Piero della Francesca: il luogo d’origine o il museo?

Giuseppe Calabi
Giuseppe Calabi, Sharon Hecker
16.6.2022
Tempo di lettura: 3'
Il caso della Madonna del parto, dipinta da Piero della Francesca nel XV secolo nella chiesa di Santa Maria in Silvis a Monterchi, in provincia di Arezzo. La chiesa fu demolita e al suo posto è sorto un cimitero. Secondo il Consiglio di Stato è là dove fu dipinta che va ricollocata oggi

Prologo 

A metà del secolo quindicesimo Piero della Francesca (1412-1495) dipinse l’affresco noto come “Madonna del parto” nella chiesa di Santa Maria in Silvis, successivamente rinominata Santa Maria Momentana. Questa fu demolita nel 1785 dalla comunità di Monterchi per costruirvi un cimitero e da allora l’affresco è rimasto in una cappella situata dentro al cimitero, attualmente di proprietà del Comune. La cappella venne demolita e ricostruita nel 1956 e dopo il restauro del 1992 si è aperto un dibattito sulla collocazione dell’affresco tra il Ministero per i beni culturali, il Comune di Monterchi e la Diocesi di Arezzo sfociato in un contenzioso civile innanzi al Tribunale di Firenze che poi è stato abbandonato a seguito di un accordo. In base all’accordo, il Comune è stato riconosciuto proprietario dell’affresco e la Diocesi ha ceduto in permuta al Comune la Chiesa di San Benedetto a Monterchi, dove l’affresco si sarebbe dovuto ricollocare previa trasformazione della Chiesa in Oratorio della Madonna del Parto, garantendo in tal modo la funzione devozionale dell’opera. Il tutto condizionato al consenso del Ministero e della Santa Sede. Malgrado il parere favorevole della Soprintendenza, il Ministero ha invece vincolato l’affresco fissandone la sua pertinenzialità rispetto alla chiesa di Santa Maria Momentana (non più esistente) per cui l’opera fu realizzata e all’adiacente cimitero. Il Ministero ha ritenuto che la volontà del Comune fosse mossa dall’intento di sfruttare in direzione economico-commerciale il dipinto, marginalizzando la funzione di conservazione e valorizzazione. Il Consiglio di Stato con sentenza del 17 febbraio 2022 ha dato ragione al Ministero: la Madonna del Parto deve essere collocata nel luogo in cui la stessa fu realizzata, anche se la chiesa al cui interno era stata creata non esiste più.

Giuseppe Calabi

La controversia si è svolta in un ambito interamente pubblico: da un lato il Comune di Monterchi, proprietario dell’affresco che voleva ricollocare l’affresco dalla sua attuale ubicazione (la ex scuola media di Monterchi dove è stato trasferito dopo il restauro del 1992) presso la chiesa di San Benedetto posta di fronte alla scuola; dall’altro, il Ministero che ha vincolato l’affresco, riconoscendone il particolare interesse culturale in base all’art. 10, comma 1 del Codice dei beni culturali, stabilendone la sua pertinenzialità rispetto al luogo originario. 

La recente sentenza del Consiglio di Stato non è entrata nel merito delle valutazioni tecnico-discrezionali alla base del vincolo da parte del Ministero, che sfuggono al sindacato di legittimità del giudice amministrativo, a meno che siano irragionevoli, sproporzionate, inadeguate ed illogiche. In questo caso, per il giudice ha riconosciuto la ragionevolezza della decisione del Ministero: la connotazione devozionale lega l’affresco al luogo di origine dalla sua creazione fino al 1992, anno in cui l’opera è stata spostata presso la sua attuale collocazione. Quindi, anche se la chiesa dove l’affresco è stato creato non esiste più, il culto devozionale dell’opera con il sito originario può ben giustificare una decisione di ricollocarla nello stesso luogo, malgrado vi siano altre sedi che forse meglio potrebbero valorizzarla da un punto di vista “economico-commerciale”, ad esempio rendendone più agevole l’accesso da parte dei visitatori. 

La sentenza si sofferma anche sul fatto che il culto devozionale relativo al luogo preesistesse all’affresco essendo riconducibile ad un antichissimo culto delle acque a cui si è sostituita la devozione alla maternità di Maria, già testimoniata da una preesistente opera trecentesca (riemersa nel 1911) sopra la quale Piero della Francesca aveva apposto uno strato di intonaco e creato il capolavoro che oggi possiamo ammirare. Conclude la sentenza, rilevando che “la funzione identitaria del contesto e la memoria storica ad esso legata” giustificano il vincolo di pertinenzialità, “anche se le intercorse modifiche dei luoghi abbiano soppresso il legame materiale dell’affresco con l’originaria chiesa”. 

La conclusione del Consiglio di Stato è condivisibile: sembra giusto che la Madonna del Parto ritorni nel sito in cui è stata concepita e realizzata, anche se forse il suo accesso sia in ipotesi meno agevole rispetto ad altre sedi. Tuttavia, nessuna norma del Codice contempla la possibilità di vincolare un’opera ad un luogo (o ad una città) ed il diritto di proprietà del Comune di decidere dove collocare e come meglio valorizzare l’affresco è stato fortemente limitato.


