Mancano solo 3 limiti planetari prima dell’estinzione dell’umanità

Giulia Bacelle
Giulia Bacelle
4.7.2022
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Il modello dei nove limiti planetari può aiutare a orientare i capitali verso soluzioni che mitigano o invertono l’impatto che l’uomo ha finora avuto sulla natura

Sei limiti planetari su nove oltrepassati, due dei quali solo nei primi mesi del 2022. La notizia dell’ultimo confine superato, lo scorso aprile, è passata quasi inosservata tra le principali testate internazionali, ma “ha solo consolidato una scomoda verità: il tempo per salvare il pianeta dalla potenziale catastrofe ecologica sta rapidamente esaurendo” affermano Alina Donets, Portfolio Manager, Thomas Höhne-Sparboth, PhD, Head of sustainability research e Pascal Menges, Head of equity investment process and research, client portfolio manager di Lombard Odier Investment Managers (LOIM). 


Il modello dei nove limiti planetari è stato teorizzato nel 2009, quando concetti come cambiamento climatico e biodiversità erano ancora appannaggio di pochi esperti in materia. In quell’anno, lo scienziato e professore svedese Johan Rockström e il team di 28 ricercatori da lui guidato individuarono alcuni processi alla base della stabilità e della resilienza del pianeta Terra, oltre che della prosperità futura dell’umanità. Tre furono quelli che gli esperti dovettero subito classificare come già oltrepassati: cambiamento climatico, perdita di biodiversità e flussi biogeochimici, in particolar modo dell’azoto. Nel 2015, a questi si aggiunse anche lo sfruttamento del suolo. Fino al 2022, con a gennaio la notizia del superamento del limite riguardante l’inquinamento chimico e ad aprile quella relativa all’eccessivo sfruttamento delle risorse idriche. A frapporsi tra l’umanità e la strada verso la sesta estinzione di massa, solamente tre limiti ancora entro spazi operativi relativamente sicuri: acidificazione degli oceani, esaurimento dello strato di ozono e carico di aerosol nell’atmosfera. 


Il quadro dei confini planetari aiuta a definire le varie dimensioni attraverso le quali il modello economico può generare un impatto sul capitale naturale” continuano da LOIM. “Il sistema si basa sull’evidenza scientifica che suggerisce che, a partire dalla rivoluzione industriale, le azioni dell’uomo sono diventate il principale motore del cambiamento ambientale globale”. Ora, tuttavia, l’umanità ha l’onere e il dovere di capovolgere il trend, anche indirizzando i capitali verso soluzioni che contribuiscano a mitigare e invertire l’impatto economico sull’ambiente. In LOIM, tale responsabilità sottende alla strategia Natural Capital, che investe nelle principali aree delle soluzioni necessarie e rilevanti ai fini del ripristino o della conservazione dei principali confini planetari, attraverso quattro temi chiave: bioeconomia circolare, efficienza delle risorse, economia orientata al risultato e zero rifiuti. 


Come esaminare il rispetto dei confini planetari, nel concreto? “In LOIM valutiamo in primo luogo l’esposizione delle entrate aziendali a oltre 2200 attività economiche. Per ciascuna di esse, ove applicabile, valutiamo il confine planetario più diretto influenzato dalla stessa, nonché i suoi effetti indiretti, come nel caso di un’attività che apporta un contributo diretto all’utilizzo dell’acqua, ma che può anche dare un contributo indiretto al confine della biodiversità. Inoltre,” continuano dalla società, “alcune entrate del portafoglio non sono considerate direttamente legate alle soluzioni, ma alle attività di transizione, tra cui quelle che potrebbero generalmente avere oggi un impatto ambientale significativo, ma in cui i leader di settore possono aprire la strada a un approccio innovativo per modificare prodotti e servizi forniti in modo più rispettoso della natura”. A maggio 2022, ai fornitori di soluzioni era dedicato il 75% della strategia, mentre il restante 25% si concentrava sui leader di transizione o nomi di primo piano in settori con un’elevata rilevanza per i temi legati alla natura. 



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