Quanti Volumi, ma questo Dadamaino è autentico?

Giuseppe Calabi
Giuseppe Calabi
15.11.2020
Tempo di lettura: 5'
Può un'eccessiva presenza sul mercato di opere ricondu­cibili a una tipologia, i Volumi di Dadamaino in questo caso, essere sintomatica di un non autentico? La risposta nel dialogo tra Sharon Hecker, storica dell'arte, e Giuseppe Calabi, avvocato



Prologo, la querelle sui Volumi di Dadamaino


Lo scorso 15 luglio il tribunale penale di Milano ha depositato le motivazioni di una sentenza in un procedimento che ha avuto molta eco sulla stampa, nel mercato dell'arte e nella comunità dei collezionisti. Il procedimento ha riguardato un elevato numero di opere d'arte riconducibili all'artista Edoarda Emilia Maino (in arte Dadamaino) (1930-2014) appartenenti alla tipologia Volumi realizzate verosimilmente tra il 1958 ed il 1960 ed ha tratto origine dalle indagini svolte dal Nucleo di Tutela del Patrimonio Culturale dei Carabinieri di Monza nel periodo 2009-2014. La denuncia che ha determinato l'avvio delle indagini aveva sottolineato l'eccessiva presenza sul mercato di opere ricondu­cibili a questa tipologia negli ultimi cinque anni della vita dell'artista (2009-2014).



Il pubblico ministero ha contestato gravi reati nei confronti di galleristi ed intermediari, di uno storico dell'arte e di esponenti dell'Archivio Dadamaino. In particolare, i reati contestati ai galleristi ed agli intermediari sono stati quelli di contraffazione di opere o di loro detenzione per farne commercio, e di truffa, con l'aggravante associativa.

Il reato contestato allo storico dell'arte (per nove anni coinvolto nelle attività dell'Archivio) è stato quello di aver fornito assicurazioni sull'autenticità di opere che - secondo la pubblica accusa - sarebbero state contraffatte. Nel corso del procedimento sono state sequestrate 99 opere della nota artista milanese.
Ma il ruolo fondamentale nel processo è stato quello dei periti: quelli dell'accusa e quelli delle difese degli imputati.

Alla fine, la "battaglia tra esperti" è stata vinta dai periti degli imputati, che sono stati tutti assolti perché il Tribunale ha ritenuto che non fosse possibile "pervenire ad un giudizio di colpevolezza nei confronti degli imputati non apparendo provata con la dovuta certezza la sicura falsità delle opere in sequestro". Ma se la sentenza è stata accolta con un sospiro di sollievo per tutti gli imputati, si può ragionevolmente concludere che l'accertamento svolto dal giudice sulla mancanza di prova circa la "sicura falsità delle opere" possa generare un affidamento su coloro che in futuro acquisteranno a qualsiasi titolo, ad esempio per successione o compravendita, la proprietà di quelle opere?



I Volumi di Dadamaino, una trama complessa


Dalla lettura della sentenza si potrebbe ricavare il cano­vaccio di un'opera teatrale con una trama piuttosto complessa. L'artista, gli eredi e gli amici dell'artista, i numerosi mercanti che hanno trattato opere dell'artista, una fondazione il cui scopo è la promozione di artisti contemporanei, il cui fondatore era stato amico dell'artista ed i cui timbri erano stati prestati ad un gal­lerista che li aveva utilizzati per dare una provenienza alle ope­re (un "pedigree" come riferiscono i testimoni esaminati).

Ed inoltre, collezionisti, commercianti ambulanti, storici dell'arte, periti, grafologi, carabinieri e, sopra tutta questa moltitudine di soggetti, i giudici del Tribunale che hanno dovuto decidere se le ipotesi accusatorie fossero o meno suffragate da prove certe. Nel corso dell'indagine è emerso che alcune opere fossero state sco­perte in depositi o, addirittura, cantine, ma risultassero prive di una provenienza documentabile. Che l'artista negli ultimi anni avesse l'abitudine di retrodatare opere e che questo fosse dimo­strato dalla circostanza che la sua firma fosse diversa a seconda dell'anno in cui l'opera era stata creata, malgrado la retrodatazio­ne: fino al '63 Dada Maino in stampatello, successivamente "Da­damaino" in corsivo. I giudici non hanno ritenuto convincente la tesi della "sospetta proliferazione" dei "Volumi" dell'artista, an­ che in base al rilievo - secondo l'ipotesi formulata da uno degli imputati - che i quadri "ben potevano, secondo una prassi in uso nell'arte contemporanea, essere stati delegati anche ad assisten­ti". Inoltre, la mancanza di una "provenienza" documentata di numerose opere, si spiegava per il fatto che le stesso fossero state conservate in luoghi privati e mai esposte.




