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Artemisia Gentileschi e la Caritas romana “salvata”: il caso | WeWealth

Artemisia Gentileschi e la Caritas romana “salvata”: il caso

Giuseppe Calabi
Giuseppe Calabi, Sharon Hecker
15.9.2022
Tempo di lettura: 3'
Il caso del dipinto seicentesco attribuito alla pittrice Artemisia Gentileschi e oggetto di una presunta truffa ordita dai proprietari ai danni dello Stato

Prologo 

“Volevano vendere all’estero con la mediazione di una casa d’aste austriaca un dipinto seicentesco da due milioni di euro della pittrice Artemisia Gentileschi. A sventare il colpo i Carabinieri del Nucleo di Tutela Patrimonio Culturale, che insieme alla Procura di Bari hanno riportato in patria il quadro: due persone indagate per truffa ed esportazione illecita” (Corriere della Sera, 20 luglio 2022).

Ma è vero che l’opera Caritas romana (Storia di Cimone e Pero) (1643-1644), olio su tela, cm 121 x 147, uscita con attestato di libera circolazione rilasciato il 19 aprile 2019 dall’Ufficio Esportazione di Genova, con la seguente attribuzione: “Artemisia Gentileschi (1593-1654) e/o Onofrio Palumbo (1606(?)-1656(?)) (precedentemente attribuito a Massimo Stanzione (1585-1656)” sia uscita illecitamente, dopo essere stata esaminata da ben due commissioni (quella periferica e quella centrale) del Ministero? E che i proprietari abbiano ordito una truffa aggravata ai danni dello Stato italiano, tentando di effettuare un “colpo”, fortunatamente sventato dai Carabinieri? Può essere imputata una carente istruttoria ai numerosi funzionari che si sono occupati della pratica prima di rilasciare l’attestato? Quali oneri informativi incombono ai proprietari (che non sono necessariamente informati o esperti) quando vogliono esportare un’opera d’arte? E soprattutto, quale rilevanza ha il fatto che l’opera in questione pochi mesi prima fosse stata esposta alla mostra Artemisia e i pittori del conte. La collezione di Giangirolamo II Acquaviva d’Aragona tenutasi a Conversano? Il Ministero della Cultura ha annullato in autotutela l’attestato di libera circolazione del dipinto che nel frattempo era stato spedito a Vienna per essere venduto ed ha ordinato ai proprietari il suo immediato rimpatrio. Nel frattempo, anche la Procura di Bari si è mossa ed è riuscita a far rimpatriare il dipinto con la collaborazione dell’autorità austriaca ed eseguire un sequestro preventivo. Il decreto di annullamento è stato impugnato davanti al Tar Lazio ed il procedimento penale è in corso. Nel frattempo, i proprietari sono stati esposti alla gogna mediatica, con una diffusione di informazioni che non appaiono né corrette, né rispettose dei loro diritti e di quelli di tutte le persone coinvolte, mentre sono in corso procedimenti penali.


Giuseppe Calabi

Il dipinto che trattiamo in questo dialogo raffigura la leggenda narrata dallo storico romano Valerio Massimo di una giovane donna, Pero, che allatta segretamente l’anziano padre Cimone incarcerato e condannato a morte per inedia, leggenda assai nota e rappresentata nell’arte, in particolare nel 17° secolo. E’ celebre la pala d’altare di Caravaggio delle Sette opere di Misericordia, commissionata dalla confraternita Pio Monte della Misericordia a Napoli. Il Ministero della Cultura ha riconosciuto che il dipinto Caritas romana è stato indicato nella richiesta di attestato di libera circolazione “con la corretta attribuzione Artemisia Gentileschi e/o Onofrio Palumbo”. Tale attribuzione risulta confermata dall’autorevole opinione del Prof. Nicola Spinosa che in un saggio del 2015 ha ritenuto che si potesse “evidenziale la mano di Artemisia nella figura della giovane Pero e di Palumbo in quella dell’anziano Cimone” ed è sulla base di questa attribuzione che il dipinto è uscito dall’Italia. Per il Ministero quello che è stato omesso nella richiesta di autorizzazione è l’indicazione della provenienza dell’opera, ossia la sua appartenenza a Giangirolamo II Acquaviva d’Aragona, che l’avrebbe commissionata all’artista quale memento della ingiusta prigionia alla quale sarebbe stato sottoposto nel Castello Sant’Elmo a Napoli per ordine del vicerè Duca di Medina. Inoltre, non sarebbe stata precisato al momento della richiesta il legame pertinenziale storicamente documentato del dipinto con il Castello di Conversano. 

Ma chi era Giangirolamo II Acquaviva d’Aragona? Si tratta di un pugliese di alto lignaggio, nato a Conversano, in provincia di Bari nel 1600 e morto a Barcellona nel 1665. Insieme alla moglie Isabella Filomarino dei principi della Rocca aveva un’importante raccolta d’arte, poi dispersa nel corso dei secoli. I proprietari del dipinto lo hanno acquisito per eredità dall’ultimo discendente (senza figli) del nobile casato. Tuttavia, se si esamina il modello ministeriale compilato dai proprietari al momento della richiesta, si nota subito che tra le informazioni che occorre presentare nel sistema online del Ministero (SUE) non è indicata la “provenienza”, ma solo la “descrizione” del dipinto, il suo valore, la datazione e le dimensioni. Della provenienza non c’è traccia, così come non vi è traccia nel R.D. 363/1913 che ancora disciplina la procedura di esportazione. 

