Letteratura e geometria, nella lettura di Josef Albers (1888-1976) e Leonor Fini (1907-1996) hanno conquistato la vetta dell’ultima asta di arte moderna e contemporanea firmata Il Ponte, tenutasi a Milano. il 26-27-28 maggio 2026 (4,7 milioni il fatturato per i lotti venduti, il 90%, con una rivalutazione media del 198%). Il top lot, di Josef Albers, ha cambiato proprietario per 384.000 euro, commissioni incluse (come sempre quando si tratta di risultati finali d’asta). Si tratta di un seminale Study for Homage to the Square: Full Tenor, della serie “Omaggi al quadrato”, compiuta espressione delle meditazioni sulle forme (lui diceva «icone») propria di Albers. L’artista tedesco dipinse questo olio su masonite – una delle espressioni più compiuto dell’astrazione geometrica del Novecento – nel 1959.

L’esemplare fa parte di quelli in cui la disposizione dei quadrati è asimmetrica, con posizione del più piccolo nella parte inferiore del quadro, conferendogli una sorta di peso o tensione radicante. Impossibile non pensare che sul risultato d’asta non abbia influito la mostra in corso a Varese, a Villa Panza, Meditations, appunto (9/4/2026 – 10/1/2027).
Dopo il vertice delle geometrie, l’orizzonte della lettura nell’ultima asta Il Ponte
Poco distante dall’aggiudicazione di Albers, troneggia un ritratto giovanile di Leonor Fini (1907-1996). Il suo Portrait d’Italo Svevo del 1928ha raggiunto nell’ultima asta Il Ponte una cifra record per un’opera giovanile: 358.400 euro.

La giovanissima artista conobbe lo scrittore e drammaturgo nella Trieste degli anni Venti del XX secolo, allora vivido avamposto culturale fra Mitteleuropa e Italia (lo stesso nome d’arte di Italo Svevo ne era emblema). Leonor immortala lo scrittore nei suoi ultimi mesi di vita (sarebbe scomparso proprio nel 1928, il 13 settembre) e ne fissa per sempre sulla tela la complessità psicologica: le pupille vive, lo sguardo acuto e l’espressione in qualche modo sardonica. Sullo sfondo, le sagome sbiadite e semplificate dell’industria Veneziani, di cui Svevo fu socio e dirigente, avendone sposato un’erede. L’intensità ritrattistica di Svevo, al secolo Ettore Schmidt, fa da contrappeso alla tenuità dello sfondo, segno feroce della sua probabile irrilevanza.
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A dispetto della notifica di interesse storico-artistico da parte della Soprintendenza, l’opera ha visto una serrata competizione tra offerenti, conclusasi felicemente con l’acquisizione da parte della Fondazione CRTrieste. L’operazione che conferma il ruolo sempre più imprescindibile del mecenatismo istituzionale nella tutela e nella preservazione di opere fondamentali per la memoria culturale e l’identità dei luoghi. In questo caso, quella mitteleuropea di Trieste.
Le altre opere di una raffinata selezione
Tra i punti salienti della vendita, i meravigliosi Fiori del 1946 di Giorgio Morandi (1890-1964), 256.000 euro, sintesi della sua più raffinata ed elegante maturità artistica: ogni elemento analitico-descritto è abbandonato; la forma emerge rarefatta grazie ai soli passaggi tonali, e resta così, sospesa fra apparizione e rarefazione.

Poi, Alberto Magnelli (1888-1971) con Entente secrète del 1948, 102.400 euro.

Ancora, Felice Casorati (1883-1963) con Fanciulla che dorme del 1955 96.000 euro.

Massimo Campigli (1895-1971), con Ragazza con abito verde / Composizione e figure / Tre figure del 1956, 83.200 euro.

Solo pittura, dunque? No. Si segnala l’Enfant Juif (letteralmente “Bambino ebreo”) di Medardo Rosso (1958-1928), 89.600 euro, opera toccante ed emblematica della rivoluzionaria ricerca plastica dell’artista, che sceglieva di “interrompere” il processo creativo della scultura nella fase della cera e del gesso, per mantenerla in una condizione di precarietà e impermanenza, “sospesa tra l’apparizione e il dissolvimento”, come affermano gli specialisti della casa d’aste.

E poi il sensuale Nudo seduto del 1949 di Alberto Viani (1906-1989), 83.200 euro.

Prosegue infine l’apprezzamento da parte del mercato dei lavori di Salvo (1947-2015), come Una sera, 128.000 euro, appartenente alla stagione più compiuta e riconoscibile dell’artista (e dunque rassicurante per i collezionisti).

Commandeur del 1960 di Enrico Baj (1924-2003) ha ottenuto un’aggiudicazione di 96.000 euro,

mentre Dada Festival del 1965 di Mario Schifano (1934-1998) – per cui è stata avviata la richiesta di archiviazione presso l’archivio ufficiale dell’artista – ha cambiato casa per 89.600 euro, comunque il doppio della forchetta iniziale di stima (35.000-45.000).


