Mercati del lusso, l'importanza delle dimensioni post covid

Teresa Scarale
Teresa Scarale
28.10.2021
Tempo di lettura: 2'
Le imprese italiane del lusso restano incapaci di finanziarsi per linee esterne di capitale. A meno di non entrare nei grossi gruppi internazionali
Che in Italia sia facile aggregarsi non è vero, ma non è impossibile. Lo ha sostenuto Luigi Feola, managing partner del fondo di investimento L Catterton, parlando nella prima delle tre giornate del Milano Fashion Global Summit, organizzato da Class Agorà. «È importante sottolineare che ci sono brand che rimangono forti nella loro indipendenza», sottolinea, ma è fondamentale «che i brand italiani desiderosi di rimanere indipendenti si aprano al mondo, ricordando che oltre la metà dei consumatori del lusso sono cinesi».
Gli ha fatto eco Maurizio Tamagnini, amministratore delegato del Fondo strategico italiano (Fsi), dicendosi pessimista sul tema, perché «i nostri imprenditori sono campioni di stile, nessuno li batte, ma non sono dei capitalisti tali da arrivare a creare aziende da 200-300 miliardi, com'è avvenuto in Francia. Moltissimi imprenditori inoltre hanno il nome che è quello dell'azienda e per fare M&A la visione dovrebbe trascendere e trasformarsi. Spero di sbagliarmi, guardando ad esempio Stone Island e Moncler, che sono esempi da comunicare».

I mercati del lusso in Italia hanno dimensioni ridotte, il settore tessile italiano è frammentato, creare due gruppi di caratura mondiale come Lvmh e Kering è molto difficile, «ma con la pandemia le dimensioni sono diventate importanti». Ciò che in Italia è sottovalutato rispetto all'esperienza francese» aggiunge Alessandra Gritti di Tip Tamburi Investment, «è il capitale: al di là delle aziende, in Francia la differenza l'ha fatta la finanza», la capacità di finanziarsi per linee esterne, un aspetto in cui il nostro paese è molto debole. «Non è un caso che una serie di marchi italiani che non andavano bene, inseriti in questi gruppi, grazie agli investimenti, si siano ripresi». Un altro punto debole dell'Italia è «la distribuzione, qualcosa su cui noi siamo rimasti indietro», conclude Alessandra Gritti.

Emanuela Prandelli, LVMH Associate Professor of Fashion and Luxury Management at Bocconi University - MAFED Director at SDA Bocconi si concentra sulla capacità di conquistare la generazione Z. La moda serve per segnalare uno status: Gucci è stato fra i primi a cavalcare il tema dell'inclusività, Stella McCartney quello della sostenibilità. La possibilità di identificarsi in un brand passa non tanto per collezioni impeccabili e interessanti per l'architettura del prodotto quanto per i valori. Si pensi alla gamificazione della moda, alla diffusione delle piattaforme di noleggio. I centennial sono meno legati all'idea del possesso, e più a quella dell'utilizzo, della personalizzazione. Non basta l'esclusività: serve l'unicità (offerta per esempio dal vintage). Non bisogna però eccedere nella personalizzazione, «troppa penalizza, perché serve identificazione. Siamo davanti a un consumatore phygital, il canale fisico non perde di importanza, ma deve diventare piattaforma per canalizzare esperienze: si pensi a Vuitton, che ha usato i Pokemon per riportare i clienti nel negozio fisico».
Caporedattore della sezione Pleasure Asset di We Wealth. Giornalista professionista, garganica, è laureata in Discipline economiche e sociali presso l’Università Bocconi di Milano. Scrive di finanza, economia e mercati dell’arte. È in We Wealth dalla sua fondazione

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