L’Italia si conferma una potenza aurea mondiale, con un tesoro di 2.451,8 tonnellate d’oro nei suoi forzieri. Grazie alla crescita straordinaria messa a segno dall’oro nel 2025 il valore delle riserve della Banca d’Italia è aumentato su livelli mai visti, pari a 298,47 miliardi di euro al valore di quotazione del 28 maggio 2026.
Un controvalore enorme in assoluto, ma solo una piccola parte a confronto del debito pubblico italiano, superiore ai 3mila miliardi di euro.
L’Italia rimane al terzo posto globale per riserve auree, nonostante sia solo l’ottava economia mondiale per Pil. E senza nemmeno troppo fatica, visto che a differenze di molte altre banche centrali, Bankitalia non compra oro da almeno il 2001. Ma, a differenza di altre banche come la Banca d’Inghilterra, non ha mai venduto parte delle sue riserve – una scelta che a posteriori sembra lungimirante. “In un’epoca in cui il mondo viene ridisegnato, i prezzi di mercato raggiungono multipli mai visti e gli asset digitali come stablecoin e criptovalute guadagnano terreno, le banche centrali oggi detengono l’asset più caldo del momento”, ha dichiarato a Reuters, Stefano Caselli, (SDA Bocconi School of Management), “fanno bene a non vendere.”
Le banche centrali continuano a comprare oro
La domanda delle banche centrali ha aperto il 2026 con slancio, riporta il World Gold Council: nel primo trimestre gli acquisti netti stimati sono stati pari a 244 tonnellate, in crescita del 17% rispetto al trimestre precedente e superiori sia al dato del quarto trimestre 2025 sia alla media degli ultimi cinque anni. Un risultato che conferma l’impegno a rafforzare le riserve con l’oro, nonostante un contesto geoeconomico reso più incerto dalle tensioni che hanno coinvolto Iran, Stati Uniti e Israele e dalla conseguente maggiore volatilità dei mercati.
In testa agli acquisti si conferma la Polonia. La National Bank of Poland è stata ancora una volta il principale acquirente, aggiungendo 31 tonnellate nel trimestre e portando le riserve a 582 tonnellate; nonostante le recenti aperture del governatore Adam Glapiński a una possibile vendita di parte dell’oro, la banca centrale sembra restare focalizzata sull’obiettivo di 700 tonnellate. Alle sue spalle si collocano soprattutto economie emergenti. La banca centrale dell’Uzbekistan ha incrementato le proprie disponibilità di 25 tonnellate – meno delle 29 acquistate nel quarto trimestre 2025 – salendo a 416 tonnellate, pari all’87% delle riserve totali. Più contenuti gli acquisti della Cina: la People’s Bank of China ha aggiunto 7 tonnellate, più del doppio rispetto alle 3 del trimestre precedente, portando le riserve ufficiali a 2.313 tonnellate, circa il 9% del totale. Tra gli altri acquirenti figurano il Kazakhstan (12 tonnellate), la Repubblica Ceca (5 tonnellate, lungo la propria strategia graduale verso l’obiettivo di 100 tonnellate entro il 2028), la Malesia (5 tonnellate), oltre a Guatemala, Cambogia e Indonesia.
Sul fronte opposto, il trimestre ha visto un aumento delle vendite, che ha alimentato timori di mercato su una possibile dismissione diffusa da parte delle banche centrali. I dati disponibili identificano circa 115 tonnellate di vendite dichiarate da banche centrali e fondi sovrani – un incremento notevole rispetto al passato recente, ma più che compensato dagli acquisti. Il maggiore venditore è stata la Turchia, le cui riserve ufficiali (banca centrale più Tesoro) sono scese di circa 70 tonnellate, pari a circa il 10% delle disponibilità totali. Il grosso delle vendite si è concentrato a marzo, mese in cui la banca ha utilizzato ulteriori 80 tonnellate tramite swap in oro per esigenze di valuta e liquidità; il governatore Fatih Karahan ha precisato che si tratta in larga parte di operazioni a termine destinate a riportare l’oro nelle riserve alla scadenza. Le vendite appaiono dunque di natura tattica, con le riserve stabilizzatesi intorno alle 535 tonnellate ad aprile, in linea con quanto già avvenuto nel 2020 e nel 2023. A queste si aggiungono la vendita di 22 tonnellate annunciata dal fondo sovrano dell’Azerbaijan (SOFAZ) – che riduce in parte le 53 tonnellate acquistate nel 2025, portando le disponibilità a 178 tonnellate – e un’analoga cessione di 22 tonnellate da parte della Banca centrale di Russia, che scivola così dietro alla Cina per quantità di riserve auree. Più marginali la vendita di 1 tonnellata della Repubblica del Kirghizistan e il trasferimento di 2 tonnellate dalla Bulgaria alla Bce a gennaio, nell’ambito dell’adozione dell’euro.