Ma se questa è la situazione, di quale truffa aggravata possono essere accusati i due proprietari? Di quale capziosa omissione dovrebbero essere ritenuti responsabili? Si noti che il dipinto con la possibile attribuzione ad Artemisia era stato esibito qualche mese prima a Conversano, luogo natio di Giangirolamo II, in una mostra allo stesso dedicata svoltasi proprio nel Castello normanno di Conversano. Questa informazione era accessibile al Ministero esattamente come lo era ai proprietari. Inoltre, la commissione tecnica che ha esaminato il dipinto prima di rilasciare l’attestato di libera circolazione lo ha ritenuto “sì pregevole, assai ben conservato, ma non di qualità eccezionale. Sicuramente, tanto Artemisia, in entrambi i soggiorni napoletani, quanto Palumbo, ognuno per sé, riescono ad attingere a migliori risultati rappresentati adeguatamente in pubblico in territorio italiano”. 


Sharon Hecker 

Come in ogni ambito scientifico, gli storici dell’arte possono fare scoperte solo in base al materiale che hanno a disposizione, fino a quando non emergono nuove informazioni. In questo caso, nel 2015 il professor Spinosa ha attribuito l’opera a una collaborazione tra Palumbo e Artemisia, basandosi solo su un aspetto della due diligence: l’esame visivo dell’opera, connoisseurship

Tuttavia, dopo la pubblicazione del suo parere, la trama dell’attribuzione è diventata più fitta. Altri esperti, anch’essi eminenti studiosi, hanno scoperto un documento inedito che ha perfezionato l’attribuzione, basandosi su un secondo aspetto della due diligence storico-artistica: la ricerca sulla provenienza. Non solo il nome dell’opera, ma anche il nome del suo autore, è stato trovato elencato in un inventario del 1666 compilato dopo la morte del conte Giangirolamo II da un notaio, come: La Carita d’Armitia Gentilesca con cornice indorata. Gli studiosi hanno presentato le loro scoperte nella mostra del 2018 Artemisia e i pittori del conte. La collezione di Giangirolamo II Acquaviva d’Aragona a Conversano. Come osserva la professoressa Viviana Farina, questo nuovo documento attribuisce l’opera solo ad Artemisia “senza possibilità di equivoco”. Non viene fatta ulteriore menzione di Palumbo. Farina ribalta la precedente ipotesi di Spinosa di una collaborazione tra Artemisia e Palumbo, basandosi sulla grande fama internazionale del committente, il Conte di Conversano, per il quale Farina ritiene che Artemisia non avrebbe accettato di creare un dipinto che non fosse interamente di sua mano

Un terzo elemento di due diligence potrebbe rafforzare l’attribuzione ad Artemisia: esami diagnostici e uno studio tecnico comparativo con altre opere note di Artemisia per verificare le compatibilità dei materiali. Questo futuro studio è stato suggerito da Roberto Contini, curatore del Gemälde Museum di Berlino e autore di saggi nel catalogo della mostra. Un ulteriore consenso da parte della comunità internazionale di studiosi sarebbe un passo successivo altrettanto importante. Una volta che un’attribuzione sia stata resa pubblica, se un altro studioso o proprietario di un’opera desidera contestarla o tornare a un’attribuzione precedente, la ricerca dovrebbe essere condotta con lo stesso livello di approfondimento e professionalità affinché la modifica possa essere presa in considerazione. 

Anche se un collezionista non è obbligato per legge a dimostrare le ragioni di tale proposta di modifica per richiedere una licenza di esportazione, commissionare uno studio imparziale di due diligence per riattribuire l’opera a Palumbo/Artemisia sarebbe opportuno. Dimostrare le prove di un tale cambiamento di attribuzione potrebbe essere fondamentale, soprattutto quando comporta una variazione del valore economico dell’opera. Come ci insegnano le migliori prassi di due diligence, basare un’attribuzione solo sulla “qualità” percepita di un’opera d’arte può essere soggettivo, rendendo l’attribuzione instabile. Per questo motivo, e dato che la provenienza è un aspetto chiave per l'attribuzione, nonché della due diligence, la storia documentata della provenienza non dovrebbe diventare un requisito quando un proprietario presenta un’opera per una licenza di esportazione? Ci si chiede quali tipi di due diligence siano state condotte dal ministero per permettere all’opera di lasciare l’Italia.

Giuseppe Calabi
Giuseppe Calabi, Sharon Hecker
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Senior partner dello studio legale CBM & Partners, è esperto di diritto dell’Arte ed ha partecipato ai lavori di riforma del Codice dei Beni Culturali.
È consulente legale di Consorzio Netcomm. È inoltre membro della commissione sul diritto d’autore dell’Associazione Italiana Editori (AIE) e del comitato per lo sviluppo e la tutela dell’offerta legale di opere digitali costituito dall’Agcom.

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