Woodstock, Stato di New York, metà agosto 1969: si tiene quello che sarà ricordato come il più grande concerto della storia del rock. Mezzo milione di ragazzi si ritrovano per celebrare l’ideale utopistico di un mondo fatto solo di amore, pace e rock’n’roll; si susseguono sul palco ben 32 musicisti, che suonano non-stop per quattro giorni.
È il momento della massima espansione della controcultura hippie e quel leggendario evento, caratterizzato anche da consumi abnormi di droghe e alcool, bagni nel fango e amore libero, resterà come uno dei momenti chiave della storia del costume. Tra le immagini simbolo di Woodstock, non si possono dimenticare Jimi Hendrix con fascia in testa e giacca bianca a frange che suona l’inno americano alla chitarra elettrica distorta, simulando anche le bombe del Vietnam, ed i tipici mezzi di trasporto dei giovani hippie, furgoni Volkswagen di terza o quarta mano, ridipinti a colori sgargianti secondo l’iconografia del movimento. Grazie alle immagini diffuse in tutto il mondo da una nota agenzia di stampa, uno in particolare diventerà una celebrità: si tratta del Bulli Light, dipinto dal muralista Bob Hieronimus ed infarcito di segnali psichedelici e simboli pacifisti, predisposto per portare a Woodstock la band Four Season e i relativi strumenti.

Ben Pop, il Maggiolino e la nascita del monovolume
A tutt’oggi il piccolo furgone Volkswagen, nella sua configurazione originaria, richiama ancora immediatamente suggestioni di anticonformismo, autonomia, libertà e creatività. Era nato però come semplice veicolo da lavoro, su base Maggiolino, durante una visita agli stabilimenti di Wolfsburg da parte dell’importatore olandese della Casa, Ben Pon, nel 1947.
Questi, notato un carrello ideato per trasportare materiali tra i reparti e derivato dal Maggiolino, ebbe un’immediata intuizione: installare una struttura chiusa in lamiera sopra quel carrello per farne un utile e capiente veicolo da lavoro, sfruttando la semplicità e l’indistruttibilità della vettura originaria. Buttò giù uno schizzo seduta stante e lo consegnò ai responsabili della Casa. Era in pratica un parallelepipedo arrotondato, senza sporgenze né davanti né dietro oltre il parabrezza ed il lunotto: era nato il monovolume.
L’autista era seduto sull’asse delle ruote anteriori ed il motore, il 4 cilindri boxer raffreddato ad aria del Maggiolino, era montato a sbalzo sul retrotreno, così permettendo un’ottimale distribuzione dei pesi. Volkswagen accolse immediatamente l’idea e, rinforzati telaio e struttura per conferire rigidità e adeguata portata, lo lanciò nella primavera del ‘50. Come avvenuto con il Maggiolino, il cui nome ufficiale era Typ 1, il nuovo van fu denominato semplicemente Typ 2, ulteriormente nel tempo declinato nelle serie T1, T2, T3 ecc. ecc., ove in questo caso la T stava per “Transporter”.
Bulli, rugbrøad o pulmino? I mille nomi del furgoncino Volkswagen
Sempre analogamente al modello Typ 1, soprannominato Maggiolino nelle varie lingue del mondo per la simpatia che ispirava, anche il Typ 2 acquisì da subito i più svariati appellativi: in Germania fu da subito “Bulli”, contrazione tra le parole bus e lieferwagen, cioè furgone per le consegne, oltre che termine evocativo dell’aggettivo bullig, che in tedesco significa muscoloso.
Il soprannome Bulli si diffuse anche negli Stati Uniti (in alternativa a Hippie Van) dove richiamava il termine bull, cioè toro, e il veicolo divenne popolarissimo tra i surfisti della West Coast californiana, che lo stipavano di tavole, sacche e mute. In Danimarca era chiamato pane di segale, rugbrøad, in Inghilterra e in Portogallo pagnotta, breadloaf e pão de forma, nei Paesi Bassi scatola di patate, aardappelkist, in Italia, visto le ridotte dimensioni nella configurazione bus, ispirò il neologismo pulmino.
Dalle tre configurazioni base, cioè furgone, minibus e pick-up, derivarono innumerevoli versioni per tutti gli usi: camper, ambulanze, veicoli dei pompieri, allestimenti per Poste o Polizia, o addirittura trasformazioni in vetture ferroviarie con ruote metalliche per viaggiare sui binari o in versioni cingolate. Il Typ 2 ebbe immediato successo planetario per l’economicità, la robustezza e la semplicità da un lato, e per l’originalità, il design essenziale ed il carisma dall’altro, che gli permisero di rappresentare uno stile di vita inconfondibile divenendo una delle icone pop più riconoscibili.