Nel complesso, il primo trimestre 2026 conferma il quadro già delineato a fine 2025: al netto del caso polacco, sono soprattutto le economie emergenti a guidare l’accumulazione di oro, in una logica di diversificazione delle riserve e di riduzione della dipendenza dal dollaro in un contesto di elevata incertezza geopolitica. Resta inoltre elevata la quota di acquisti non immediatamente dichiarati: il dato non ufficiale, calcolato come differenza tra domanda stimata e acquisti riportati, continua a segnalare un’attività rilevante ancora da divulgare, un trend in atto dal 2022, ricorda il World Gold Council.
Per le banche centrali, disporre di robuste riserve auree è sinonimo solidità e capacità di gestione monetaria. In scenari di crisi, l’oro può fungere da ancora per la valuta nazionale, similmente alle riserve in valute estere “pregiate”. Per questo, una banca centrale che ha più oro nei caveau, è considerata più capace di governare il valore della moneta nazionale che emette in caso di emergenza.
La classifica dei Paesi con più riserve d’oro
Nella classifica aggiornata delle riserve auree, continuano a dominare gli Stati Uniti. Seguono con notevole distacco Germania e Italia.
A paragone con la ricchezza netta degli uomini più facoltosi del pianeta, il valore delle riserve auree italiane, pari a oltre 346,60 miliardi di dollari ai prezzi del 28 maggio 2026, si troverebbe al secondo posto dietro Elon Musk (738 miliardi) e davanti a Larry Page (328) e Sergei Brin (305), secondo i dati del Bloomberg Billionaire Index aggiornati al 28 maggio 2026.
Per fare un altro confronto, se fosse legalmente possibile farlo, vendere oggi le riserve auree della Banca d'Italia consentirebbe di finanziare l'equivalente 22 Ponti sullo Stretto di Messina (13,5 miliardi di euro secondo l'ultima stima del governo italiano).
Alcuni Paesi, poi, nonostante abbiano un Pil notevolmente superiore a quello dell'Italia posseggono riserve auree nettamente più scarse. L'esempio più evidente è quello del Giappone, che vanta un Pil più che doppio rispetto a quello italiano, pur detenendo riserve auree pari a poco più di un terzo di quelle della Banca d'Italia.
Un aspetto da considerare sulle riserve auree è che non tutte si trovano fisicamente nel Paese “proprietario”. Ad esempio, il 55% dell'oro della Banca d'Italia si trova depositato presso banche centrali altri Paesi: in particolare, Stati Uniti, Svizzera e Regno Unito, ricordava l'Osservatorio dei Conti Pubblici dell'Università Cattolica. Una scelta di convenienza per diversificare i rischi e minimizzare i costi di trasporto, facilitando eventuali vendite all'estero.
Oro, quale utilizzo ha per le banche centrali
Potrebbe sembrare fuori dal tempo che in un mondo di denaro smaterializzato gli Stati si preoccupino di acquistare e accumulare oro. Che cos'ha di speciale questo metallo rispetto alle valute più credibili come il dollaro, la sterlina, l'euro, lo yen o il franco svizzero? E' la stessa Banca d'Italia a fornire alcune risposte sul perché l'oro resti ancora un valore importante. “Le riserve auree hanno lo scopo di accrescere la fiducia nella stabilità del sistema finanziario italiano e della moneta unica”, scrive Palazzo Koch, “questa funzione diventa ancora più importante quando le condizioni geopolitiche o la situazione economica internazionale potrebbero mettere i mercati finanziari a rischio, come nel caso di una crisi valutaria o finanziaria”.
