Oliviero Toscani, addio al maestro della provocazione in pubblicità

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Un uomo sorridente con gli occhiali e la barba è seduto davanti a un manifesto con la scritta "Più di cinquant'anni di magnifici cappelli", che raffigura un primo piano di due persone che indossano grandi cappelli.

Le sue campagne pubblicitarie hanno fatto epoca: erano manifesto di diritti civili e temi spinosi, sintesi esteticamente efficaci per propugnare ideali di libertà, pace e uguaglianza. Quello del fotografo milanese scomparso a 82 anni era un linguaggio unico, immediatamente riconoscibile, che aveva fatto del multiculturalismo la sua bandiera a colori. Lascia una eredità visuale nitida e priva di perbenismi: ha scritto un pezzo fondamentale della storia della comunicazione. Ne abbiamo parlato con il critico Roberto Mutti (Finarte) e la direttrice artistica di Mia Photo Fair BNP Paribas Francesca Malgara

Indice

«La fotografia è la comunicazione basilare della società moderna. Pensate a un mondo senza immagini. Allo stesso tempo il mestiere del fotografo non c’è più. Essere un fotografo non vuol dire essere capaci di usare una macchina fotografica, quella la sanno usare tutti». Così Oliviero Toscani (Milano, 28 febbraio 1942 – Cecina, 13 gennaio 2025) mentre si inaugurava la retrospettiva a lui dedicata per i suoi 80 anni dalla galleria Mazzoleni nel 2022 (“Toscani chez Mazzoleni”, Torino, 2 novembre 2022 – 13 gennaio 2023, a cura di Nicolas Ballario), di cui quasi 70 passati a fotografare: la sua prima fotografia Oliviero la pubblicò a 14 anni sul Corriere. La foto ritraeva Rachele Mussolini durante la tumulazione del Duce. Era il 1957 e il giovane Oliviero si trovava a Predappio con suo padre Fedele, storico fotoreporter del Corriere.


Un'immagine in bianco e nero di una persona in piedi con le mani dietro la schiena evoca lo stile contemplativo che ricorda Oliviero Toscani. Indossa occhiali e una camicia abbottonata, con due quadri incorniciati appesi alla parete dietro di loro.
Oliviero Toscani, fonte: Wikipedia. Foto apertura, Deposit Photos.

Oliviero Toscani addio

Due anni dopo, il 13 gennaio 2025, il fotografo milanese sarebbe scomparso per complicanze legate all’amiloidosi. In quell’occasione affermava anche che «essere fotografi significa avere senso critico. Essere capaci di dare un giudizio su ciò che ci circonda, soprattutto essere capaci di mettere insieme esteticamente le immagini che devono raccontare il tuo pensiero». C’è tutto Olivero Toscani in queste parole. Il senso critico non ha mai difettato al fotografo, rimasto nella memoria collettiva per le campagne pubblicitarie intellettualmente e civicamente audaci. «Non siamo ancora civili», ripeteva a più riprese, (anche nell’ultima intervista rilasciata a Corrado Formigli, a tre mesi dalla morte). Il suo lavoro era un inno colorato al multiculturalismo, alla pace, alla libertà.

Si pensi solo alla fotografia di tre veri cuori umani con la dicitura, sotto ciascuno di esso, di “white”, “black”, “yellow” in pieno stile “shockvertising” (“shock” + “advertising”, campagna pubblicitaria shock). O alle foto contro l’anoressia. Campagne rese possibili anche dalla collaborazione (dal 1982 al 2000) con Benetton.

Addio a Oliviero Toscani, la parola al critico fotografico

Raggiunto da We Wealth, il critico e storico Roberto Mutti, a capo del dipartimento di fotografia di Finarte riconosce alle immagini di Toscani una firma inequivocabile: «Quando si viene colpiti da una fotografia, lo sguardo curioso va alla ricerca della firma perché non è detto che lo stile si riconosca al primo sguardo. Quando, però, si trattava delle campagne di Oliviero Toscani, lui sì che veniva subito individuato, e non solo dagli addetti ai lavori, ma anche e soprattutto dall’immensa massa dei fruitori di immagini. Già, perché pur essendo famosissimo (o forse proprio per quello), Toscani alle pareti delle gallerie preferiva le pagine dei magazine. E, soprattutto, gli spazi delle affissioni pubblicitarie dove le sue fotografie si esaltavano nella loro stupefacente pulizia formale offrendosi allo sguardo dei passanti».

Una scelta controcorrente rispetto al sistema dell’arte: «Questo purtroppo l’ha un po’ allontanato dal mondo espositivo e molto da quello del collezionismo che pure avrebbe dovuto meglio apprezzarlo. Toscani, infatti, la fotografia la conosceva bene – l’aveva studiata nientemeno che a Zurigo (alla Kunstgewerbeschule, ndr), l’aveva osservata nei reportage di suo padre Fedele come nelle rigorose riprese di design della sorella Marirosa titolare col marito Aldo del fantastico studio Ballo + Ballo – ma proprio per questo aveva immaginato di scarnificarla fino a renderla pura comunicazione».