Volkswagen Typ 2, dal Westfalia al Samba
Le espressioni più simboliche di tutto ciò si riferiscono soprattutto alle versioni T1, prodotta fino al ’67 in 1,8 milioni di esemplari, e T2, fino al ’79 in circa di 2,2 milioni di unità, poiché le serie successive adotteranno nuove soluzioni stilistiche e tecniche, che si allontaneranno del tutto dai concetti originari.
Il capostipite T1 è noto anche con il nomignolo split, per via del parabrezza diviso in due cristalli piatti separati, ed era caratterizzato dal frontale a forma di grande V in rilievo e dal logo Volkswagen di dimensioni generose.
Il T2 fu invece soprannominato bay, da bay-window, cioè finestra ad arco, in virtù del grande parabrezza panoramico, e venne via via arricchito di svariate migliorie meccaniche (sterzo, freni, impianto elettrico, telaio e motori). Entrambe le versioni vennero prodotte nelle due varianti, Westfalia e Samba, oggi le più ricercate. La Westfalia, inizialmente prodotta solo dall’allestitore esterno così denominato e dal ‘57 direttamente da Volkswagen, era un vero mini-camper ante litteram, con arredamento accurato, doppie porte e tetto estensibile in altezza. La versione Samba era invece un minibus panoramico a nove posti, bicolore, con finiture di pregio e tetto apribile scorrevole e, nel T1, un’infinità di finestrini.

Volkswagen Typ 2, icona della cultura contemporanea
Non solo i quattro per lato oltre ai due delle portiere, ma addirittura altri quattro lucernai per lato sul tetto, due angolari sui montanti posteriori e lunotto ingrandito: con i due del parabrezza fanno in tutto 23 finestrini ed infatti con il nomignolo “23 vetrini” è nota questa versione, per distinguerla da quella successiva, più “povera”, allestita con soli 21 vetrini. Ulteriore sciccheria optional, sempre solo sul T1, l’apertura a compasso dei due vetri del parabrezza, pensata per i paesi caldi. T1 e T2 sono oggi evocati nelle linee essenziali dall’Id. Buzz, il nuovo mini-van Volkswagen 100% elettrico, che ne riprende le linee in chiave moderna; per il suo lancio, la Casa organizzò nel 2023 un raduno mondiale di Bulli ad Hannover, che si rivelò un evento faraonico: oltre 80mila persone da 35 nazioni e più di seimila veicoli di tutte le versioni.
Impossibile elencare la miriade di celebri possessori del Bulli (tra gli altri Jim Carrey, Robbie Williams, Jenson Button, o i singoli componenti degli Who) o le innumerevoli avventure o primati da questo conseguiti (come l’impresa, inserita nel Guinness World Record, del Bulli che nel 2015 ha caricato 50 passeggeri), ma non si può non ricordare come il furgoncino Volkswagen abbia casualmente avuto un ruolo determinante nella nascita di Apple, una delle aziende più innovative di sempre. Per finanziare il primo lotto di computer Apple 1, nell’aprile ‘76, Steve Jobs fu infatti costretto a vendere il suo Bulli incassando 1.500 dollari, somma che solo quattro anni dopo avrebbe avuto un valore superiore di un milione di volte.

Il valore dei Volkswagen Typ 2 sul mercato
Con tutto questo carico di valori simbolici, i Typ 2 delle prime serie non sono affatto trattati come tutti gli altri veicoli commerciali, ma seguono le sorti delle automobili storiche più desiderate, spesso con valori vicini a quelli delle supercar sportive. Nelle aste internazionali i T1, anche nelle versioni più comuni e da lavoro, difficilmente scendono sotto i 50mila euro di quotazione, per avvicinarsi ai 100mila nelle versioni Westfalia e addirittura superare i 200mila nel caso di Samba a 21 o 23 vetrini in particolari condizioni di conservazione.

