Ghia 2300 Coupé, amore a prima vista

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L’offerta automobilistica Fiat, nel 1960, era tra le più complete al mondo: dalla piccola utilitaria, la Fiat 500, alle opulente ammiraglie americaneggianti. Mancava solo un coupé sportivo ad alte prestazioni, in grado di rivaleggiare con le prestigiose Lancia Flaminia Coupé e Alfa Romeo 2600 Sprint. Quel coupé prese le sembianze della Ghia, che sarà prodotta in oltre 10mila unità

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Salone dell’automobile di Torino 1960. Vittorio Valletta è il Presidente della Fiat e si aggira tra i vari stand del Salone alla ricerca di eventuali idee per colmare le poche lacune di una gamma vetture già pressoché completa. Valletta, in carica dal 1946, sta traghettando il colosso industriale dalla Presidenza di Giovanni Agnelli senior a quella del nipote Gianni, in seguito più noto semplicemente come Avvocato; Valletta nei suoi vent’anni al timone guiderà la Fiat in una crescita straordinaria, portandola da una produzione di circa 400.000 vetture all’anno a oltre 1,5 milioni e posizionandola al vertice dei gruppi industriali italiani.

In quel momento l’offerta automobilistica Fiat è tra le più complete del mondo: dalla piccola utilitaria, la Fiat 500, alle opulente ammiraglie americaneggianti; manca solo un coupé sportivo ad alte prestazioni, più moderno della 1900 B Granluce ormai superata, e magari anche in grado di rivaleggiare con le prestigiose Lancia Flaminia Coupé e Alfa Romeo 2600 Sprint.

Ghia 2300 Coupé, amore a prima vista

Allo stand della Ghia Valletta rimane folgorato. La Carrozzeria torinese propone una stupenda Gran Turismo, elegantissima e al tempo stesso aggressiva, basata sulla meccanica della berlina Fiat 2100, della quale incredibilmente conserva il passo di oltre 2,5 metri, celato con grande maestria. Valletta decide all’istante che quella sarà la nuova sportiva Fiat, al vertice della gamma. Solo un anno dopo la vettura entrerà ufficialmente nei listini della Casa e sarà identica a quella esposta al Salone, ma derivata negli organi meccanici dalla più recente 2300 berlina; è posta in vendita in due versioni, la Normale, con 105 cavalli e la S maggiorata a 136, mediante l’adozione di due carburatori a doppio corpo. La produzione verrà affidata alla stessa Ghia che, non essendo sufficientemente strutturata per una commessa così imponente, delegherà gli stampaggi delle lamiere alla sua emanazione OSI. La meccanica verrà invece affinata e montata presso le officine Abarth.


Dalla Ghia alla Chrysler L 6.4, l’auto di Dean Martin

Ne scaturì una vettura di prestigio e di gran classe, che esprimeva forte personalità ed equilibrio formale, nonostante gli oltre 4,5 metri di lunghezza; la linea risultava comunque snella, seducente e compassata, frutto della collaborazione, presso Ghia, degli stilisti Sergio Sartorelli, Virgil Exner jr. e Tom Tjaarda. Era caratterizzata da ampie vetrature e montanti molto sottili (i posteriori insolitamente paralleli agli anteriori) che le conferivano grande leggerezza.

Davvero originale era il voluminoso lunotto panoramico ed avvolgente, diviso in tre pezzi, non essendo allora tecnologicamente possibile produrre in unica soluzione vetrature con quella curvatura. I sottilissimi giunti erano essi stessi elementi stilistici del lunotto, che Ghia (o meglio la sua consociata americana Dual-Ghia) aveva peraltro precedentemente proposto in quell’identica configurazione su un’altra vettura, la Chrysler L 6.4, che divenne un must tra le star di Hollywood; molto famoso all’epoca l’esemplare nero personalizzato appartenuto a Dean Martin. Curiosamente il modellino in scala di questa Chrysler, prodotto dalla britannica Corgi Toys, conobbe un successo planetario con più di 1,5 milioni di pezzi, a fronte di soli 26 esemplari della vettura reale.