Un grande provocatore, a dispetto della genialità

«Come ogni grande provocatore, Oliviero della provocazione è stato anche vittima e spiace che da molti sia ricordato più per le sue polemiche che per il suo genio fotografico», prosegue Mutti.  «Lo sfondo bianco era una caratteristica di stile ma anche la vera ragione per dare spazio ai marchi che capeggiavano nei manifesti e agli “strilli” che accompagnavano le innumerevoli copertine».

Un genio, a dispetto della provocazione

Tuttavia, ci si può concentrare sul puro contenuto artistico delle sue immagini. «Proviamo oggi a togliere le scritte per soffermarci solo sulle fotografie: sono pulite, essenziali, composte in modo impeccabile: la modella di Prenatal avvolta in un abito rosso che la collega al suo bambino è di una bellezza classica, il pancione dove una mano infantile ha disegnato un pupazzo è di una immediatezza mirabile, il bacio fra il prete e la suora sarà anche stato provocatorio ma provate a rifarla per vedere se vi riescono quei giochi fra luce e ombra». Eppure la pubblicità non era tutto. «Per capire davvero Toscani soffermiamoci sul ritratto in bianconero che nel 1973 aveva fatto a Patti Smith: la mano che morbidamente incornicia il volto e quegli occhi che, fissando in macchina, ci guardano intensamente, definiscono la grandezza del fotografo».


Un primo piano in bianco e nero che ricorda lo stile di Oliviero Toscani cattura una persona con un'espressione contemplativa, che indossa un cappello. La sua mano è appoggiata delicatamente sulla guancia, ornata da un anello. Lo sfondo semplice dirige tutta l'attenzione sul viso pensieroso e sugli occhi espressivi.

Chissà cosa pensava dei suoi ritratti, Toscani. Lui che diceva (sempre in occasione della mostra di Mazzoleni): «Di ogni fotografia ricordo bene quando l’ho fatta, perché l’ho fatta, per quale ragione, cosa ho pensato, deciso, criticato». E se, nella sua libertà di lavoro e di pensiero non era addentro al sistema dell’arte, era (ed è) invece studiato nei più prestigiosi percorsi formativi, come ricorda Francesca Malgara, direttore artistico di Mia Photo Fair BNP Paribas: «Ho studiato le immagini fotografiche realizzate da Oliviero Toscani mentre ero a Londra nel 1992, nell’ambito di un corso dedicato alla fotografia. Già allora aveva rivoluzionato l’utilizzo della fotografia attraverso lavori che hanno cambiato radicalmente il modo di comunicare. Ci ha invitato a riflettere, facendoci guardare oltre. Mancherà moltissimo».

Addio a Oliviero Toscani: i premi ricevuti in carriera

Moltissimi i riconoscimenti professionali ottenuti durante la sua carriera. Solo per ricordarne alcuni: quattro Leoni d’Oro, il Gran Premio dell’Unesco, due volte il Gran Premio d’Affichage, numerosi premi degli “Art Directors Club” di tutto il mondo. È stato vincitore del premio “creative hero” della Saatchi & Saatchi. L’Accademia di Belle Arti di Urbino gli ha conferito il premio “Il Sogno di Piero”, l’Accademia delle Belle Arti di Firenze il titolo di Accademico d’Onore. Oliviero Toscani era anche socio onorario del Comitato Leonardo e della European Academy of Sciences and Arts.

“Ora ho soprattutto desideri sociali”

Nell’ultima intervista televisiva, il fotografo, seppur nella consunzione della malattia, ha ancora intatte la sua verve e la sua ironia. Rivela di leggere, di deliziarsi guardando le partite di Sinner, del quale ammira fortemente «la passione, l’impegno, la serietà». Di non avere smesso di interessarsi di politica, poiché «tutto è politica (…). Noi abbiamo inventato il fascismo. Questo non è lo stesso di un secolo fa: è passato tanto tempo. Ha la potenzialità di essere peggiore, perché aiutato moltissimo dalla comunicazione. Non si è mai parlato così tanto di fascismo come adesso. Fascismo attuale, non moderno. Il fascismo non può essere moderno. Non ha gusto, non è interessante, è culturalmente arretrato, non è istruito. Essere antifascista non vuol dire essere “comunista” (…). Io ho vissuto abbastanza, ne ho fatte di cose. Ora ho soprattutto desideri sociali, non personali. Vorrei non avere niente e non aver bisogno di niente».

di Teresa Scarale

Caporedattore Pleasure Asset. Giornalista professionista, è laureata in Discipline Economiche e Sociali presso l’Università Bocconi di Milano. Scrive di finanza, economia, mercati dell’arte e del lusso. In We Wealth dalla fondazione. Collabora con Il Sole 24 Ore e Plus 24.

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