Le banche ripartono dal fintech

Laura Magna
Laura Magna
16.7.2021
Tempo di lettura: 5'
Gli istituti finanziari non possono più fare a meno della tecnologia. Non solo per offrire ai clienti, privati e imprese, l'esperienza d'uso che richiedono (flessibile e personalizzata), ma anche per efficientare i processi. Ne abbiamo parlato con Mattia Ciprian, ceo di modefinance

Con l’ingresso in vigore delle nuove regole di Basilea IV e le banche dovranno adeguarsi a nuovi requisiti patrimoniali. Per riuscire a valutare correttamente le imprese quando erogano credito e per mettere a riserva la corretta quantità di capitale prudenziale, si dovrà potenziare il ricorso al rating

Le banche che ricorreranno al fintech, trarranno alcuni vantaggi importanti: velocità nell’emissione; monitoraggio costante su dati sempre aggiornati; possibilità di mettere a bilancio un costo flessibile

Le banche ripartono dal fintech. Nel post Covid la tecnologia finanziaria avrà un ruolo fondamentale per gli istituti finanziari che vorranno competere in un mercato sempre più digitale, dove la domanda dei clienti di una user experience fluida e comoda si fa sempre più forte. Anche con l'aumentare dei clienti Millennial e Gen Z che hanno nativamente un'attitudine tecnologica. Di questo trend abbiamo parlato con Mattia Ciprian di modefinance, agenzia di rating fintech.
Cosa offrono le fintech alle banche che da sole non sono in grado di sviluppare?

Le fintech offrono una maggiore accessibilità a tutti i servizi finanziari. Lato banche, infatti, permettono di strutturare offerte di prodotti e servizi tagliati in maniera sartoriale sulle proprie esigenze e su quelle dei target di riferimento. Un approccio collaborativo con queste realtà garantisce un vantaggio competitivo, perché consente di essere tempestivi nella risposta alle mutevoli esigenze del mercato. Le banche ne erano già consapevoli, ma non hanno più potuto rimandare l'adozione di tale approccio poiché la pandemia ha reso sempre più evidente quanto la tecnologia sia il fattore abilitante di tante opportunità. Dalla possibilità di rimanere in contatto con i clienti, a quella di poterli servire a distanza con l'urgenza che il momento ha richiesto. Questo è stato particolarmente evidente nel campo dell'erogazione del credito e dei rating.

Perché?

Perché le banche a un certo punto si sono trovate a dover affrontare una valanga di richieste di prestiti quando i governi hanno lanciato i pacchetti di salvataggio. E hanno avuto qualche difficoltà. In Italia erogare prestiti garantiti richiedeva comunque che si facesse un'analisi della solvibilità e le banche, di norma, non hanno al loro interno gli strumenti adatti a provvedervi in maniera efficiente e in tempi rapidi. Anche gli Usa, per esempio, hanno affrontato lo stesso problema, risolto quando hanno adottato il sistema di analisi del merito di credito di Kabbage.

Cioè, cos'è cambiato quando è intervenuto il fintech?

L'applicazione di tecnologie di data science e artificial intelligence ha permesso di sviluppare piattaforme e metodologie per prevedere e prevenire situazioni di rischio economico-finanziario di imprese e istituti bancari, attraverso una valutazione immediata. L'automatizzazione delle procedure garantisce non solo tempistiche più brevi ma anche un risultato qualitativamente più alto grazie all'utilizzo di dati alternativi, costantemente aggiornati. Nuove normative come la cosiddetta Basilea IV o le linea guida dell'Eba sul tema di concessione e monitoraggio del credito imporrano (le cosiddette Lom, guidelines on loan origination and monitoring) poi alle banche un sempre maggiore ricorso al digitale.

Rispetto alla crisi precedente, quella finanziaria del 2008, questa ha delle caratteristiche peculiari, perché è una crisi economica e di domanda. Ci sono anche altre differenze: la politica si è subito attivata, non solo a livello nazionale ma anche a livello europeo con un massiccio piano di interventi e finanziamenti. Ci sono anche differenze nel modo in cui i soggetti economici la stanno affrontando?

Sì ci sono. Le aziende sono più capaci di stare in piedi nella burrasca perché, anche grazie a Basilea II e III, hanno in larga parte preso consapevolezza della necessità di monitorare costantemente i propri punti di forza e di debolezza. Questo sistema ha finito per premiare le imprese più attente all'autovalutazione, che si sono dimostrate più stabili e più resilienti. Ed è per questo che, complessivamente, il sistema è risultato più solido e ha retto meglio l'impatto. Intanto, gli strumenti di analisi del merito di credito sono cambiati profondamente, migliorando la propria capacità di predire la solvibilità della singola organizzazione. Nel 2007 si utilizzavano i dati di bilancio, che per loro natura sono storici, ma non era un'approssimazione sufficiente. Oggi c'è un'attenzione maggiore alla “freschezza”, alla validità temporale ed alla completezza del dato. E questo è possibile sempre grazie alla tecnologia, che oggi è più potente e valida grazie all'avanzamento di metodologie di data science e analytics.

E la freschezza del dato è tanto più importante quando i bilanci non riflettono, come nel 2021, la reale solidità delle aziende. Diventa necessario riuscire a erogare liquidità all'economia reale in maniera sempre più efficiente. Come si fa con la fine dei prestiti garantiti italiani alle porte, e il ripristino delle regole di Basilea IV che impongono requisiti regolamentari più stringenti alle banche?

Sarà sempre più importante per le istituzioni finanziarie avere a disposizione strumenti in grado di definire il merito di credito delle imprese. Parametro in base a cui le banche devono calcolare le riserve prudenziali.

Se da un lato le banche devono continuare a trasferire efficacemente liquidità all'economia reale per agevolare la ripresa, dall'altro devono rispettare i coefficienti patrimoniali prudenziali stabiliti dalle regole di Basilea: per ogni finanziamento concesso, sono tenute ad accantonare una quota inderogabile a titolo di riserva, quota calcolata in base al rating del creditore. Un rating accurato e corretto è necessario sia per garantire l'emissione di credito a realtà meritevoli, sia per evitare agli istituti finanziari di accantonare risorse in eccesso per eventuali sottostime del merito creditizio della propria clientela. In questo contesto si collocano i rating unsolicited Ecai (External Credit Assessment Institution), valutazioni sul merito di credito delle pmi emessi da entità riconosciute dall'Autorità di Vigilanza. Anche qui il fintech ha assunto un ruolo da protagonista permettendo, attraverso la digitalizzazione del processo, di emettere centinaia di rating a settimana e di monitorare eventuali cambiamenti in maniera periodica.

Quali sono i vantaggi se a emettere il rating è una fintech?

I vantaggi per le banche sono diversi. Innanzitutto, la velocità, affiancata all'affidabilità, combinando i benefici della Ia al procedimento regolamentato. Una realtà fintech come modefinance, per esempio, è in grado di fornire un numero molto maggiore di rating a settimana non raggiungibile senza automazione del processo e di monitorare eventuali cambiamenti in maniera periodica.

Inoltre, c'è anche un tema di costi flessibili. Tipicamente le banche che si rivolgono al fintech per ottenere il servizio di emissione di rating, pagano una tariffa variabile in base al portfolio che hanno bisogno di valutare. Il portfolio viene poi aggiornato trimestralmente e si segue un monitoraggio almeno annuale.

A fronte di questo costo flessibile, i rating possono essere ottenuti dalle banche nel giro di una o due settimane. Un fattore che può essere vitale nel momento in cui sia necessario rispettare la nuova Basilea in termini di capitale prudenziale.

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