«L’amore è il più antico degli assassini», sottolineava Stephen King nel romanzo “Christine – La macchina infernale“, riferendosi a quel lato fosco e distruttivo del sentimento che può̀ portare alla rovina. E lo dimostrava raccontando la terribile e maledetta storia della Plymouth Fury del ’58, l’auto soprannominata appunto Christine che nell’ambito di un rapporto ossessivo e simbiotico con il suo proprietario semina orrore e morte, accanendosi contro chiunque cerchi di frapporsi tra di loro. La storia verrà ripresa, con alcune licenze, lo stesso anno del libro (1983) dal regista John Carpenter, ottenendo un successo che la consacrerà tra le più note pellicole cult del cinema horror.
Plymouth Fury, storia della “macchina infernale”
Racconta la trasformazione che subisce il giovane Arnie una volta acquistata una vecchia e malandata La Plymouth Fury del 1958 Fury, che egli stesso riporta agli antichi splendori. Ne nasce un legame esclusivo e totalizzante, che giungerà ad isolare Arnie dai genitori, dagli amici e anche dalla fidanzata, e che inciderà su di lui tanto da farlo diventare, da timido e impacciato quale era, spavaldo, aggressivo e prepotente. Christine si rivela una vera e propria famelica serial killer; si scopre che nel passato aveva mozzato una mano ad un operaio e ne aveva ucciso un altro, addirittura mentre sfilava ancora in catena di montaggio.
Il precedente proprietario, sua figlia e sua moglie erano tutti rimasti uccisi all’interno dell’auto, il primo suicida, la figlia soffocata da un panino, la moglie avvelenata dall’ossido di carbonio dei gas di scarico. E una fine atroce faranno anche i quattro bulli della città, ammazzati da Christine ad uno ad uno, dopo aver osato danneggiarla a sprangate per vendicarsi nei confronti di Arnie, artefice della loro espulsione dalla scuola poiché li aveva denunciati per un’aggressione subita.
Riesce invece a scamparla Leigh, la fidanzata di Arnie, che Christine tenterà inutilmente di soffocare come aveva fatto con la figlia del vecchio proprietario, in quanto colpevole non solo di essere l’odiata rivale nel cuore di Arnie, ma di costituire anche un pericolo per Christine stessa, in quanto responsabile in combutta con Dennis (l’amico di Arnie) del tentativo di convincere quest’ultimo a disfarsi dell’auto.
Anche Arnie resterà infine vittima della vettura maledetta, dotata invece per sé stessa dell’indecifrabile potere di autoripararsi e autorigenerarsi, insinuando il sospetto che potrà farlo all’infinito, quando alla fine del film, schiacciata ripetutamente da una ruspa e ridotta ad un cubo di metallo, sembrerà riuscire ad accennare un debole movimento, dando ancora minimi segni vitali.
Una dark lady scarlatta
Il film, oltre a rappresentare un titolo molto apprezzato dagli appassionati dei generi horror e fantascienza, costituisce anche una non troppo velata denuncia della società consumistica, denuncia ottenuta antropomorfizzando uno dei suoi più noti feticci, l’automobile, che giungerà a fagocitare il proprietario.
La smania del possesso diventa un’ossessione psicopatica, schiavizzando il povero Arnie, attraverso un misterioso, diabolico ed irresistibile potere seduttivo. Lo stesso spettatore resta vittima del fascino della “dark lady” Christine, nonostante semini ovunque panico e sangue, complice anche la strepitosa colonna sonora e la mancanza di tempi morti. Tutto ciò non sarebbe potuto accadere con una macchina qualsiasi o nemmeno con celebrate vetture di successo ma già piene di simbolismi, come ad esempio le altrettanto americanissime Ford Mustang e Thunderbird o le Chevrolet Corvette.
L’effetto demoniaco e malvagio viene invece ottenuto con la poco conosciuta e quasi dimenticata Fury, un’auto vecchia di vent’anni, con una linea che fa proprio al caso di King: estremamente aggressiva, con due coppie di fari anteriori come sopracciglia aggrottate che le conferiscono uno sguardo inquietante e minaccioso, una calandra con una griglia verticale che ricorda spaventosi denti digrignanti e due enormi pinne posteriori che evocano dorsali di squalo culminanti con fanali a proiettile.
In più, il colore: un rosso acceso fiammante, solo minimamente stemperato da un comprimario bianco avorio; era un bicolore non previsto nei listini originari, che contemplavano solo uno spento e anonimo beige, ma assolutamente azzeccato per caratterizzare una seducente, anche se malefica, creatura misteriosa. L’estetica così anni cinquanta e l’incalzante rock’n’roll sprigionato dall’autoradio evocano poi inequivocabilmente gli anni di “Happy Days” e “American graffiti”, contribuendo a suscitare attrazione ed empatia.
Una “Erinni”
Non di meno suggestiva è la denominazione di fabbrica dell’auto: Fury è infatti una delle Furie, le indiavolate creature mitologiche romane (le Erinni per i greci) che impersonificano la vendetta e che cercano di ottenerla attraverso la tortura dei malcapitati. La Fury era nata del resto sotto il segno della potenza estrema, dovendo costituire la versione più prestazionale della Plymouth Belvedere. Era una muscle-car molto aggressiva, una coupé due porte lunga più di 5 metri con profilo slanciato privo di montante centrale e lunghissimo cofano, traboccante di cromature, dotata di un potente motore V8 di oltre 5.200 c.c. e circa 300 cavalli.
Lo stile era ispirato alla concept car creata dalla Ghia di Torino che a metà degli anni cinquanta fu incaricata dalla Plymouth di immaginare un nuovo look delle vetture, che avevano perso terreno nei confronti dei competitors. Fu definita il coupé più veloce del mondo, tanto da conseguire molteplici vittorie sportive in gare per vetture di serie e si rivelò una delle Plymouth più longeve, essendo rimasta in listino, sia pure in configurazioni molto diverse, dal 1956 al 1978. Grazie soprattutto all’immagine da vera icona pop regalatale dal film, è oggi molto ricercata proprio nella versione due porte uscita nel 1957.
Quotazioni della Plymouth Fury (e la sua fama sinistra che continua a crescere)
Se un coupé di questo tipo è normalmente trattato intorno a 60/70.000 dollari, le versioni bianco-rosse replica di Christine superano spesso anche i 150.000. Quasi impossibile incappare invece in una delle Fury comparse effettivamente nel film. Dei circa venti esemplari utilizzati (peraltro alcuni ricavati modificando più comuni Plymouth Belvedere o Savoy) sembra ne siano sopravvissuti solo due o tre, uno dei quali, appartenuto inequivocabilmente alla Polar Films, sembra sia stato venduto in un’asta nel 2020 a più di 270.000 dollari.
E la leggenda viene continuamente alimentata attraverso racconti, peraltro mai concretamente documentati, di incidenti anomali e guasti misteriosi che avrebbero interessato sia le vetture utilizzate durante le riprese sia le rare superstiti poi passate di mano, contribuendo ad accrescere la fama maligna e sinistra, e così il fascino perverso, della Fury modello 1957.

