnologia nel campo artistico, potrebbe ipotizzarsi di includere anche quello di garantire la riappropriazione di beni depredati in favore delle culture originarie di appartenenza, proprio attraverso il digitale?

È possibile immaginare che le opere depredate tornino nella loro sede nativa, e che a chi le restituisce venga riconosciuta la possibilità di continuare a utilizzarle e esporle sotto forma digitalizzata?

Questa prospettiva appare, a mio parere, particolarmente allentante, perché - laddove non sia possibile trovare un accordo come quelli tra il Museo Etnologico di Berlino e lo Stato della Nigeria, che mi sembra restare, comunque, la best option - può quanto meno offrire soluzioni rapide e concrete.
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Cristina Riboni è entrata a far parte dello Studio Legale CBM & Partners nel 2008. Dal gennaio 2020 è partner dello Studio.
Sin dai tempi della pratica professionale segue il settore del contenzioso civile, nell’ambito del quale si è
specializzata nelle controversie inerenti il mercato dell’arte, il diritto d’autore e la proprietà intellettuale.
Affianca all’attività svolta in sede contenziosa l’attività stragiudiziale, assistendo collezionisti privati,
gallerie, case d’asta ed operatori del settore dell’arte, per conto dei quali cura, in particolare, la predisposizione della relativa contrattualistica.

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