Tuttavia, il Tribunale ha indicato che una fondamentale rilevan­za ai fini della decisione dovesse essere riconducibile alla "valu­tazione tecnica delle opere in sequestro" da parte dei periti. Le perizie dell'accusa sono state severamente criticate dai giudici milanesi. Innanzitutto, il Tribunale ha ritenuto che la comparazione tra le opere (99 o 92: apparentemente non vi sono state conclusioni univoche tra i periti nominati dal PM) ritenute false e quelle reputate autentiche dai periti si fosse limitata a tre opere, di cui solo due appartenenti alla tipologia dei Volumi.

Anche il numero, ritenuto "eccessivo", dei Volumi presenti sul mercato ri­ spetto al periodo di presunta esclusiva realizzazione degli stessi non è stato considerato un argomento persuasivo e comunque contraddetto da affermazioni della stessa consulente secondo cui la produzione dei Volumi sarebbe continuata ben dopo il 1960 e della possibilità che l'artista si avvalesse di assistenti nella crea­zione delle proprie opere. Inoltre, le valutazioni di carattere sti­listico e qualitativo derivanti dal confronto tra le opere ritenute autentiche e quelle sotto indagine sono apparse superficiali ed affrettate ed, inoltre, condotte sulla base di fotografie e non di un esame diretto delle prime. Una consulente ha inoltre dichia­rato di aver fondato il proprio giudizio unicamente su un "esame visivo dei materiali" senza alcun riferimento alla "storia dell'ar­tista", per la quale la perita ha dichiarato il proprio disinteresse. Anche la tesi dell'accusa secondo la quale le opere sequestrate sarebbero state artificialmente "invecchiate" è stata smontata dai periti delle difese in base all'analisi dei materiali di rapida deperi­bilità utilizzati dall'artista.




Senza entrare nel merito di questa "battaglia tra periti" e delle conclusioni della sentenza, ritengo che questo caso non abbia reso "giustizia" all'artista ed alla sua opera e, verosimilmente, potrà condizionare negativamente, almeno nel breve periodo, le scelte dei collezionisti interessati a Dadamaino. In realtà, non dovrebbe essere compito del giudice dichiarare l'autenticità o meno di un'opera, anche se in un caso come questo è inevitabile al fine di affermare o negare un giudizio di colpevolezza rispet­to ad un'ipotesi di reato. Questo caso conferma che il giudizio sull'opera di un'artista e sull'autenticità dovrebbe essere affidato alla comunità degli studiosi ed in particolare di quelli specializ­zati nell'opera di un'artista.












L'armoniosa pace del consenso


Quali lezioni possiamo imparare da questo caso? Per gli artisti, questo è un promemoria di quanto sia importante creare testimo­nianze dirette e documentazione durante la loro vita, in modo che la confusione nel nostro caso di "ha fatto o non ha fatto?" possa es­sere evitata. Queste includono registrazioni dettagliate delle vendite, così come descrizioni di prima mano dei materiali, delle tecniche e dei processi dell'artista. Una modalità brillante di documentazione è stata creata dalla Collezione Menil e la Whitney Museum, attraver­so The Artists Documentation Program. Si tratta di interviste online con artisti come Jasper Johns, Cy Twombly, Frank Stella e Doris Sal­cedo, per conoscere le loro tecniche di lavoro e i loro materiali e per imparare, tra le altre cose, quali sono gli atteggiamenti degli artisti nei confronti della conservazione delle loro opere dopo la morte.



Per i collezionisti, le lezioni sono in qualche modo diverse, e si ridu­cono a chi ci si deve affidare per determinare l'autenticità di un'opera. Prima di effettuare un acquisto, i collezionisti devono effettuare un'adeguata due diligence, procedendo dalla posizione prudente di esaminare la natura delle prove che giustificano l'autenticità dell'opera. Il collezionista dovrebbe consultare numerosi esperti prima di procedere e cercare il consenso tra di loro. I collezionisti non dovrebbero mai fare affidamento su dichiarazioni che non siano supportate da prove, o solo sulle parole riportate dall'esperto di una fondazione. Infine, i collezionisti potrebbero chiedere agli esperti re­lazioni di analisi scientifiche, che descrivano i materiali e le tecniche, per accompagnare la vendita delle opere.




