Uno Schiele prigioniero: il caso di New York

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Disegno di un uomo in uniforme militare verde e cappello con rifiniture rosse, che guarda verso l'alto con un'espressione seria. Lo sfondo è semplice e beige. Il ritratto sembra disegnato a mano con linee di schizzo visibili.

Il caso del “Prigioniero di guerra russo” di Egon Schiele davanti alla Corte Suprema dello Stato di New York pone – una volta di più – l’accento sull’importanza delle valutazioni indipendenti sulla provenienza delle opere d’arte

Indice

Uno Schiele “prigioniero” due volte.

Prologo – La vicenda dell’opera Prigioniero di guerra russo di Egon Schiele

Il 23 aprile 2025, la New York State Supreme Court  ha pubblicato un’importante sentenza nel caso che vede contrapposti gli eredi dell’attore e collezionista ebreo austriaco Fritz Grünbaum e l’Art Institute of Chicago (AIC). Il giudice Althea Drysdale ha ordinato al museo la restituzione agli eredi di Fritz Grünbaum del disegno Russian War Prisoner (1916) di Egon Schiele (1890-1918), definendolo, quale bene rubato (stolen property) a far data dal settembre 1938.

Grünbaum, noto cabarettista viennese e figura ispiratrice del personaggio del presentatore nel noto musical di Broadway “Cabaret” e della sua versione cinematografica (1972), possedeva una vasta collezione di opere, tra le quali circa ottanta lavori di Schiele. Russian War Prisoner era stato esposto pubblicamente nel 1925 alla Galerie Wuerthle e nel 1928, anno in cui Otto Kallir – galleria di riferimento delle opere di Schiele – lo selezionò per la prima esposizione postuma dell’artista.

Con l’annessione dell’Austria (Anschluss) nel marzo 1938, Grünbaum venne deportato a Dachau, dove morì nel 1941. Durante il processo sarebbe emerso che pochi mesi dopo il suo arresto Grünbaum avrebbe firmato una procura generale a favore della moglie Lilly. La Corte però non ha ritenuto attendibile tale circostanza, messa in dubbio anche a causa dello stato di costrizione in cui versava Grünbaum. L’8 settembre 1938, la collezione di Grünbaum fu registrata presso Schenker, deposito gestito allora dal regime nazista. Ed è in tale momento che secondo la Corte si sarebbe consumato il furto del disegno.

Negli anni Cinquanta, opere della collezione Grünbaum emersero sul mercato svizzero tramite il mercante Eberhard Kornfeld, che affermò di aver comprato il disegno dalla cognata di Grünbaum, Mathilde Lukacs nel 1955‑56. Otto Kallir acquistò il disegno da Kornfeld, e lo trasferì a New York nel 1956. A seguito della successiva catena di passaggi di proprietà, nel 1966 l’opera pervenne all’AIC.

Una ricerca effettuata dal Museo al momento dell’acquisto, evidenzia come provenienza del disegno “B.C. Holland, Chicago”. Nel 2002, Kornfeld, su richiesta dell’Istituto, dichiarò che il disegno non era mai stato confiscato dai Nazisti, confermando la sua provenienza Grünbaum–Lukacs. Non risulta che l’AIC abbia condotto ulteriori verifiche indipendenti.

Ritratto disegnato di un uomo in uniforme militare leggera e berretto, seduto con le mani sulle ginocchia. La sua uniforme ha delle medaglie e lo sguardo è rivolto verso l'alto con un'espressione seria. Lo sfondo è semplice e chiaro.

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Nel procedimento penale avviato dalla procura di Manhattan, la Corte ha ritenuto che l’opera fosse stata sottratta nel 1938, e che tale carattere di “stolen property” si sia mantenuto nonostante i numerosi passaggi di proprietà. La Corte ha inoltre stabilito che lo Stato di New York avesse giurisdizione sul caso, richiamando le norme sul reato di possesso di merce rubata e l’esistenza di una presunta “conspiracy” tra i vari soggetti coinvolti (Kornfeld, Kallir, il Museo).

Nel 2022 gli eredi di Grünbaum avevano avviato un processo civile davanti ad un Tribunale federale contro il Museo, e il giudizio di primo grado si era concluso a favore di quest’ultimo sulla base della prolungata inerzia ad agire da parte degli eredi (Doctrine of Laches). Il giudizio civile è dunque ancora pendente in appello.

La Corte Suprema di NY ha invece escluso che in ambito penale il decorso del tempo possa estinguere il diritto degli eredi alla restituzione, criticando l’affidamento riposto nei riguardi di Kornfeld, ritenendo alcune sue fatture addirittura contraffatte.

L’AIC ha ottenuto una sospensione della sentenza e, pertanto, attualmente il disegno è rimasto in sua custodia in attesa dell’appello, previsto con discussione orale a novembre 2025.

La sentenza del 23 aprile 2025 rappresenta un importante precedente nei casi di restituzione di opere d’arte sottratte durante il nazismo. Essa ha evidenziato la necessità di una rigorosa due diligence sulla provenienza di beni già appartenuti a collezionisti ebrei durante il periodo nazista (1933-1945) ed ha amplificato il potere delle procure americane nel recupero di tali opere, anche se custodite fuori dalla giurisdizione dello Stato da cui parta l’indagine penale. Inoltre, si impone come monito per istituzioni e collezionisti a livello globale: passaggi in luoghi come New York potrebbero ancorare la giurisdizione statunitense, in presenza di sospetti legati a traffico illecito.

