L’India si prepara al sorpasso della Cina? Apple insegna

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Nuove opportunità per l’India che si trova sulla giusta strada per diventare la nuova destinazione produttiva delle imprese globali, rubando il primato dagli artigli del Dragone. Una tendenza da osservare da vicino, secondo Capital Group, per capire i possibili impatti anche sugli investimenti

La Tigre si prepara a balzare all’attacco del Dragone. Almeno così sembra alla luce del recente trasferimento produttivo da parte delle imprese globali, tra cui niente meno che Apple. Il colosso di Cupertino ha spostato in terra indiana il 5% della sua produzione globale di iPhone 14 e si prevede che entro il 2025 trasferirà qui il 25% della produzione di tutti i suoi melafonini. Oltre a essere già pronto ad aprire le sue porte ai consumatori indiani, con i primi due store monomarca a Mumbai e Nuova Delhi.

In breve, le imprese globali stanno evitando di investire esclusivamente in Cina in modo da modificare l’orientamento e diversificare le loro filiere, adottando la cosiddetta strategia Cina+1. Dal punto di vista degli investimenti, è quindi importante valutare fino a che punto e con quale rapidità questo cambiamento possa influire sul “mercato della manifattura mondiale”, nonché le opportunità che potenzialmente si aprono per l’India e per altri paesi ben posizionati per sfruttare questa tendenza. “Per questo motivo, stiamo parlando con diverse aziende con sede in India per capire in che misura queste possano trarre vantaggio dai cambiamenti geopolitici”, avvertono da Capital Group.

Soffia aria di opportunità in India

La tendenza a diversificare la fornitura aprendo nuove sedi al fuori dai confini cinesi ha messo in evidenza l’India, che da parte sua ha comunicato il desiderio di diventare un partner globale di fiducia. Rajeev Chandrasekhar, il ministro dell’elettronica e della tecnologia dell’informazione del paese, ha rivelato la volontà di entrare a far parte delle catene globali del valore per i semiconduttori logici, i chipset e altri prodotti tecnologici. Un forte cambiamento è già avvenuto, visto che nel 2014 il 92% dei dispositivi mobili venduti nel paese era importato e l’industria elettronica valeva 10 miliardi di dollari, mentre nel 2022 ben il 97% di questi prodotti è stato realizzato internamente e il valore di mercato è salito a 75 miliardi di dollari. L’obiettivo è quello di continuare a crescere, raggiungendo un valore di mercato di 300 miliardi entro il 2025. Per raggiungere questo traguardo, il governo indiano “sta cercando di incoraggiare il settore manifatturiero, annunciando piani di incentivazione legati alla produzione per diversi settori e l’aumento dei dazi all’importazione su alcuni prodotti e componenti”, spiegano da Capital Group.

Un altro vento che soffia a favore dello sviluppo tecnologico in India è, senza dubbio, il potenziale di domanda interna, fattore che la differenzia rispetto agli altri paesi emergenti, come Thailandia e Vietnam. La base dei consumatori indiani è in rapida crescita: la Cina non è più campione imbattuto se si guarda al numero di abitanti, è ormai dalla fine del 2022 che Drago e Tigre si contengono il primato, con uno scarto minimo. Julie Dickson, Investment Director di Capital Group, sottolinea come, nei prossimi due anni, l’India è destinata a superare la domanda di smartphone degli Stati Uniti.

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Cina sempre più vicina alla data di scadenza? Forse ancora troppo presto

Il cambiamento è parte della storia ma pensare che la Cina perda la sua posizione è alquanto irrealistico. Gli investimenti diretti esteri in Cina continuano a essere ben solidi e sono sei volte maggiori rispetto a quelli destinati in India: “Nel 2021 il Dragone ha rappresentato il 19% del flusso globale di investimenti diretti esteri interni, rispetto al 3% della Tigre”, sottolinea Dickson. Senza contare che l’India, così come altri paesi emergenti, prima di rappresentare l’effettiva strategia Cina+1 dell’Occidente deve risolvere il problema delle infrastrutture: strade e ponti non sono aspetti opzionali e, al contrario della Cina che già ha un sistema capillare, alla Tigre serviranno anni prima di raggiungere un livello accettabile.
Infine, se da un lato è innegabile che l’aumento del costo del lavoro in Cina possa essere una ragione sufficiente per le grandi società di rivolgersi altrove, anche l’India sta procedendo sulla stessa strada: “In quest’ultima il costo del lavoro è cresciuto del 55% dal 2010 al 2021, rispetto al 37,9% della Cina nello stesso periodo”, spiega l’esperta.

Se è vero che pensare di escludere la Cina dal mercato globale già da ora è un errore, nel lungo periodo rimane destinata a perdere quote del commercio a favore dell’India e di altri Paesi emergenti. Inoltre, “l’India di oggi è probabilmente meglio della Cina di 20 anni fa. Il regime politico è focalizzato sullo sviluppo economico e non ha paura di soffrire nel breve termine”, conclude Dickson, quindi per gli investitori il consiglio è quello di tenere gli occhi ben aperti per vedere come la Tigre deciderà di muoversi.

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