Arte e commercio: se la copia dell'autore non può circolare

Giuseppe Calabi
Giuseppe Calabi, Sharon Hecker
16.12.2021
Tempo di lettura: 5'
Un interessante caso di "originale" copia di opera d'arte da parte dell'autore stesso: due ritratti quasi identici di un generale napoleonico, stessa provenienza familiare, ma uno apparentemente firmato “Andrea Appiani”  (il sospetto è che la firma sia apocrifa) e l'altro no. Uno è alla Gam di Milano, l'altro (quello apparentemente firmato) aveva ottenuto un attestato di libera circolazione per essere venduto. Poi però il Ministero ha bloccato tutto, con motivazioni soggettive che evidenziano il valore delle copie, spinte anche dal fenomeno Nft

Prologo: la copia di un'opera d'arte per mano dello stesso autore


Un giovane e ambizioso generale napoleonico, appartenente a una nota famiglia aristocratica modenese, commissionò al pittore milanese Andrea Appiani (1775-1838) un proprio ritratto in alta uniforme. Si tratta di Achille Fontanelli, nell'agosto 1811 nominato dallo stesso Napoleone Ministro della Guerra e della Marina. Dell'opera non si conosce l'esatta datazione, ma si sa che si colloca tra questa nomina e il 28 aprile 1813 (giorno in cui Appiani smise di dipingere a causa di un colpo apoplettico). Il ritratto fu donato nel 1941 al Comune di Milano, dove attualmente è esposto alla Galleria d'Arte Moderna. Non è noto il motivo per cui nel 1813 il generale Fontanelli commissionò all'artista una replica dello stesso autoritratto, che è identica al dipinto oggi esposto alla Gam, con una particolare differenza: sul lato sinistro della copia risulta essere stata apposta una firma e la data “1813”.
Quando nel 2019 la replica è stata presentata dalla proprietaria all'Ufficio Esportazione di Firenze, è stata condotta un'istruttoria, che ha visto coinvolta anche un'esperta della Pinacoteca di Brera. L'esame ha evidenziato che la copia non fosse citata nella letteratura moderna su Appiani, né nelle “Carte Reina” dell'avvocato Francesco Reina, amico e conoscitore delle opere di Appiani, e che la firma era probabilmente apocrifa (non riconducibile alla mano dell'artista). A seguito dell'istruttoria, l'opera ha ottenuto un attestato di libera circolazione ed è stata esportata per essere venduta da una casa d'aste nel gennaio 2020. Poche ore prima dell'asta, tuttavia, la casa d'aste ha ricevuto un decreto del Ministero che disponeva l'annullamento in autotutela dell'attestato, perché contrariamente a quanto ritenuto dall'Ufficio Esportazione di Firenze, il dipinto è stato firmato dall'artista; ha una provenienza riconducibile alla famiglia del generale e probabilmente era destinato a un luogo celebrativo pubblico, in quanto in esso il generale si manifesta nella sua fulgida nobiltà, diversamente dall'originale, che presenta Fontanelli in una versione più “domestica”.

copia opera arte autore
Andrea Appiani, Achille Fontanelli, 1811-1813 ca. Dell'opera d'arte fu fatta copia dallo stesso autore.

Sovrabbondanza di tutela? (GC)


È così importante che un'opera d'arte sia firmata e datata? Soprattutto quando nessun dubbio sussiste sull'autenticità della stessa e si è ragionevolmente certi del periodo della sua realizzazione? Nel nostro caso il dipinto è stato sicuramente realizzato da Appiani tra il 1811 e il 1813. E quando due opere sono pressoché identiche, essendo una la replica dell'altra, indicare che le differenze sono date da una dimensione più celebrativa e ufficiale di uno dei ritratti (quello presentato all'Ufficio Esportazione) rispetto a una immagine più “domestica” del generale rappresentata da quello della Gam, non apre il varco a giudizi estetici e soggettivi? Intendiamoci: le opere sono veramente quasi identiche: quella ritenuta dal Ministero più “domestica” non raffigura il generale in vestaglia e pantofole, ma sempre in alta uniforme.

E quanto alla firma della copia dell'opera d'arte da parte dell'autore, la stessa è stata notata dagli storici dell'arte che hanno esaminato l'opera prima del rilascio dell'attestato, ma è stata ritenuta probabilmente apocrifa: tanto è che nella richiesta di esportazione è stato indicato: “dichiarato: Firmato Appiani – Accertato: senza firma”, dove l'espressione “senza firma”, proprio perché deve essere letta congiuntamente con quella precedente (“dichiarato: Firmato Appiani”) deve evidentemente intendersi “senza firma autografa accertata”. La motivazione della sentenza al riguardo non convince e sembra adagiarsi sulla tesi dell'amministrazione per la quale la firma non è stata notata o addirittura è stata artificiosamente occultata dal proprietario. Ma se anche l'opera fosse stata firmata da Appiani in persona, questo fatto la renderebbe meritevole di tutela, quando è già presente nel demanio culturale del Comune di Milano un esemplare (prototipo) identico, anche se non firmato?

