Se le gallerie chiudono e si ridimensionano, le case d’aste non se la passano male. Anzi. Christie’s e Sotheby’s, per dire, con le sole aste pubbliche hanno macinato 9 miliardi di dollari nel primo semestre 2026: 4,5 miliardi la prima, 4,4 la seconda. Christie’s in particolare ha messo a segno il miglior risultato per un primo semestre negli ultimi cinque anni. E ha venduto quella che probabilmente resterà l’opera d’arte più costa di tutto l’anno (e forse anche dei prossimi): Number 7° di Jackson Pollock (1912-1956), che apre questo articolo (181,2 milioni di dollari, commissioni incluse).
Anche i 4,4 miliardi di dollari di Sotheby’s costituiscono un record; in questo caso il top lot semestrale è stato Brown and Blacks in Reds del 1957 di Mark Rothko (1903-1970), con 85,5 milioni di dollari.
E lo sono anche gli 1,41 miliardi di Heritage Auctions. La cifra regala alla casa d’aste leader nei collezionabili non di lusso e non fine art (come Pokémon card, cimeli sportivi, ecc.) il miglior primo semestre della sua storia, lunga giusto 50 anni nel 2026. Il lotto più costoso (3 milioni di dollari) di Heritage nei primi sei mesi dell’anno è stato un videogioco di Super Mario Bros. (lo ha poi battuto Iron Man a luglio).
Phillips dal canto suo deve moltissimo alla misurazione del tempo: gli orologi rappresentano ormai il 46% dei ricavi complessivi della casa d’aste che quest’anno compie 230 anni, e hanno contribuito pesantemente al +60% delle vendite sull’analogo periodo dello scorso anno, arrivate in questa prima metà del 2026 a superare il mezzo miliardo di dollari (507 milioni). Nel caso di Phillips, il top lot di metà anno è stato Sixteen Jackies di Andy Warhol, 16.225.000 dollari. Lo segue un orologio, l’F.P. Journe Souscription Résonance No. 007, 13,9 milioni di dollari.
Un primo semestre brillante per le case d’aste, grazie a qualità e identità
Il primo semestre ha brillato per merito delle eccezionali collezioni private arrivate sotto al martelletto: quella del patron di Vogue e Condé Nast (S.I. Newhouse) da Christie’s, quella del banchiere Robert Mnuchin, padre del già segretario del Tesoro di Trump e la Lewis Collection da Sotheby’s. Phillips è un caso a parte: se è vero che per quanto riguarda l’arte ha beneficiato delle collezioni dell’ambasciatore John L. Loeb Jr. e di Tina Hills, è ancora più vero che il suo marchio è sempre più sinonimo di “orologi”. La casa d’aste ha tenuto a Ginevra, a maggio, l’asta di segnatempo a più alto incasso di sempre: oltre 96 milioni di dollari. Risultato inimmaginabile fino a pochi anni fa.
Una crisi superata, ma ancora in discussione
Secondo alcuni osservatori interni, la debolezza del mercato delle aste tra il 2023 e il 2025 è dipesa da una stretta nell’offerta, ovvero dalla scarsità di collezioni importanti immesse sul mercato. Altri affermano invece che è stato proprio il languore del mercato a disincentivare la presentazione in asta di opere-trofeo: tant’è. Ma le aste restano l’unico vero indicatore pubblicamente conoscibile del mercato, per quanto emotivo: basta un flop che si grida alla crisi; un nuovo roboante record, per riaccendere la fiducia (in primis dei giornalisti).
Le case d’asta: resilienti, rapide, opportuniste
Se le gallerie stanno attraversando una drastica fase di ridimensionamento, continuando a licenziare e ridurre il numero degli artisti che rappresentano (come il colosso Pace Gallery, che ha annunciato una contrazione nel numero dei suoi artisti, da 135 a 80, e il licenziamento di 50 persone su 250 dipendenti) nonché a chiudere (Hauser & Wirth e Sperone Westwater a New York, High Art a Parigi, Project Native Informant, solo per citarne alcune) perché le case d’aste invece appaiono così floride, al varco del primo semestre 2026?
Perché le case d’aste stanno avendo la meglio sulle gallerie
Hanno alzato la posta della qualità, abbandonando la corsa speculativa verso l’arte ultra contemporanea emergente in voga nei già lontani anni della pandemia; hanno lasciato spazio alla vincente arte moderna, combinazione perfetta di offerta limitata e domanda elevata. Con il raffreddamento della domanda, le case d’aste non hanno battuto ciglio e hanno rivisto le stime di partenza al ribasso. La stessa prontezza di adeguamento non l’hanno avuta gallerie e dealer privati. Stime percepite come realistiche stimolano la competizione, che a sua volta determina prezzi più elevati – perché, è bene ricordarlo, “il mercato alla fine fa sempre il suo prezzo”.
Il mercato secondario delle maison si è adeguato molto più prontamente alla mutata realtà di contesto rispetto al resto del sistema dell’arte. Ma la resilienza delle major e delle loro epigone non è solo faccenda di prezzi e selezione. Oggi né Sotheby’s né Christie’s si presentano più semplicemente come case d’asta: entrambe offrono un florilegio di servizi a corredo delle loro attività. Sotheby’s per esempio, offre anche un mix equilibrato di servizi finanziari (finanziamenti, cartolarizzazioni), vendite private, proposte di immobili di lusso, ospitalità. Christie’s arricchisce la propria offerta, oltre che con vendite private, con art finance, attività di consulenza e mostre estive.
Phillips non potrebbe essere ciò che è senza il dipartimento stellare Phillips Watches in Association with Bacs & Russo; inarrivabile nei numeri, nella ricerca, nella qualità. Heritage infine ha costruito un’attività da ben oltre un miliardo di dollari per sei mesi intorno a oggetti da collezione che un tempo sarebbero stati considerati di nicchia.
Il loro prodotto più identitario, l’asta, è solo uno dei tanti ideati per mantenere, conquistare e fidelizzare i clienti. A differenza delle gallerie, le case d’asta hanno dimostrato di saper giocare. Sorprendentemente snelle, vivaci, adattabili.