E non era un caso. La Ghia aveva infatti in quegli anni sviluppato rapporti davvero proficui con tutti i colossi americani, comprese anche Ford e General Motors, culminati nell’allestimento dell’arditissima showcar sportiva di lusso Chrysler Norseman, famosa anche perché non fu mai consegnata in quanto imbarcata sul transatlantico Andrea Doria ed affondata con esso. Anche nella Fiat 2300 Coupé Ghia le finiture erano di elevato standard qualitativo, adeguato al prestigio dell’auto, con materiali di gran lusso ed una comodità pari a quella di una ammiraglia.

L’auto era spinta da un prestante motore 6 cilindri in linea da vera sportiva, non a caso opera del celebre progettista ex Ferrari Aurelio Lampredi; aveva grinta e grande progressione, consentendo prestazioni davvero di vertice: oltre 200 km/h nella versione S. Offriva inoltre facilità di guida, giusta rigidità, notevole ripresa e agilità, oltre ad una frenata potente ed efficace, grazie ai quattro dischi con servofreno.


La Ghia 2300 S Coupé, Carlo Abarth, la pista di Monza e Mario Cecchi Gori

Tutte queste doti, unite ad una grande affidabilità, vennero sapientemente sfruttate da Carlo Abarth, che fece correre a Monza una 2300 S leggermente preparata, per tre giorni e tre notti ininterrottamente, con cambio guida ogni due ore, conseguendo diversi record mondiali. Il noto preparatore aveva peraltro grande dimestichezza con il raffinato 6 cilindri Fiat, che già aveva adottato sulle sue Coupé 2200 e 2400 che proponeva direttamente con allestimento Allemano; e proprio una 2400 di questa serie fu adibita a sua auto personale. Il potenziale sportivo della 2300 era infatti notevole e prova ne sono anche le scene finali del celebre cult movie “Il sorpasso” di Dino Risi, nelle quali la 2300 Coupé venne immortalata nelle curve della via Aurelia nei pressi di Castiglioncello, ove faceva da lepre inseguita dalla Lancia Aurelia B24 di Bruno Cortona, alias Vittorio Gassman. Il sorpasso evocato dal titolo del film, come noto, non riuscì e la 2300 (che peraltro era nella realtà la vettura personale del produttore Mario Cecchi Gori) schizzò via imprendibile.


Il successo e la produzione (e il sorpasso sulle concorrenti straniere)

La vettura ebbe successo e fu prodotta in oltre diecimila unità, superando le proprie rivali nazionali (in ciò agevolata anche da una rete di vendita e di assistenza capillare), ed incalzando anche più blasonate concorrenti, come la Mercedes 220 SE Coupé, che si assestò su poche migliaia di esemplari in più. È un vero peccato che non ebbero seguito due interessantissime varianti sul tema, presentate successivamente dalla Ghia e rimaste esemplari unici. Si tratta della 2300 Cabriolet (anche in questo caso destinata ad avere grande successo solo come modellino in scala, nello specifico della francese Solido) e soprattutto della 2300 Club, una antesignana shooting-brake, ossia una station wagon sportiva a due porte, dotata di barre cromate longitudinali sul tetto e sull’inclinatissimo portellone.


La Fiat 2300 Coupé oggi (e i valori di mercato)

La Coupé fu costretta a cedere il passo solo con l’avvento delle prestigiose Fiat Dino, prima la Spider di Pininfarina nel ’66, e poi la Coupé di Bertone l’anno successivo, entrambe dotate di motori di progettazione Ferrari. Ancora oggi la 2300 Coupé suscita ammirazione soprattutto all’estero dove il marchio Fiat mantiene un appeal maggiore che in patria (e non a caso moltissimi esemplari di 2300 Coupé sono confluiti in Giappone, in Germania e negli Stati Uniti) e dove se ne apprezzano la straordinaria eleganza senza eccessi, il look tipicamente anni ‘60 e le prestazioni ancora oggi in grado di stupire. I non moltissimi esemplari sopravvissuti, se in ottime condizioni, possono superare anche i cinquantamila euro, per avvicinarsi agli ottantamila nelle versioni Abarth Allemano.





Articolo pubblicato nel numero di maggio 2024 del magazine We Wealth. Abbonati qui.

di Pier Angelo Roncaccioli

Avvocato per formazione, collezionista per passione, appassionato d’arte e antiquariato, esperto di automobili e motoleggere d’epoca

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