La controversia sulla collezione Marino Marini

Sharon Hecker
Sharon Hecker, Giuseppe Calabi
31.3.2022
Tempo di lettura: 3'
La rivalità tra le città di Firenze e Pistoia è storica. Nel caso in oggetto si tratta di una questione di campanile o di reale necessità di tutela? Ecco le risposte dell’arte e quelle della legge

Prologo 

Nel 1983 la vedova dell’artista pistoiese Marino Marini ha costituito una Fondazione dotandola di numerose opere del Maestro “con lo scopo di assicurare la conservazione, la tutela e la valorizzazione dell’opera e del patrimonio artistico” dell’artista. Dieci anni dopo, il Comune di Pistoia ha concesso in comodato gratuito per trent’anni alla Fondazione una porzione del Palazzo costituente la Magione dei Cavalieri del Tau di sua proprietà, per custodire le opere della Fondazione. Parallelamente la vedova ha donato numerose ulteriori opere di Marini al Comune di Firenze e, insieme a quest’ultimo, la Fondazione Marino Marini ha costituito nel 1988 una (seconda) Fondazione Marini San Pancrazio, per la conservazione, tutela, valorizzazione e l'esposizione al pubblico delle opere donate al Comune di Firenze e di gestire il museo Marino Marini situato nella ex chiesa di San Pancrazio a Firenze. Nel 2019, la Fondazione pistoiese ha valutato il progetto di trasferire le opere collocate presso Palazzo Tau di Pistoia a Firenze, con il fine di creare un unico grande museo delle opere di Marino Marini in una sede idonea ad ospitarle. Repentinamente, il Ministero dei beni culturali ha notificato alla Fondazione una dichiarazione di pertinenzialità della porzione di proprietà comunale di Palazzo Tau alla collezione Marino Marini di Pistoia, dichiarando anche la stessa collezione di eccezionale interesse storico artistico e di interesse particolarmente importante. In questo modo, il “trasloco” delle opere da Pistoia a Firenze ed il progetto di creare un unico grande museo nel capoluogo toscano è stato reso impossibile. Ne è seguito un contenzioso tra il Ministero, la Fondazione, il Comune di Pistoia e la Regione Toscana nel quale la Fondazione è rimasta soccombente. La sentenza è interessante e affronta varie questioni: si contrappongono l’interesse e le scelte di valorizzazione della Fondazione circa l’opera di Marini e le ragioni di tutela dello Stato. Ma forse si intravede anche un possibile antagonismo tra i comuni di Pistoia e di Firenze. 


Giuseppe Calabi

La sentenza ha confermato la legittimità del vincolo di pertinenzialità tra “contenente” (Palazzo Tau) e contenuto (collezione della Fondazione), in questo modo sancendone la sostanziale inamovibilità (fatte salve le autorizzazioni per prestiti temporanei di singole opere). Per i giudici amministrativi non importa che il proprietario del Palazzo (Comune di Pistoia) sia un soggetto giuridico diverso da quello della collezione (Fondazione): se da un punto di vista civilistico la diversa identità dei proprietari impedirebbe di configurare un vincolo pertinenziale (con la conseguenza che – in ipotesi – la vendita della cosa principale non potrebbe comportare anche la vendita della pertinenza: art. 817- 818 c.c.), dal punto di vista della normativa di tutela la pertinenza deve essere valutata “non in ragione del regime dominicale dei beni interessati, ma alla luce delle finalità di tutela e, soprattutto, in ragione dei "nessi" che sussistono tra i beni sotto il profilo dell'interesse culturale”, ossia del legame di Marini con Pistoia e del carattere identitario della collezione della Fondazione rispetto alla stessa città. Per i giudici amministrativi è del tutto irrilevante la volontà della Fondazione di creare un unico grande museo a Firenze (più facile da raggiungere rispetto a Pistoia). Leggendo la sentenza viene in mente un verso del XXXIII Canto dell’Inferno dantesco (quello sul Conte Ugolino, per intenderci) nel quale, con una metafora geografica, il sommo poeta descrive la rivalità ed il campanilismo tra le città di Pisa e Lucca: “per che i Pisan veder Lucca non ponno”. Viene il sospetto che a distanza di oltre 700 anni dalla morte di Dante, i campanilismi locali possano condizionare le decisioni di chi è chiamato ad esercitare la tutela e che quest’ultima spesso prevalga sulla valorizzazione anche se l’articolo 9 della Costituzione le pone sullo stesso piano.

Sharon Hecker 

Quanto conta l'ubicazione per il successo di un museo? È meglio avere un museo dedicato a un artista nella sua piccola città natale o è più consigliabile legare l'eredità dell'artista ad una grande città come Firenze, città già ricca di tesori artistici che attirano l'attenzione dei visitatori e degli amanti dell'arte? Un museo situato in una località meno conosciuta farebbe necessariamente fatica ad attrarre visitatori e studiosi? Queste non sono domande facili per la valorizzazione delle opere di un artista. Quando si pensa a dove lasciare la propria collezione e dove stabilire un museo o una fondazione, un artista o i suoi eredi devono prendere in considerazione i vantaggi e gli svantaggi della posizione geograficaAllo stesso tempo, la scelta tra una grande città o un centro minore potrebbe non essere necessariamente un criterio per definire il successo di un museo, come dimostrano molti esempi di musei collocati in entrambe le tipologie di luoghi. Parigi è piena di attrazioni, ma una visita al Musée Rodin permette sempre una sosta apprezzata dopo una visita al travolgente Louvre o al Musée d'Orsay. Tuttavia, il piccolo gioiello parigino del Musée Delacroix è raramente visitato, a meno che non si sia appassionati della vita e dell’arte di Delacroix. I musei dedicati ad un solo artista in luoghi remoti possono avere successo: una visita al lontano Museo Segantini a Sankt Moritz può diventare una meravigliosa escursione. Allo stesso modo, chi potrebbe trascurare l’Atelier de Cezanne a Aix-en Provence o il Musée National Marc Chagall a Nizza, o anche il poco conosciuto Clyfford Still Museum a Denver? Alcuni musei dedicati ad un artista scelgono di dividersi in varie sedi in diversi paesi, come i molteplici musei dedicati a Picasso: tutte le sedi non hanno problemi ad attrarre visitatori. In definitiva, la questione non mi sembra essere quella della posizione geografica del museo, ma piuttosto quella di come il museo operi per promuovere il lavoro dell'artista e in che modo si apra al pubblico e alla comunità scientifica internazionale. Una programmazione intelligente ed una esposizione museale innovativa, con progetti curatoriali seri e creativi possono attirare visitatori da vicino e da molto lontano. Al contrario, un museo che fatichi a definire la propria identità o che trascuri di coinvolgere i visitatori e la comunità locale avrà difficoltà ad attrarre un pubblico, indipendentemente da dove si trova.

Sharon Hecker
Sharon Hecker, Giuseppe Calabi
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Storica dell’arte e curatrice americana (laurea alla Yale University, dottorato alla UC Berkeley), esperta di arte italiana moderna e contemporanea. Ha collaborato con musei come la Peggy Guggenheim Collection. Ideatrice di The Hecker Standard fornisce consulenze su due diligence a collezionisti, studi legali, wealth manager e family office. Membro dell’Advisory Board, International Catalogue Raisonné Association (ICRA), Vetting Committee TEFAF NY (Committee Chair) e Maastricht, e coordina l’Expert Witness Pool della Court of Arbitration for Art (CAfA).

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