“Non abbiamo voluto creare un museo nel bosco, ma un luogo in cui il bosco potesse diventare parte dell’Opera.” È questa l’intuizione alla base del Parco Sculture del Chianti (Località La Fornace, n. 48, Pievasciata – Castelnuovo Berardenga, Siena), diretto dal 2023 da Chiara Bozzi, uno dei più interessanti esempi italiani di arte ambientale contemporanea, dove scultura, natura e architettura del paesaggio convivono in un equilibrio raro.
Immerso tra querce e lecci nel cuore delle colline senesi, a pochi chilometri da Siena, il Parco nasce nel 2004 dall’iniziativa privata di Piero e Rosalba Giadrossi con un obiettivo preciso: creare una collezione permanente capace di superare il concetto tradizionale di esposizione e trasformare il rapporto tra opera d’arte e spettatore. Oggi il percorso ospita 30 opere permanenti realizzate da artisti nazionali e internazionali, provenienti da 5 continenti, chiamati a confrontarsi direttamente con il luogo e con le sue caratteristiche naturali.
Qui l’arte non viene semplicemente collocata nello spazio, ma nasce insieme a esso. Ogni artista è stato invitato a visitare il bosco prima di progettare il proprio lavoro e la scelta del luogo, la relazione con gli alberi, la luce, i colori e i suoni dell’ambiente sono diventati parte integrante del processo creativo.
È proprio questa la caratteristica che rende il Parco Sculture del Chianti un progetto unico: la natura non è una cornice, ma un elemento vivo dell’opera. Le installazioni cambiano con il passare delle ore e delle stagioni, vengono attraversate dalla luce, modificate dal clima, integrate dalla crescita della vegetazione. “L’opera dell’uomo non deve prevaricare la natura, ma dialogare con essa”, è la filosofia che accompagna il progetto fin dalla sua nascita.
Il percorso espositivo si sviluppa come un viaggio tra culture e linguaggi differenti. Le opere raccontano il rapporto tra uomo e ambiente, la memoria, il tempo, l’identità e la percezione dello spazio. Materiali diversi – marmo, acciaio, vetro, legno, pietra ed elementi naturali – costruiscono un dialogo continuo tra artificiale e organico.
Tra le opere che appartengono al primo nucleo della collezione troviamo “Energy” (2001) di Costas Varotsos (Atene, 1955), artista greco tra i più importanti della scena contemporanea internazionale. La scultura, realizzata attraverso lastre di vetro sovrapposte, sembra ricreare un albero contemporaneo capace di catturare e restituire la luce del bosco. La trasparenza diventa materia, trasformando un elemento fragile in una presenza monumentale. L’opera riflette sulla possibilità di rendere visibile ciò che normalmente rimane invisibile: l’energia, il movimento, la trasformazione.

Energy - Costas Varotsos - Ph Fabio Giamello
Sempre agli anni iniziali del Parco appartiene “Xaris” (2002) di Adriano Visintin (Pordenone, 1947). Realizzata in acciaio corten, la scultura si distingue per una forma curva e armonica che richiama una ballerina stilizzata tesa a toccarsi le dita dei piedi, quasi una figura sospesa tra geometria e natura. Il titolo rimanda alla parola greca “charis”, associata ai concetti di grazia e bellezza, sintetizzando la ricerca dell’artista tra rigore formale ed emozione.
Il rapporto tra architettura e paesaggio emerge, invece, in “Coin de bois blanc” (2003) di Nicolas Bertoux (Parigi, 1959). L’intervento in marmo crea uno spazio di forte suggestione all’interno del bosco: una presenza geometrica e silenziosa che sembra costruire una stanza senza pareti. La pietra bianca, simbolo della tradizione scultorea, entra in contrasto con la materia naturale degli alberi, creando una riflessione sul rapporto tra permanenza e mutamento.

Coin de Bois Blanc by Nicolas Bertoux - Ph Fabio Giamello
Un altro lavoro fortemente identitario è “Rainbow Crash” (2003) di Federica Marangoni (Padova, 1940). L’artista, pioniera nell’utilizzo del vetro e della luce come strumenti espressivi, introduce nel bosco un elemento cromatico di grande intensità. L’opera sembra quasi una frattura luminosa nel paesaggio: il colore diventa una presenza fisica capace di modificare la percezione dello spazio.

