Anish Kapoor, nero che più nero non si può

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Una persona con i capelli grigi, che indossa una camicia scura che ricorda Anish Kapoor Nero, è in piedi su uno sfondo in ombra, con le braccia incrociate e lo sguardo leggermente rivolto verso la telecamera.

L’artista indo-britannico Anish Kapoor detiene i diritti per l’utilizzo esclusivo del “Vantablack”, ovvero del “nero più nero” che ci sia. Il suo collega Stuart Semple, noto per l’approccio democratico all’arte, si è opposto a questa “limitazione della libertà degli altri artisti”, e lo ha fatto creando una gamma di colori, tra cui il “Pinkest Pink”, acquistabili da tutti. A patto di non essere Anish Kapoor o qualcuno che agisce per suo conto. Una contesa forse esagerata, ma che riflette il conflitto tra élitismo e democratizzazione nell’arte. E in Italia, è possibile registrare un colore come marchio? E’ possibile un equilibrio?

Indice

Il “super nero” dell’artista Anish Kapoor

Circa 50 anni fa, una fortunata campagna pubblicitaria televisiva di un noto detersivo aveva proposto una frase entrata velocemente nel lessico degli italiani: “bianco che più bianco non si può”. Questa frase potrebbe bene adattarsi ad altri colori. Nel mondo dell’arte, i colori sono strumenti fondamentali per esprimere emozioni, idee e visioni. Tuttavia, pochi si sarebbero aspettati che un colore potesse innescare una disputa così accesa come quella tra l’artista britannico-indiano Anish Kapoor e il collega britannico Stuart Semple.

Al centro della controversia si trova Vantablack, materiale noto come “il nero più nero”. Creato dall’azienda britannica Surrey NanoSystems, Vantablack è composto da nanotubi di carbonio che assorbono il 99,965% della luce visibile, conferendo un aspetto quasi surreale e bidimensionale agli oggetti rivestiti. Nel 2016, Anish Kapoor ottenne i diritti esclusivi per l’uso artistico di Vantablack, scatenando critiche da parte di molti artisti e creativi, che vedevano questa mossa come una limitazione alla libertà artistica.

Ma il nero assoluto non può essere solo di Anish Kapoor

Tra i detrattori più vocali si è distinto Stuart Semple, artista noto per il suo approccio democratico all’arte. Semple ha risposto creando una gamma di colori “iper-accessibili”, tra cui il “Pinkest Pink” e altri pigmenti vibranti, messi in vendita con una clausola particolare: chiunque poteva acquistarli, a patto di non essere Anish Kapoor o di non agire per suo conto. Questo gesto è diventato un simbolo di protesta contro il monopolio del colore.

La tensione tra i due artisti ha raggiunto il culmine quando Kapoor ha pubblicato una foto su Instagram in cui il suo dito, immerso nel “Pinkest Pink”, mostrava un gesto provocatorio. Questo atto ha ulteriormente acceso il dibattito sul possesso e sull’accessibilità dei materiali artistici. La disputa solleva interrogativi più ampi sul rapporto tra arte e commercio. Mentre Kapoor difende il suo diritto, Semple sostiene che i materiali artistici dovrebbero essere accessibili a tutti. La loro contesa, pur esagerata, riflette il conflitto tra élitismo e democratizzazione dell’arte.

Dal punto di vista del diritto: Giuseppe Calabi

La disputa tra Kapoor e Semple ha recentemente acquistato un tono surreale: lo scorso 31 ottobre Artnet ha riportato la notizia che Semple ha deciso di cambiare il proprio nome in “Anish Kapoor”. Naturalmente, si tratta di un gesto performativo dell’artista inglese. Risulterebbe complicato adeguare al cambio di nome i documenti anagrafici ed attribuire efficacia legale a tale cambio, ad esempio nella patente, passaporto, proprietà immobiliari etc., ma dubito che l’artista abbia questo obiettivo. Il cambio di nome da parte di Semple è soprattutto una provocatoria reazione a quella che l’artista definisce come “color hoarding”, ossia accaparramento di colori in modo da non consentirne ad altri l’utilizzo. Lo stesso Semple ha realizzato un colore definito Black 4.0, in competizione con Vantablack, riscuotendo un certo successo sul mercato. Pare che Kapoor abbia acquistato un tubetto di Pinkest Pink, cosparso il proprio dito medio e fatto un brutto gesto all’indirizzo di Semple.

