Siccità e alluvioni minacciano l’industria dei metalli (e il net-zero)

Giulia Bacelle
Giulia Bacelle
13.6.2022
Tempo di lettura: 3'
Senza l’industria mineraria rischia di non esservi alcuna transizione energetica. Tuttavia, l’estrazione dei metalli avviene oggi in zone ad alto rischio climatico

Assicurare la transizione energetica e la decarbonizzazione dell’economia significherà prendere alla lettera l’adagio anglosassone del ‘putting the pedal to the metal’, ovvero premere il piede sul pedale dell’acceleratore (di metallo). Nonostante il ruolo essenziale che tali minerali ricoprono nel rifornimento dei componenti tecnologici in vista del net-zero, “ciò che è spesso fraintesa è l’urgenza richiesta: i capitali devono essere mobilizzati oggi per assicurare che i metalli rimangano la conveniente spina dorsale della transizione energetica” afferma Nick Stansbury, Head of climate solutions di Legal and General Investment Management (LGIM). 


Tuttavia, per assicurare rinnovati e costanti ritmi estrattivi necessari alla decarbonizzazione dell’economia l’industria mineraria avrà un antagonista da battere: il cambiamento climatico. Ad esempio, nel 2020 ben il 30-50% della produzione globale di rame, oro, ferro e zinco era concentrata in aree a elevato stress idrico, ovvero quelle in cui la domanda di acqua è superiore del 40% circa rispetto all’offerta, ha riportato lo studio Climate risk and decarbonization: what every mining ceo needs to know di McKinsey Sustainability. Sette in particolare le zone più a rischio: l’Asia centrale, l’Australia orientale e quella occidentale, il Medio Oriente, l’Africa meridionale, il Nord America occidentale e la costa del Cile. In quest’ultimo sito, ad esempio, al 2020 l’80% della produzione di rame era già locata in aree aride e a forte rischio siccità; una cifra che entro il 2040 potrebbe raggiungere il 100%, ha evidenziato lo stesso rapporto. 


Al problema opposto potrebbero invece essere esposte l’industria del ferro e dello zinco. Secondo McKinsey Sustainable, infatti, se le società del settore continuassero a operare secondo i modelli attuali (comportando quindi un aumento della temperatura media terrestre tra i 2,6 e i 4,8 gradi centigradi), rispettivamente il 50% e il 40% della produzione mondiale dei due metalli potrebbe essere soggetta al rischio estremamente alto di episodi di inondazioni. Il problema potrebbe peggiorare in alcune aree geografiche, tra cui il nord dell’Australia, il Sud America e l’Africa del Sud durante l’estate nell’emisfero meridionale, mentre l’Africa centrale e occidentale, l’India e il Sud-est asiatico e l’Indonesia durante l’inverno nell’emisfero settentrionale. 


Nel contesto della decarbonizzazione, “vi è una differenza sostanziale tra un intento positivo e un paradigma concreto attraverso il quale poter raggiungere gli ambiziosi obiettivi prefissati” continua Stansbury. “Il percorso verso il net-zero appare tanto più complesso che incerto che mai, senza che due esperti climatologi riescano a concordare sullo stesso tragitto da seguire”. Tuttavia, vi sono alcuni punti in cui molti possono concordare. In primis, “questa battaglia sarà vinta o persa sul campo dei mercati emergenti: una transizione energetica di successo dipenderà fortemente dalla riduzione delle ineguaglianze sociali legate a questo tema”. Inoltre, “l’azione serve ora: più il mondo aspetterà nell’assoggettare terreni e sistemi energetici alla sostenibilità, più raggiungere il net-zero sarà sfidante e costoso” conclude Stansbury. Infine, “per decarbonizzare l’economia non potremo solamente affidarci alle società che emettono ridotte emissioni di carbonio. L’industria delle risorse naturali è vitale: non vi è alcuna esagerazione nel dire che, senza i metalli necessari alla realizzazione delle tecnologie a basso impatto ambientale non vi sarà alcuna transizione energetica”.

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