Crisi energia 2022 vs 1973, quali similitudini e differenze

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Analizzare la storia per interpretare meglio il presente è un consiglio senza data di scadenza. Ecco allora che cercare similitudini e differenze tra la crisi petrolifera del 1973 e quella energetica di oggi potrebbe offrire una nuova chiave di lettura, utile per gli invstimenti

La storia non si ripete, anche se, come sottolineava lo scrittore Mark Twain, fa rima con sé stessa. È ciò che sta accadendo con la crisi energetica che stiamo attraversando. Analizzare quindi le passate reazioni del mercato in situazioni simili può aiutare a interpretare meglio e anticipare quello che succederà nei prossimi mesi. Secondo gli esperti di ODDO BHF Asset Management, il paragone più immediato allo shock energetico attuale è quello con la crisi del petrolio degli anni ’70. “Nell’ottobre del 1973, durante la guerra del Kippur, gli stati arabi membri della OPEC (organizzazione dei paesi esportatori di petrolio), guidati dall’Arabia Saudita, hanno imposto un embargo di sei mesi sul petrolio nei confronti di tutti quelli stati che supportavano la guerra in Israele”, ricorda Jan Viebig, global co-cio di ODDO BHF e questo ha dato l’inizio a una profonda crisi petrolifera.

I fattori comuni

Il primo fattore comune è proprio nell’origine dello shock economico: oggi come allora un conflitto relegato a una particolare regione, si è poi sviluppato in una “guerra economica” su scala globale. Entrambe le guerre hanno infatti come protagonisti paesi centrali per la filiera energetica: la guerra del 1973 ha visto come protagonisti i grandi produttori di petrolio e quella dei giorni nostri coinvolge la Russia, uno dei più importanti esportatori di petrolio e gas in Europa.

Non solo. In entrambi i casi, l’aumento dei prezzi di un solo comparto, ovvero dei prezzi energetici, ha agito da effetto domino sull’economia. Innanzitutto, alimentando la spirale inflattiva: negli anni ’70, proprio in scia alla crisi del petrolio, la crescita dell’inflazione era arrivata al +9,2% negli Stati Uniti e quest’anno è schizzata fino al picco del 9,1% (prima di rallentare al 7,7% a novembre). E poi impattando sulla crescita: nel giro di un anno, dal 1973 al 1974, il PIL degli Stati Uniti aveva frenato passando da un +5,7% a un -0,5%, e un rallentamento si è verificato anche con la crisi energetica attuale. Secondo le stime di Refinitiv, il PIL a stelle e strisce passerà dal +6% del 2021 a un debole +1,5% nel 2022.

Simili si, ma non uguali

Dovrebbe essere chiaro che le due situazioni sono molto simili, sotto vari aspetti. Ma non uguali. E’ dunque necessario considerare anche le differenze. Per prima cosa, l’attuale crisi dell’energia è iniziata ben prima del conflitto russo-ucraino, anche se con una portata minore, ovvero ad aprile 2020, durante uno degli apici della pandemia di Covid. Tuttavia la differenza cruciale, secondo Viebig, sta nel fatto che nel 1970 “la produzione era molto più incentrata su un forte consumo di energia: oggi viene utilizzato la metà del petrolio che era usato allora per produrre esattamente lo stesso output economico”. Si tratta di un cambiamento fondamentale. E mentre la crisi del petrolio aveva avuto un impatto diretto sugli Stati Uniti, in quanto importatore, ora la situazione è diversa. La crisi energetica sta infatti colpendo più violentemente l’Europa.

Come rispondere alla crisi

Chiariti questi aspetti, si possono trarre delle conclusioni utili anche sul fronte investimenti. Come comportarsi? Secondo ODDO BHF, selezionare aziende in grado di sostenere l’aumento dei costi non è semplice, ma il focus deve essere su quelle imprese in grado di mantenere una crescita stabile del fatturato.

La situazione attuale di alta inflazione potrebbe non rallentare a breve e, se negli Stati Uniti negli anni ’80, era stato possibile alzare i tassi di più del 20% per riportare un equilibrio sul mercato, questo oggi non è più possibile. Men che meno nell’Eurozona, considerato il rischio di recessione dietro l’angolo. Insomma, “per ora è necessario mantenere un focus sul breve termine, non è ancora il momento di alzare gli equity ratio”, conclude l’esperto.

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