Rainbow Crash - Federica Marangoni - Ph by Fabio Giamello
Tra gli interventi più narrativi si trova “The Milk Factory” (2002) di Vincent Leow (Singapore, 1961), artista noto per un linguaggio che unisce ironia e critica sociale. L’opera prende spunto dalla nascita della pecora Dolly, il primo mammifero clonato da una cellula adulta nel 1996, per riflettere sul rapporto tra natura, tecnologia e manipolazione della vita. La “fabbrica del latte” diventa così una metafora delle trasformazioni introdotte dalla biotecnologia: un’immagine surreale e provocatoria che, immersa nel bosco, invita a interrogarsi sui confini tra naturale e artificiale.
Un’esperienza fisica e simbolica è, invece, offerta da “Labirinto” (2007) di Jeff Saward (Inghilterra, 1951), considerato uno dei maggiori esperti mondiali di labirinti e tra i più importanti creatori contemporanei di queste strutture simboliche. Fondatore del centro studi Labyrinthos, Saward ha dedicato la propria ricerca alla storia, alla progettazione e alla costruzione di labirinti in tutto il mondo.

Labirinto by Jeff Saward - Ph Fabio Giamello
Realizzato con tessere quadrate di vetro colorato prodotte a Firenze, il labirinto del Parco si sviluppa per circa 75 metri attraverso un percorso concentrico che conduce il visitatore verso un piccolo spazio centrale, dove una seduta in mosaico arancione e uno specchio invitano alla riflessione. L’opera riprende il simbolo antico del labirinto, presente in molte culture come metafora del viaggio umano, della ricerca interiore e del rapporto tra smarrimento e conoscenza. Derivato da un’incisione rupestre della Val Camonica risalente all’Età del Ferro, il lavoro di Saward trasforma un antico simbolo archetipico in un’esperienza contemporanea: il visitatore non osserva semplicemente l’opera, ma la percorre diventandone parte. “Il labirinto non serve a perdersi, ma a ritrovarsi”, sembra raccontarci questa installazione, dove il cammino fisico diventa metafora di un percorso personale.
Il Parco però è anche un luogo di attraversamenti simbolici. “The Blue Bridge” (2001) di Ursula Reuter Christiansen (Germania, 1943) è una delle opere più poetiche del percorso e anche l’unica realizzata per la Biennale Arte di Venezia del 2001. L’artista tedesca, figura importante della scena europea del secondo dopoguerra, da vita a un ponte in ferro e vetro composto da tessere blu che attraversa lo spazio come una soglia sospesa. Il ponte diventa metafora di relazione: un collegamento tra luoghi, culture e persone. “Unire due spazi significa creare un dialogo”, sembra suggerire l’opera, che invita il visitatore a riflettere sul valore simbolico del passaggio.
Legato, invece, alla dimensione della memoria e del territorio è “La pietra sospesa” (2001) di Mauro Berrettini (Buonconvento, Siena, 1943). Lo scultore senese costruisce un’opera in travertino che gioca sul contrasto tra peso e leggerezza. Una grande pietra appare sospesa all’interno di una struttura architettonica minimale, creando una tensione poetica tra forza della materia e percezione del movimento. L’opera sembra suggerire una domanda: quanto può essere leggero ciò che appare pesante? E quanto può essere solida un’impressione apparentemente fragile?
Dalla Corea arriva, invece, “Island” (2000) di Kim Hae Won (Corea del Sud, 1964), un lavoro che riflette sul rapporto tra individuo e ambiente. La scultura evoca l’idea dell’isola come luogo fisico ma anche mentale: uno spazio di separazione, introspezione e ricerca interiore. Inserita nel bosco, assume il valore di un luogo di pausa, quasi un punto di meditazione lungo il percorso.
Anche la riflessione sulla forma pura trova spazio nel Parco attraverso “Homage to Brancusi” (2001) di Benbow Bullock (Stati Uniti, 1948), opera che rende omaggio alla ricerca del grande scultore rumeno Constantin Brâncuși. La semplificazione delle forme e l’essenzialità della materia (acciaio brunito) riportano al centro una delle questioni fondamentali della scultura moderna: la capacità di una forma minima di evocare significati universali.
Tra le opere più recenti si distingue, invece, “Il porcino di Mario” (2021) di Emanuele Rela (Barga, 1977). Nato dal recupero di un tronco di pino secolare abbattuto da una tempesta, il grande fungo scolpito dall’artista rappresenta perfettamente la filosofia del Parco: trasformare un elemento naturale senza cancellarne la storia. Rela, che ha costruito la propria ricerca sul rapporto tra legno, ambiente e manualità, restituisce nuova vita a una materia destinata alla fine del proprio ciclo naturale. “Il legno conserva una memoria”, è il principio che guida il suo lavoro: ogni venatura, ogni imperfezione diventa parte dell’opera.
Un’altra opera che racconta il legame tra materia, memoria e territorio è quella di Roberto Cipollone (Pescara, 1947), artista noto per una ricerca basata sul recupero di materiali semplici e oggetti dimenticati. Attraverso assemblaggi e composizioni poetiche, Cipollone attribuisce nuova vita a elementi quotidiani trasformandoli in immagini capaci di evocare ricordi, storie e suggestioni. La sua presenza nel Parco conferma uno dei temi centrali della collezione: la possibilità di trasformare ciò che sembra marginale o destinato all’abbandono in una nuova forma di bellezza. La materia povera diventa così memoria, racconto e testimonianza del rapporto tra uomo e ambiente.
Una dimensione più contemplativa è, infine, presente in “Il Pensatore” (2013) di Ichwan Noor (Indonesia, 1963). La figura invita alla riflessione e sembra instaurare un dialogo silenzioso con il visitatore. Immersa nel bosco, l’opera amplifica il tema della ricerca interiore: il pensiero diventa un gesto lento, in sintonia con il ritmo naturale del luogo.

