Stipendi più alti, inflazione in crescita: tutta questione di pesi

Gloria Grigolon
Gloria Grigolon
13.1.2022
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La pandemia ha generato squilibri sul mercato del lavoro Usa e l’aumento dei salari potrebbe contribuire a rendere l’inflazione ancora più persistente
L'aumento dei salari registrato nel corso del 2021 dagli Stati Uniti è tra i potenziali fattori trainanti delle pressioni inflazionistiche a lungo termine. A sostenerlo è Salman Ahmed, Global head of macro and strategic asset allocation di Fidelity International.
Nell'Employment Situation Summary pubblicato il 7 gennaio 2022, l'U.S. Bureau of Labor Statistics (Bls) ha comunicato che, nel mese di dicembre 2021, i salari medi negli Stati Uniti sono saliti dello 0,6% su base mensile e del 4,7% negli ultimi dodici mesi. In crescita anche il dato sull'infrazione al 31/12: a livello di variazione anno su anno, l'indice dei prezzi al consumo a stelle e strisce ha toccato il livello del 7%, sui massimi dal 1982. “Ci aspettiamo che l'inflazione si attesti in una posizione di equilibrio più elevata rispetto al passato, a causa di una serie di fattori tra cui anche un'inflazione salariale più alta”, commenta l'esperto.

Gli effetti della pandemia sul mercato del lavoro statunitense


Secondo i dati Bls, da febbraio ad aprile 2020, il numero di disoccupati negli Stati Uniti (compresi i lavoratori in cassa integrazione e in attesa di richiamo) è aumentato da 6 a 23 milioni. A novembre dello stesso anno, il dato si attestava a 11 milioni.
Nei mesi successivi, grazie al procedere della campagna vaccinale e alla rimozione graduale delle restrizioni imposte dalla pandemia, in molti settori le società hanno ripreso le proprie attività a pieno ritmo. Secondo i più recenti dati pubblicati dal Bureau, a dicembre 2021 il tasso di disoccupazione è sceso di 0,3 punti percentuali fino al 3,9% e il numero di persone disoccupate è diminuito di 483 mila, a 6,3 milioni. Dati, questi ultimi, che si avvicinano (pur non eguagliandoli) a quelli registrati prima della pandemia, nel febbraio 2020, quando il tasso di disoccupazione segnava il 3,5%, mentre i disoccupati erano 5,7 milioni.
La domanda di lavoro da parte delle imprese è rimasta, in ogni caso, robusta: il numero di offerte di lavoro ha raggiunto un picco di 11 milioni nell'ottobre 2021. A novembre, il dato è sceso a 10,6 milioni, con 6,9 milioni di disoccupati. Un confronto che rivela circa 1,5 posti vacanti per ogni disoccupato. Dall'altro lato, la pandemia ha portato il tasso di dimissioni a salire nello stesso periodo al 3%, per un totale record di 4,5 milioni.
Il trend sembra destinato a proseguire: nel mese di dicembre 2021, sono stati 199 mila i nuovi posti di lavoro nei settori non agricoli, per un totale di 6,4 milioni di nuovi posti di lavoro creati nel 2021.

Stipendi e inflazione


Gli squilibri creati dalla pandemia tra la domanda e l'offerta nel mondo del lavoro hanno determinato un aumento dei salari. Una dinamica che si inserisce bene in un quadro politico di più lungo periodo, con la presidenza Biden intenzionata ad aumentare progressivamente il salario minimo Usa a 15 dollari l'ora (dall'attuale minimo federale di 7,25, stabilito nel 2009).
“Pay them more”: è stata questa la strategia suggerita Presidente democratico durante una conferenza dello scorso giugno per risolvere il problema della carenza di personale.
“Alcuni datori di lavoro del personale a basso salario” commenta l'esperto da Fidelity “stanno anticipando la legislazione, aumentando i salari nell'ambito di una transizione accelerata dalla pandemia”.
Una tendenza che potrebbe protrarsi nel prossimo futuro, con una pericolosa conseguenza: che le imprese siano obbligate a trasferire questi costi sui consumatori finali. “Questo si riscontra soprattutto nei business che hanno margini ridotti” aggiunge Ahmed.
In altre parole, l'aumento dei salari (soprattutto per le fasce a reddito inferiore) potrebbe creare una nuova normalità per l'inflazione su livelli più alti di quelli pre-Covid, confermando quindi la sua natura non transitoria.
Infine, conclude l'esperto, dato che i gruppi di lavoratori con redditi inferiori hanno una maggiore propensione marginale alla spesa, un aumento seppur parziale dei livelli di remunerazione porterebbe a un ulteriore aumento dell'inflazione.

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