In Italia, è possibile registrare un colore come marchio? La registrazione di un colore come marchio è disciplinata dal Codice della Proprietà Industriale e dalle normative europee in materia di marchi. Per ottenere la registrazione, il colore deve essere presentato in modo chiaro e preciso, ad esempio tramite una rappresentazione grafica accompagnata dal riferimento a un codice cromatico universalmente riconosciuto (es. Pantone). Inoltre, il colore deve avere una capacità distintiva, ossia deve essere in grado di identificare un prodotto o servizio come proveniente da un’azienda specifica. Inoltre, occorre provare che il colore abbia acquisito distintività attraverso l’uso nel tempo, noto come secondary meaning. Ciò implica che i consumatori associno quel colore a un marchio specifico. Tuttavia, l’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi valuta con rigore tali richieste. Infine, è importante sottolineare che la registrazione di un colore come marchio non garantisce automaticamente un monopolio assoluto su di esso.

Dal punto di vista storico-artistico: Sharon Hecker

La battaglia di Semple di democratizzare i materiali pittorici solleva una questione che è stata dibattuta fin dall’epoca classica. Aristotele credeva che le idee e la conoscenza dovessero essere condivise liberamente per il miglioramento della società. Allo stesso tempo, riconosceva l’importanza di ricompensare inventori e creatori. Ciò ha portato a secoli di discussioni su come bilanciare l’interesse pubblico e i diritti individuali. Nel caso dei pigmenti e delle tecniche artistiche, innumerevoli culture li hanno considerati per secoli segreti strettamente custoditi, trasmessi oralmente e in modo quasi sacro da maestro ad apprendista come forma di iniziazione e spesso protetti dalle corporazioni dei mestieri.

Considerazioni sulla “ossessione identitaria” in essere nel sistema dell’arte (sul nero di Anish Kapoor e non solo)

Ma la segretezza si è gradualmente erosa. Come trovare oggi un equilibrio? Al di là del commento puntuale sul rapporto tra arte e commercio e tra elitarismo e democratizzazione dell’arte, l’idea di Semple è una dichiarazione brillante su un altro piano. Porta ad absurdum il nostro profondo investimento nella nozione di identità dell’artista, gettando nel caos più totale l’“ossessione identitaria” della nostra cultura per l’artista singolo, unico, eroico (spesso maschio), dai musei al mercato alle pubblicazioni, ai social media e alla loro spettacolarizzazione delle personalità, alle pagine di Wikipedia (Semple ha già creato la sua pagina personale – come Anish Kapoor)… Basterebbe una foto di ciascun artista per capire che “Anish Kapoor” non è visivamente identico a Stuart Semple.

Ma cosa succederà dopo? Riflettiamo meglio: cosa significherà avere una mostra delle opere di “Kapoor”? Comprare e vendere “un Kapoor”? Semple potrà ora autenticare le proprie opere come “di Kapoor”? E chi avrà il diritto di gestire il patrimonio di questo Kapoor quando Semple non sarà più in vita? Come si distingueranno le opere del primo Kapoor da quelle dell’altro Kapoor e chi le autenticherà? Ci saranno due cataloghi ragionati di Kapoor? L’assurdità continua… Ma forse mostrarci quanto sia ridicolo il nostro investimento nella unicità del nome di un artista è esattamente il punto che Semple vuole farci vedere.

di Giuseppe Calabi

Senior partner dello studio legale CBM & Partners, è esperto di diritto dell’Arte ed ha partecipato ai lavori di riforma del Codice dei Beni Culturali.
È consulente legale di Consorzio Netcomm. È inoltre membro della commissione sul diritto d’autore dell’Associazione Italiana Editori (AIE) e del comitato per lo sviluppo e la tutela dell’offerta legale di opere digitali costituito dall’Agcom.

di Sharon Hecker

Storica dell’arte e curatrice americana (laurea alla Yale University, dottorato alla UC Berkeley), esperta di arte italiana moderna e contemporanea. Ha collaborato con musei come la Peggy Guggenheim Collection. Ideatrice di The Hecker Standard fornisce consulenze su due diligence a collezionisti, studi legali, wealth manager e family office. Membro dell’Advisory Board, International Catalogue Raisonné Association (ICRA), Vetting Committee TEFAF NY (Committee Chair) e Maastricht, e coordina l’Expert Witness Pool della Court of Arbitration for Art (CAfA).

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