Il perito nominato dal Tribunale ha accertato l'autografia della firma, ma il punto è un altro: se il prototipo e la sua replica sono entrambi autentici e provengono dalla stessa famiglia del generale, non è sufficiente per la tutela del patrimonio culturale italiano averne uno? Quale “utilità marginale” può essere data dal fatto che si trattenga forzosamente sul territorio italiano un altro dipinto autentico e riconosciuto come “replica” del primo, ed anche con la sessa provenienza familiare? A me pare che allargare le frontiere della tutela in relazione ad un bene legittimamente uscito dal territorio italiano significhi attribuire una portata extraterritoriale della legge di tutela italiana, che – come è noto – può esercitarsi solo sulle cose presenti nel territorio italiano.

Se un bene è uscito illegittimamente, ci sono strumenti internazionali (ad esempio la Convenzione Unidroit del 1995), finalizzati al suo rimpatrio. L'annullamento in autotutela dovrebbe riguardare casi in cui sia evidente che un attestato di libera circolazione è stato emesso in base a comportamenti fraudolenti della parte interessata, che ad esempio ha indicato una falsa attribuzione ovvero ha omesso di indicare una attribuzione accertata e ragionevolmente sostenibile. In questi casi, è sacrosanto annullare un attestato anche quando l'opera è uscita dal territorio e colui che ha esportato è anche esposto al rischio di una severa sanzione penale.

La copia nel XXI secolo: da Cenerentola a star (SH)


La decisione tardiva del Ministero di voler conservare la copia dell'originale potrebbe sembrare irragionevole, ma è in realtà perfettamente in linea con la rivalutazione odierna delle copie. Qual è il valore di una copia? È una mera derivazione o replica di un originale? O è un oggetto a sé stante, con le sue particolarità e la sua storia? L'insolito trattamento della copia di Appiani da parte del Ministero riflette un più vasto cambiamento culturale rispetto al modo in cui siamo abituati a valutare la copia.

Nel suo famoso saggio del 1935 sull'arte nell'era della riproduzione meccanica, il filosofo Walter Benjamin considerava di valore solo l'originale, ritenendo che tutte le copie fossero spogliate della magica “aura” dell'originale. Dal tardo diciannovesimo secolo in poi, parole come “replica”, “esemplare”, “copia” e “riproduzione” suggerivano l'inferiorità della copia rispetto all'originale. Ma oggi il valore della copia sembra guadagnare di nuovo importanza, come si nota nell'esplosione delle copie digitali e gli Nft. La decisione del Ministero di riappropriarsi della copia di Appiani indica che non la considera inferiore o ridondante rispetto a un originale.

Nel suo senso originale, la parola “copia” non ha alcuna connotazione negativa. Al contrario, la sua radice latina, copia, denota abbondanza e profusione, venendo dalla radice ops, che significa “potere, ricchezza, risorse” e “lavorare e produrre in abbondanza”. Da copia derivano immagini di abbondanza come copiosa e cornucopia. Mentre gli originali implicano scarsità, rarità, unicità e singolarità, le copie portano con sé un senso di molteplicità, ricchezza e universalità. Se non c'è un'intenzione maliziosa o disonesta nella sua realizzazione (cioè un falso), allora una copia nell'arte può essere definita semplicemente come una ripetizione di un'opera esistente. Molti artisti hanno fatto copie delle loro opere, incluso Antonio Canova, che ha creato due versioni delle sue Tre Grazie, una ora all'Hermitage e un'altra al Victoria & Albert Museum.

Gli storici dell'arte sono allenati a pensare in modo comparativo, a cercare delle distinzioni minime tra originali e copie, e a creare gerarchie. Questo approccio tradizionale è stato usato superficialmente nella decisione ministeriale sulla copia di Appiani.

Al di là della questione della firma, sembrerebbe una forzatura l'affermazione che la copia in questo caso è una versione ufficiale di un ritratto più “domestico”, senza avere alcuna prova visiva o storica convincente a sostegno. Tuttavia, se considerassimo la copia come un oggetto a sé stante, potrebbe rivelarsi utile per imparare di più sulle intenzioni, le pratiche e i processi di copiatura di Appiani.

Potremmo anche imparare qualcosa sul collezionismo e sui costumi espositivi dell'epoca. La domanda persiste: perché la famiglia avrebbe voluto avere due copie? Si potrebbe argomentare che potrebbe essere utile se una delle due opere va in prestito o si danneggia o viene accidentalmente distrutta. I collezionisti accetteranno di comprare le copie? I musei accetteranno di esporre le copie? Se la risposta è sì, allora il Ministero non dovrebbe apprezzare la copia solo per il suo valore estetico, culturale, sociale e storico, ma anche indennizzare i proprietari con un giusto valore di mercato?
Giuseppe Calabi
Giuseppe Calabi, Sharon Hecker
Opinione personale dell’autore
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Senior partner dello studio legale CBM & Partners, è esperto di diritto dell’Arte ed ha partecipato ai lavori di riforma del Codice dei Beni Culturali.
È consulente legale di Consorzio Netcomm. È inoltre membro della commissione sul diritto d’autore dell’Associazione Italiana Editori (AIE) e del comitato per lo sviluppo e la tutela dell’offerta legale di opere digitali costituito dall’Agcom.

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