Gli indici azionari in disequilibrio da covid? Una riflessione

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Il repentino e “inspiegabile” crollo degli indici azionari tecnologici di inizio mese non può essere paragonato alla “internet bubble” (dotcom bubble) del 2000. Ecco perché

Nella prima settimana di settembre il Nasdaq ha perso il 10%, apparentemente senza motivo. Marzotto Sim ritiene che ci sia troppo squilibrio all’interno degli indici. Da inizio 2020, il Nasdaq ha guadagnato il 24% (34% fino al 2/9/2020), e l’S&P il 5%. All’interno dei tecnologici Usa le aziende più performanti sono posizionate molto bene. Il punto è che scontano crescite molto importanti come del resto sta avvenendo dal 2016 in poi. Tra i peggiori performer la maggiore parte degli indici che ha poca tecnologia nell’indice stesso. I paesi emergenti come Messico e Brasile, ad una performance già negativa dell’indice hanno aggiunto anche valuta, amplificando così il ritorno negativo. L’Eurozona dopo un interessante rimbalzo dai minimi di marzo è inserita in una prolungata fase di consolidamento dalla quale, tranne il Dax, ha al momento difficoltà ad uscire.
Che prospettive hanno gli indici da adesso in poi? Per quelli “ipercomprati” come il Nasdaq è lecito ipotizzare almeno una fase di consolidamento. Per gli altri, a meno di una rotazione settoriale, è difficile che salgano se la tecnologia dovesse fermarsi.

L’S&P500 è composto da 158 industrie e permette un dettaglio più elevato. Tra i best performer figurano tecnologia, oro e home entertainment. Tra i peggiori, tutto ciò più colpito dal covid e dal lockdown: linee aeree, hotel, grande distribuzione non alimentare, petrolio.

La performance dei principali settori dell’EuroStoxx è al contrario abbastanza deprimente, ed evidenzia un’area geografica che ha poche spinte di crescita anche in assenza di un evento negativo come il covid. Se si escludono la tecnologia e in misura minore chimici e utilities, tutti gli altri settori hanno da inizio anno saldo negativo.

Nei prossimi mesi bisognerà guardare a tre fattori. Uno, la liquidità. È elevata e resterà elevata (vedere alla voce Fed). Questa variabile rimane molto positiva per i rischi asset. Due, la crescita. I mesi estivi indicano un sensibile miglioramento rispetto ai mesi primaverili, ma per diverse attività economiche si è lontani dai livelli pre-crisi. Questa variabile rimane negativa, sebbene con un’intensità inferiore ai mesi scorsi. Tre, il vaccino. È questo l’unico fattore che può riportare in tempi brevi alle attività di consumo e comportamenti pre-covid. Questa variabile finora ha impattato positivamente sugli indici azionari.

Gli indici sono su livelli elevati, perché due variabili su tre sono positive. Il possibile arrivo di un vaccino sul mercato attenua l’impatto negativo della decrescita economica, ma la liquidità è tanta e facilita molti contesti. È altresì spiegabile un andamento anche sensibilmente diverso tra settori e industrie, perché in alcuni casi (tecnologia) il covid ha accelerato alcuni processi (5G, telemedicina, virtualizzazione e digitalizzazione) in altri ha messo a rischio la sopravvivenza stessa delle attività (crociere, linee aeree, centri commerciali).

Gli esperti di Marzotto evidenziano che il profilo di rischio da adottare è legato alle aspettative sul vaccino. Permangono tuttavia settori e industrie che, a prescindere dal vaccino, presentano un profilo rischio – rendimento interessante. Quali sono? Il settore sanitario, le utilities, la mobilità semi-regolamentata, consumer staples. Al contrario all’interno degli indici ci sono delle divergenze che forse avevamo visto con una simile intensità solo nella bolla tech del 2000. Allora nondimeno le cose erano diverse: la “old economy” non era così old, il tech era una promessa. Attualmente è quasi impossibile ipotizzare un mercato come fu nel 2000 tra marzo e settembre (crollo del tech e rimbalzo dei settori tradizionali). Ma è possibile ipotizzare un maggiore equilibrio.

di Teresa Scarale

Caporedattore Pleasure Asset. Giornalista professionista, è laureata in Discipline Economiche e Sociali presso l’Università Bocconi di Milano. Scrive di finanza, economia, mercati dell’arte e del lusso. In We Wealth dalla fondazione. Collabora con Il Sole 24 Ore e Plus 24.

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