Il Pensatore by Ichwan Noor - Ph Fabio Giamello
Un museo che continua a crescere. Il 9 luglio scorso è stato dato il benvenuto a “Passo dopo passo” (2026) di Marco Acquafredda (Siena, 1977), l’ultimo nuovo intervento site specific che arricchisce la collezione permanente, rappresentando una sintesi perfetta dello spirito del Parco. Artista profondamente legato alla cultura e al paesaggio senese, Acquafredda ha raccolto nel bosco centinaia di galle di quercia, piccole formazioni naturali prodotte dagli alberi come risposta alla presenza di organismi esterni, trasformandole attraverso una doratura e ricollocandole sui tronchi lungo i sentieri. Il risultato è una costellazione di piccoli segni luminosi che emergono lentamente alla vista. Non un percorso obbligato, ma una possibilità di scoperta.
“L’ispirazione nasce dalla fiaba di Pollicino – racconta l’artista – ma qui le tracce non servono a ritrovare la strada: servono a interrogarsi sul cammino.” L’opera invita il visitatore a rallentare, a osservare ciò che normalmente sfugge. Un dettaglio particolarmente significativo riguarda poi l’altezza alla quale sono state collocate le galle: corrisponde alla misura del corpo dell’artista. Una presenza umana minima, quasi una firma invisibile, che si confronta con la scala immensa della natura.
Anche il tempo diventa parte integrante dell’opera. Le galle sono elementi organici destinati a trasformarsi, a seguire il ritmo delle stagioni. “L’opera non è conclusa nel momento in cui viene installata – spiega Acquafredda – continua a vivere attraverso ciò che le accade intorno.” Come sottolinea la direttrice “con ‘Passo dopo passo’ il Parco accoglie un’opera che invita a osservare il bosco con uno sguardo nuovo.”
Accanto alla collezione permanente, il Parco si è arricchito nel tempo anche di nuovi spazi e progettualità: tra questi, l’anfiteatro all’aperto, realizzato nel 2009, che ospita concerti e spettacoli in un contesto di grande suggestione, e la Galleria a cielo aperto, inaugurata nel 2024 in occasione dei primi vent’anni del Parco, un nuovo spazio dedicato alle mostre temporanee.
Il valore di un’esperienza unica. Il Parco Sculture del Chianti rappresenta oggi un modello particolarmente attuale di relazione tra arte e ambiente. In un momento storico in cui musei e istituzioni culturali stanno ripensando il rapporto tra pubblico, territorio e sostenibilità, questo progetto dimostra come una collezione possa essere anche un’esperienza.Qui il valore dell’opera non risiede soltanto nella materia, nella tecnica o nella firma dell’artista, ma nella capacità di creare una relazione con il luogo e con chi lo attraversa.
L’arte lascia una traccia, non necessariamente una traccia permanente, ma un’impressione capace di modificare lo sguardo. Ed è forse questa la vera forza del Parco Sculture del Chianti: ricordare che il paesaggio può essere un museo, che il tempo può diventare materia artistica e che, talvolta, per incontrare l’arte contemporanea non serve entrare in una sala espositiva. Basta camminare silenziosamente tra gli alberi.

The Keel 2 by Kemal Tufan - Ph Fabio Giamello

