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Digitale, l’Italia tra gli ultimi posti in Ue da 5 anni

Digitale, l’Italia tra gli ultimi posti in Ue da 5 anni

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Rita Annunziata
Rita Annunziata

16 Luglio 2019
Tempo di lettura: 3 min
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  • Nel quadro dell’indice Desi, l’Italia resta indietro in termini di fattori abilitanti, dall’interazione tra Pubblica amministrazione online e utenti (27°) all’integrazione delle tecnologie digitali nelle imprese (23°)

  • “Al Governo, alle forze politiche di maggioranza e opposizione, proponiamo un patto: inseriamo il Piano straordinario per il digitale come misura strutturale già a partire dalla prossima Finanziaria”, commenta il presidente di Confindustria Digitale, Cesare Avenia

Nell’ultimo quinquennio l’Italia è rimasta bloccata nelle retrovie della classifica del Desi, l’indice della Commissione europea sulla digitalizzazione dell’economia e della società. “Stiamo accumulando ritardo digitale”, allerta il ministro dell’Economia Giovanni Tria

Nonostante il tenace tentativo di scalata, l’Italia resta ancora in coda alla classifica europea in termini di competitività digitale. Un allarme lanciato in occasione del convegno “Investire, Accelerare, Crescere”, promosso da Confindustria Digitale in collaborazione con la Luiss Business School, nella cornice in stile eclettico di Villa Blanc. Secondo la relazione del Desi (Digital economy and society index), lo strumento attraverso il quale la Commissione europea monitora la competitività degli Stati membri in termini di digitalizzazione dell’economia e delle società, il Belpaese nell’ultimo quinquennio ha scalato un unico posto in classifica, passando dal 25° al 24° posto.

“Stiamo accumulando ritardo digitale”, ha allertato il ministro dell’Economia Giovanni Tria in occasione dell’evento. Nonostante le numerose iniziative avviate, i progetti nazionali e locali e le misure di legge poste in essere, dalla fattura elettronica allo sviluppo dell’Open Data, dal piano Industria 4.0 alle infrastrutture di reti Tlc, l’Italia continua infatti a boccheggiare. E i numeri parlano chiaro: in termini di fattori abilitanti, l’interazione tra Pubblica amministrazione online e utenti resta l’aspetto che fa sprofondare il Paese in fondo alla graduatoria guadagnando uno sfortunato 27° posto, seguito dalle competenze (26°), l’uso di internet (25°) e l’integrazione delle tecnologie digitali nelle imprese (23°).

“Un andamento che si dimostra incapace di colmare il gap digitale del Paese e modificare il trend di crescita – commenta il presidente di Confindustria Digitale, Cesare Avenia – dobbiamo necessariamente cambiare approccio e fare della trasformazione digitale una misura strutturale per la crescita economica”. Dal 2013 al 2018, infatti, l’Italia ha segnato un tasso medio di crescita del Pil dello 0,5% annuo, di due punti percentuali sotto la media dei paesi Ocse (2,16%). A tal proposito, secondo il Global Competitiveness Index del World Economic Forum che valuta la competitività di 140 paesi sulla base di 98 parametri, dal 2014 al 2018 il Belpaese ha scalato la classifica passando dal 49° al 31° posto, ma crescendo comunque a un tasso inferiore rispetto agli altri. “Stiamo disperdendo talenti ma anche risorse, perché la fuga di cervelli all’estero ci fa perdere quasi 14 miliardi di euro all’anno, poco meno dell’1% del Pil”, continua Giovanni Tria.

E sulle performance di innovazione? L’Italia fa addirittura passi indietro. Secondo lo European Innovation Scoreboard (Eis) che misura la capacità di innovazione degli Stati europei, nel 2014 l’Italia si trovava tra i paesi “moderatamente innovatori” (al 15° posto), le cui performance innovative riflettono una percentuale tra il 50 e il 90% al di sotto della media europea; ma, nel 2018, sarebbe addirittura scivolata al 18° posto.

Eppure, restano ancora dei margini di crescita che potrebbero aiutare l’Italia a uscire dal baratro del fondo della classifica, ma bisogna partire in primis dalle risorse per la trasformazione digitale. “Un nodo cruciale riguarda la necessità di migliorare la gestione dei fondi europei: oggi progettiamo poco rispetto alle risorse disponibili e portiamo a compimento ancora meno rispetto a quanto abbiamo progettato”, spiega Cesare Avenia, proponendo lo sviluppo di un Piano straordinario per il digitale che si delinea in quattro punti fondamentali: lo sviluppo delle competenze per il lavoro che cambia, l’accelerazione del piano triennale per la pubblica amministrazione digitale, la trasformazione digitale delle imprese, e lo sviluppo delle reti 5G e della banda ultralarga. “Non dobbiamo ricominciare da zero, ma valorizzare e accelerare i piani e i progetti già in atto – continua Avenia – va data priorità alle azioni che hanno maggior impatto e capacità di effetto leva sull’economia, adottando in una logica di sistema le metodologie di lavoro che sono state alle base dei casi di successo, assicurando stabilità e continuità alla governance dei piani, ai finanziamenti e alla disponibilità di risorse umane qualificate per portarli a compimento”. Secondo Avenia, lo Stato dovrebbe concentrare le proprie risorse sull’innovazione digitale, “facendo da volano agli investimenti privati”. Poi conclude: il Paese “ha bisogno urgente di una regia sapiente e autorevole alla guida del processo di cambiamento”.

Rita Annunziata
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