Santa Maria Momentana


Sharon Hecker

L’aspetto rituale di un’opera d’arte è importante quando si considera la sua collocazione? Questo aspetto rituale può essere incorporato in una nuova collocazione quando l’opera viene spostata dal luogo in cui è stata concepita a un altro spazio? Anche se oggi si potrebbe considerare trascurabile la questione del luogo, data la portabilità degli oggetti d’arte come beni scambiati sul mercato, venduti a collezionisti privati e musei pubblici, si tratta di un argomento di vitale importanza. È una questione che si estende oltre l’arte occidentale a tutti gli oggetti che un tempo avevano o continuano ad avere un valore rituale e che sono stati spostati dai loro luoghi originari in spazi come i musei, dai bronzi del Benin agli oggetti sacri dei nativi americani.

Nel caso della Madonna del Parto di Piero della Francesca, la domanda sull’importanza del luogo di origine dell’opera non è ben nota e merita esplorazione. L’ubicazione del dipinto era di per sé simbolica: si trovava in una piccola chiesa all’interno di un cimitero, nel luogo in cui si incontrano la vita e la morte, il grembo e la bara, l’inizio e la fine. Nei nostri tempi, questo dipinto viene ammirato per l’utilizzo perfetto della prospettiva, per il posizionamento freddo e matematicamente preciso delle tre figure, e per lo sguardo imperturbabile e imperscrutabile della Madonna. Ma l’importanza del luogo in cui il dipinto fu concepito si sposa perfettamente con il suo tema di immagine sul concepimento. Tendiamo a dimenticare che il luogo originario del dipinto, Mons Iunonis, era un luogo sacro che nell’antichità era legato ai culti pagani della fertilità e della nascita: Giunone, figlia di Saturno, sorella e moglie di Giove, era la regina degli dèi, protettrice divina del matrimonio e della nascita, nonché genio tutelare di tutte le donne. 

L’antico tema della fertilità attraversa il dipinto stesso e le sue implicazioni cristiane, con la Madonna che misteriosamente indica, accarezza e invita lo spettatore a vedere il suo grembo gravido che racchiude la nascita di Cristo, mentre contemporaneamente, attraverso il suo sguardo consapevole, ne prefigura la morte. Le tende aperte che la circondano, tenute aperte dai due angeli, imitano l’apertura implicita del suo vestito. Queste tende segnalano un sacro, silenzioso mistero rituale di nascita che rimandano al luogo originale in cui si trovava l’opera. Allo stesso tempo, l’implicazione della chiusura del sipario quando la scena è terminata prefigura la fine della nostra apparizione sul palcoscenico della vita. Il tema della fertilità è rafforzato dai melograni rossi, antichi simboli di abbondanza e fecondità, dipinti sulle tende, di qualcosa di chiuso che si apre, pieno di semi, come il grembo della Madonna. Presente in dipinti come la Madonna con Bambino e Melograno di Lorenzo di Credi nella Collezione Samuel H. Kress e la Madonna del Melograno di Botticelli alle Gallerie degli Uffizi, il melograno era considerato nel Rinascimento un simbolo della pienezza della sofferenza e della resurrezione di Cristo.


Monterchi

In passato, intorno a questo dipinto venivano celebrati dei rituali, ancora una volta legati al suo luogo. Le donne in travaglio erano solite recarsi in pellegrinaggio dal paese alla chiesa per visitare il dipinto e chiedere protezione alla Madonna. Il pellegrinaggio stesso, l’atto di camminare dal villaggio alla chiesa, segnala l’importanza della fatica di raggiungere questo luogo remoto, isolato e silenzioso come parte dell’atto di fruizione del dipinto da parte dello spettatore.

È questo luogo speciale che ha ispirato Pier Paolo Pasolini a immortalare il dipinto nel suo celebre film “Il Vangelo secondo Matteo” (1963-64), come Valerio Zurlini nel suo “La prima notte di quiete” (1972) e Tarkovskij in “Nostalghia” (1983), ed è questo luogo che ha ispirato la poetessa americana Jorie Graham nella sua elettrizzante poesia del 1974, “San Sepolcro”. Il dipinto, una volta spostato in un museo, avrebbe forse suscitato lo stesso effetto fertile in queste anime creative? Probabilmente no. Come scrive l’autrice Juliet Miller: “Negli anni ‘90 l’affresco è stato riallestito in un museo speciale in città e mi chiedo se nella sua nuova dimora evochi ora la stessa atmosfera intima. Non ho alcun desiderio di visitarlo di nuovo, strappato come è stato dalla sua casa-grembo materno”.

È un fatto indiscutibile che il trasferimento della Madonna del Parto in paese e in un museo ha generato turismo e crescita economica per gli abitanti del luogo. Ma in questo cambio di luogo si è perso qualcosa di rituale e sacro del sito originale. Riportare la Madonna del Parto nel luogo in cui è stata concepita restituisce un valore creativo e spirituale di gran lunga superiore agli spettatori e agli amanti dell’arte che, statene certi, non esiteranno (e probabilmente avranno anche piacere) a continuare a fare pellegrinaggi per vederla, entrare in comunione con lei e da lei lasciarsi ispirare, come da sempre è stato.

Giuseppe Calabi
Giuseppe Calabi, Sharon Hecker
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Senior partner dello studio legale CBM & Partners, è esperto di diritto dell’Arte ed ha partecipato ai lavori di riforma del Codice dei Beni Culturali.
È consulente legale di Consorzio Netcomm. È inoltre membro della commissione sul diritto d’autore dell’Associazione Italiana Editori (AIE) e del comitato per lo sviluppo e la tutela dell’offerta legale di opere digitali costituito dall’Agcom.

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