Le fondazioni di artisti, da parte loro, devono diventare più consa­pevoli del fatto che emettere un parere sull'autenticità senza fornire prove può portare a problemi. Inoltre, affidarsi a un solo esperto per sostenere le rivendicazioni di autenticità può essere problematico. Dato che possono sorgere dubbi, sarebbe necessario più di un pare­re, dall'interno e dall'esterno della fondazione. Inoltre, le fondazioni possono prendere in considerazione la possibilità di chiedere il pa­rere a più di una tipologia di specialisti, come gli esperti scientifici in materia di materiali e tecniche.

Da quanto sopra, possiamo vedere quanto possa essere confuso un caso del genere per un avvocato o un giudice, che per formazione ed esperienza non ha familiarità con i termini e le pratiche storiche e scientifiche dell'arte che determinano l'autenticità. Alla legge può sembrare una "battaglia di esperti" con opinioni contrastanti. Ma uno storico dell'arte sa che la pratica preferita è che diversi esperti arrivino ad un consenso sull'autenticità. Per andare oltre le posizio­ni opposte in un caso giudiziario, può essere necessario un coor­dinatore speciale per spiegare le diverse specialità degli esperti e le loro conclusioni. Un coordinatore potrebbe garantire che la ricerca sia condotta in modo rigoroso e approfondito, potrebbe mostrare come le opinioni degli esperti si riflettono l'una sull'altra, e potreb­be assicurare che non vengano tralasciate parti salienti delle prove, come sembra essere accaduto in questo caso.

Nella mia esperienza di coordinatrice del pool di esperti per la nuova Corte arbitrale per l'arte (Cafa) nell'Aia, gli specialisti della ricerca sulle provenienze lavoreranno insieme a specialisti in scienze della conservazione, e un technical process advisor (Tpa) che ha una visione a 360 gradi del caso e coordinerà i tipi di informazioni, coinvolgendo specialisti esterni sull'artista. Il Tpa spiegherà questo materiale complesso in modo che i giuristi possano capire. Nel caso Dadamaino, l'assenza di tale coordinamento ha portato uno dei periti esperti a condurre un "esame visivo dei materiali" senza fare riferimento alla "storia dell'artista" e ad affidarsi a fotografie invece che all'esame diretto di un'ampia campionatura di opere create in vita.

In definitiva, una decisione giudiziaria non rende un'opera d'arte né autentica né fal­sa. Un giudice che assolve una parte non si esprime sull'autenticità dell'opera, ma decide, in base alla qualità delle prove portate in tri­bunale, se questa sia sufficiente o meno a dimostrare la falsificazio­ne. In assenza di una testimonianza dell'artista, non sempre si può sapere con certezza se un'opera è autentica o meno, cosa che né la legge né il merca.to sembrano disposti a riconoscere.



quanti-volumi-questo-dadamaino-autentico_6
Della serie "Volumi": Volume, Dadamaino, 1958
Opinione personale dell’autore
Il presente articolo costituisce e riflette un’opinione e una valutazione personale esclusiva del suo Autore; esso non sostituisce e non si può ritenere equiparabile in alcun modo a una consulenza professionale sul tema oggetto dell'articolo. WeWealth esercita sugli articoli presenti sul Sito un controllo esclusivamente formale; pertanto, WeWealth non garantisce in alcun modo la loro veridicità e/o accuratezza, e non potrà in alcun modo essere ritenuta responsabile delle opinioni e/o dei contenuti espressi negli articoli dagli Autori e/o delle conseguenze che potrebbero derivare dall’osservare le indicazioni ivi rappresentate.
Senior partner dello studio legale CBM & Partners, è esperto di diritto dell’Arte ed ha partecipato ai lavori di riforma del Codice dei Beni Culturali.
È consulente legale di Consorzio Netcomm. È inoltre membro della commissione sul diritto d’autore dell’Associazione Italiana Editori (AIE) e del comitato per lo sviluppo e la tutela dell’offerta legale di opere digitali costituito dall’Agcom.

Cosa vorresti fare?

X
I Cookies aiutano a migliorare l'esperienza sul sito.
Utilizzando il nostro sito, accetti le condizioni.
Consenti