“Le riserve auree fanno parte delle riserve ufficiali in valuta estera dell'Italia e costituiscono una garanzia per la Banca d'Italia nell'esercizio delle sue funzioni pubbliche... L'oro non comporta alcun rischio di solvibilità perché non è "emesso" da un'autorità (come un governo o una banca centrale)”, ha aggiunto Bankitalia, “grazie alle caratteristiche e alle funzioni dell'oro, le banche centrali lo utilizzano per diversi scopi: lo comprano e lo vendono per motivi finanziari o per aggiustare il livello delle riserve; lo depositano per ottenere un reddito e lo usano come garanzia per ottenere prestiti”.
Domanda di oro: nel primo trimestre meno Etf e più monete e lingotti
Nel primo trimestre 2026 la domanda di oro a fini di investimento è rimasta su livelli storicamente molto elevati, pur registrando un lieve calo del 5% su base annua, a 535,6 tonnellate. La domanda combinata di monete, lingotti ed ETF in crescita del 42% su base annua ha contribuito a un altro dato rilevante: in termini di valore la sommatoria di acquisti fisici e da investimento (Etf) ha raggiunto gli 84 miliardi di dollari con un rialzo del 62% anno su anno.
Il trimestre è stato segnato da due correzioni dei prezzi, a gennaio e a marzo, che hanno coinciso con deflussi settimanali dagli ETF e con un aumento dell'attività di trading, segnale di prese di profitto, riduzione della leva e ricorso all'oro come fonte di liquidità. Il ripiegamento più marcato e prolungato di marzo si è inserito in un più ampio movimento di avversione al rischio, che ha alimentato ulteriori vendite per esigenze di liquidità. La componente OTC e flussi di magazzino, che intercetta gli elementi meno visibili della domanda e il residuo statistico, è stata pari a 35 tonnellate: gli investitori HNWI e i family office sono rimasti positivi sull'oro, ma i nuovi investimenti sono rallentati e la liquidazione di posizioni a leva ha in parte compensato la domanda.
ETF, lingotti e monete
Gli ETF sull'oro hanno chiuso il settimo trimestre consecutivo di domanda positiva, con riserve globali in aumento di 62 tonnellate, un ritmo però molto inferiore alla media di 200 tonnellate dei quattro trimestri precedenti. Pesanti deflussi a marzo hanno annullato gran parte degli ingenti afflussi di gennaio e febbraio. Afflussi per 12 miliardi di dollari hanno portato il patrimonio gestito complessivo a 607 miliardi, il 9% sopra i livelli di fine 2025. A livello regionale l'Asia è stata l'unica area a generare guadagni mensili costanti per tutto il trimestre, aggiungendo 84 tonnellate – appena al di sotto del record di 91 del quarto trimestre – con la Cina a guidare la crescita grazie agli acquisti rifugio, al calo dei mercati azionari locali e a una valuta più debole. I fondi europei hanno ceduto 8 tonnellate per i riscatti innescati dalla correzione di inizio febbraio, mentre quelli nordamericani hanno registrato deflussi per 16 tonnellate, interrompendo una serie positiva di nove mesi.
Il canale di lingotti e monete è stato invece protagonista assoluto, con 474 tonnellate (+42% su base annua): il secondo miglior trimestre di sempre, secondo solo al record di 602 tonnellate del secondo trimestre 2013. In termini di valore la domanda ha demolito ogni primato, salendo a 74 miliardi di dollari, contro una media quinquennale di 23 miliardi. Gran parte della forza si è concentrata a gennaio, con il rally in accelerazione, ma gli acquisti sono proseguiti per tutto il trimestre, complici alcuni investitori che hanno approfittato della correzione. A trainare è stata la Cina, con una crescita esplosiva a 207 tonnellate, il trimestre più forte di sempre, che ha polverizzato il precedente record di 155 tonnellate del secondo trimestre 2013, sostenuta dalla performance dell'oro rispetto agli altri asset locali, dai rischi commerciali e dalle tensioni geopolitiche, oltre che dalla riforma dell'IVA sull'oreficeria che ha dirottato parte della domanda verso lingotti e monete. Anche l'India ha registrato un balzo del 34% a 62 tonnellate, il primo trimestre più alto dal 2013, con la domanda di investimento che ha quasi eguagliato quella di gioielleria.
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