La filantropia guarda ai paperoni del futuro

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I miliardari del domani sono alle porte. Chi sono? Tutti quei soggetti che hanno creduto nelle criptovalute, senza screditarle

Il mondo del Bitcoin & Co sta diventando sempre conosciuto. Anche la finanza sta iniziando ad accettarlo

Da questo nasceranno i paperoni del futuro. Già adesso ci sono alcuni nomi, ancora sconosciuti, che hanno incrementato il proprio patrimonio grazie agli asset digitali

I paperoni di domani sono i sognatori di criptovalute di oggi. Il mondo delle valute digitali sta diventando sempre più predominante e anche la finanza sta iniziando a guardalo con interesse e attenzione, rispetto agli anni passati. I nuovi miliardari del domani passano dunque non solo più per il mondo tech ma anche per le criptovalute.
Questo avrà però anche degli effetti sulla filantropia. Una volta raggiunta la vetta sempre più individui sentono infatti la necessità di ridare qualcosa alla comunità e dunque di concentrarsi anche sulla filantropia.

Entrante nel club degli uomini più ricchi al mondo più disorientare. E quindi, per cercare di ritrovare la bussola si potrebbero iniziare a seguire le orme di Bill Gates, Mark Zuckerberg, Elon Musk e molti altri. Questi hanno donato una parte della loro ricchezza a diverse cause sociali. Oppure si può pensare di allinearsi con chi ha deciso di donare l’1% del proprio patrimonio in beneficienza. Il riuscire a coinvolgere i nuovi paperoni in diversi progetti filantropi è di fondamentale importanza visto che nel 2020 la maggior parte delle donazioni sono arrivate dal ceto medio (con diverse eccezioni). Sono infatti veramente pochi i ricchi hanno donato in proporzione al loro patrimonio, anche in un anno difficile come quello passato.

Ci sono diversi progetti messi in piedi dai paperoni più filantropici, ma molto spesso raccolgono poco successo. L’ultimo in ordine cronologico era il  “Give while you live” di Global citizen che ha l’obiettivo di far donare almeno il 5% della ricchezza, una volta l’anno ai sottoscrittori, da destinare a qualsiasi progetto i miliardari vogliano. Progetto che non sta riscuotendo successo. Per il momento gli unici che hanno aderito sono John e Laura Arnord, che hanno accettato di donare il 5% della propria ricchezza.

L’impegno a voler sostenere un o più progetti di beneficienza attraverso donazioni è di vitale importanza per il settore soprattutto dopo un primo anno che ha visto il Covid-19 e tutte le conseguenze economiche che ha portato: “In questo momento, molti enti di beneficenza rischiano di non sopravvivere alla pandemia. Tuttavia, più di 1 trilione di dollari promessi loro rimangono depositati in conti di investimento esentasse”, ha dichiarato John Arnold, ex dirigente di hedge fund diventato filantropo. “Le associazioni di beneficenza americane non possono permettersi di aspettare che sorga una crisi più grande. Il lavoro come al solito non è abbastanza buono”.

L’allarme nasce a causa delle varie storture burocratiche e normative. Negli Usa il tema della filantropia sta infatti diventando scottante proprio perché molto spesso i “donor-advised funds” non sono tenuti a fare donazioni nell’anno in cui ricevono i fondi, nonostante i “donatori” riescono a ricevere subito la detrazione fiscale. Questo ritarda l’arrivo dei soldi all’associazione e dunque causa problemi.

Le varie iniziative per cercare di accelerare il processo si sono sono arenate, incontrando ostacoli sulla strada e i vari progetti per cercare di spronare i paperoni hanno sempre meno successo. È per questo che il riuscire ad attrarre e stabilire dei contatti con i paperoni del futuro e di vitale importanza per il settore della filantropia.

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