Perché il carbon pricing, alla fine, non danneggerà l'economia

Giulia Bacelle
Giulia Bacelle
9.9.2021
Tempo di lettura: 3'
L’applicazione del carbon pricing risulta un’impresa ancora difficile da raggiungere sulla strada della lotta al cambiamento climatico. Tuttavia, nuovi meccanismi per l’adeguamento del carbonio alle frontiere, così come l’incremento dei prezzi per tonnellata di CO2e, rappresentano passi in avanti verso la giusta direzione
“Il carbon pricing, individuato dagli economisti come la chiave di volta per il cambiamento climatico, si è rivelato essere un'impresa davvero difficile”. Così Lucian Peppelenbos, Climate Strategist di Robeco. Attualmente, infatti, “solo il 22% del carbonio è tassato a livello mondiale, un valore ancora insufficiente. E il prezzo medio globale, pari a 3 dollari per tonnellata di CO2e secondo i dati aggiornati a giungo 2021 del Fondo monetario internazionale, non si avvicina neppure lontanamente ad essere una cosa seria”.
Tuttavia, diversi segnali dimostrano che alcune decisioni politiche possono influire sui comportamenti economici. Ne è un esempio il Carbon border adjustment, in fase di elaborazione da parte dell'Unione Europea nell'ambito del pacchetto Fit for 55, ovvero “un meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere per creare condizioni di parità e proteggere le industrie europee da prodotti extra Ue a basso costo e alto contenuto di carbonio”, prosegue Peppelenbos. Il prezzo del carbonio nell'Unione Europea, pari a 33 dollari per tonnellata di CO2e, rappresenta una quota che, seppur nettamente superiore rispetto alla media globale, “sta stimolando l'innovazione di tecnologie a basse emissioni di carbonio nei vari settori”.

Quanto costa una tonnellata di CO2e?


Il Carbon border adjustment, promosso dall'Ue come contributo alla riduzione del 55% delle emissioni di gas serra rispetto a livelli degli anni Novanta entro il 2030, potrebbe rappresentare “una svolta a livello globale”, aggiunge Peppelenbos. “Per raggiungere tale obiettivo, infatti, l'Ue comprende che le quote di carbonio dovranno diventare scarse, il che farà salire il prezzo per tonnellata di CO2”. Cifre che, per agire come incentivo per conseguire gli obiettivi dell'Accordo di Parigi, avrebbero dovuto avvicinarsi ai 40-80 dollari per tonnellata di CO2e entro il 2020, secondo quanto stabilito dalla Commissione di alto livello sui prezzi del carbonio nel 2017. Attualmente, solamente i sistemi implementati da Norvegia, Francia, Finlandia, Svizzera, Liechtenstein e Svezia superano la soglia dei 40 dollari/tCO2e, con l'esempio virtuoso dell'ultimo paese a circa 120 dollari per tonnellata di CO2e, secondo quanto divulgato dal rapporto State and Trends of Carbon Pricing 2020 della Banca Mondiale. L'obiettivo per il 2030, secondo la Commissione, comporterebbe l'incremento del prezzo globale del carbonio fino alla quota di 50-100 dollari/tCO2e al fine di limitare l'aumento del riscaldamento globale a 2°C.

Carbon pricing, un po' come le imposte sul carburante


Se prezzi del carbonio superiori e tasse alla frontiera possono tuttavia essere positivi per il clima, come fare affinché questi non danneggino l'economia? Alla domanda rispondono gli esperti di Robeco: “un modo per rendere il tutto più appetibile per chi effettivamente paga le tasse è quello di fare un confronto con le imposte esistenti sul carburante”, spiegano dalla società. “Se si prende l'importo medio delle tasse sulla benzina in Europa, ciò equivale a un prezzo del carbonio di circa 300 dollari per tonnellata”, afferma Peppelenbos. “Questa tassazione non ha impedito all'industria automobilistica europea di essere competitiva, o ai consumatori di acquistare o guidare automobili. Ha invece aiutato a produrre auto molto più efficienti in Europa rispetto alla media mondiale. Ciò dimostra che è possibile introdurre prezzi più elevati senza danneggiare l'industria automobilistica o il potere di acquisto dei consumatori. È sufficiente farlo in modo intelligente: niente di tutto ciò deve essere percepito come una minaccia”, conclude l'esperto.

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