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Il caso del Prigioniero di Schiele mette in luce come la definizione del concetto di “due diligence sulla provenienza” possa risultare, nella pratica, vaga e talvolta trattata con superficialità. Sebbene la sua importanza sia ampiamente riconosciuta, la ricerca sulla provenienza non è sempre condotta con il rigore necessario. Nelle fasi iniziali della valutazione di un’opera, la provenienza dovrebbe essere oggetto di un’indagine storico-artistica approfondita, basata su prove concrete: cronologie, documentazione, conoscenze contestuali e storia delle proprietà dell’opera. Solo in un secondo momento entrano in gioco gli aspetti giuridici e gli strumenti contrattuali. Una ricerca sistematica e fondata sui metodi della storia dell’arte avrebbe con ogni probabilità evidenziato prima le criticità.

Una possibile evoluzione potrebbe consistere nell’introduzione, prima del perfezionamento di un’acquisizione, di un passaggio obbligato di verifica da parte di specialisti indipendenti. Sebbene utili, le ricerche interne non sempre garantiscono un’analisi imparziale e sufficientemente approfondita. Una relazione credibile sulla provenienza deve andare oltre la consultazione dei database noti. La fiducia cieca nel mondo dell’arte, le relazioni personali, l’inerzia istituzionale o l’attitudine a “chiudere un occhio” possono compromettere una valutazione realmente indipendente. In un contesto in cui proliferano documenti manipolati e falsificati, la necessità di un controllo rigoroso si fa ancora più pressante.

Molti musei, inoltre, non dispongono di personale dedicato esclusivamente alla ricerca di provenienza; i curatori possono non aver tempo e non essere specializzati in questo. Anche laddove esistano team interni dedicati, una revisione esterna può rappresentare un valore aggiunto significativo. Il coinvolgimento di esperti indipendenti, liberi da conflitti di interesse, potrebbe offrire un livello di controllo cruciale, contribuendo a ridurre rischi legali e danni reputazionali. Ma, soprattutto, può e dovrebbe essere parte integrante della responsabilità etica di ogni museo. In assenza di un tale livello di diligenza, è solo questione di tempo prima che questioni irrisolte emergano in modo ineludibile.

Articolo tratto da We Wealth n.82. Abbonamenti qui.

Domande frequenti su Uno Schiele prigioniero: il caso di New York

Qual è stata la decisione principale della New York State Supreme Court riguardo all'opera di Schiele?

Il 23 aprile 2025, la New York State Supreme Court ha emesso una sentenza che ordina all'Art Institute of Chicago (AIC) di restituire il disegno 'Russian War Prisoner' (1916) di Egon Schiele. Questa decisione è stata presa a favore degli eredi dell'attore e collezionista ebreo austriaco Fritz Grünbaum.

Chi erano le parti coinvolte nella disputa legale sull'opera 'Russian War Prisoner' di Egon Schiele?

Le parti contrapposte nel caso erano gli eredi di Fritz Grünbaum, un attore e collezionista ebreo austriaco, e l'Art Institute of Chicago (AIC). La sentenza ha risolto la questione della proprietà dell'opera d'arte.

Qual è l'opera d'arte specifica al centro di questa importante sentenza giudiziaria?

L'opera d'arte al centro del caso è il disegno intitolato 'Russian War Prisoner', realizzato da Egon Schiele nel 1916. Questo pezzo è stato oggetto dell'ordine di restituzione da parte della corte.

Quali sono le implicazioni della sentenza della New York State Supreme Court per le istituzioni artistiche e i collezionisti?

La sentenza del 23 aprile 2025 sottolinea l'importanza della provenienza delle opere d'arte e la tutela dei diritti degli eredi, specialmente in casi di collezioni storiche. Per le istituzioni e i collezionisti, ciò implica una maggiore attenzione alla due diligence e alla verifica della storia di proprietà degli asset artistici per evitare future controversie legali.

Chi era Fritz Grünbaum e qual era il suo ruolo nella vicenda dell'opera di Schiele?

Fritz Grünbaum era un attore e collezionista ebreo austriaco, riconosciuto come il precedente proprietario del disegno 'Russian War Prisoner' di Egon Schiele. I suoi eredi hanno intrapreso l'azione legale che ha portato alla sentenza di restituzione dell'opera, riaffermando i loro diritti di proprietà sull'asset.

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di Sharon Hecker

Storica dell’arte e curatrice americana (laurea alla Yale University, dottorato alla UC Berkeley), esperta di arte italiana moderna e contemporanea. Ha collaborato con musei come la Peggy Guggenheim Collection. Ideatrice di The Hecker Standard fornisce consulenze su due diligence a collezionisti, studi legali, wealth manager e family office. Membro dell’Advisory Board, International Catalogue Raisonné Association (ICRA), Vetting Committee TEFAF NY (Committee Chair) e Maastricht, e coordina l’Expert Witness Pool della Court of Arbitration for Art (CAfA).

di Giuseppe Calabi

Senior partner dello studio legale CBM & Partners, è esperto di diritto dell’Arte ed ha partecipato ai lavori di riforma del Codice dei Beni Culturali.
È consulente legale di Consorzio Netcomm. È inoltre membro della commissione sul diritto d’autore dell’Associazione Italiana Editori (AIE) e del comitato per lo sviluppo e la tutela dell’offerta legale di opere digitali costituito dall’Agcom.

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