Imprese a controllo femminile: perché (e come) crescono di più

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Una ricerca di Sda Bocconi, Lazard e Linklaters mostra come le imprese a controllo femminile godono di una governance migliore, crescono di più e sono meno indebitate. Ma non solo

Indice

La quota detenuta da donne nei gruppi industriali italiani con un fatturato superiore ai 100 milioni di euro risulta pari al 27,1%. E potrebbe raggiungere il 44,5% nel 2040

Parzani, Borsa Italiana: “Se le previsioni saranno confermate, avremo un arricchimento del sistema grazie a modelli di governance più aperti e collaborativi”

Le grandi imprese a controllo femminile crescono di più e sono meno indebitate; vantano un maggior numero di aziende controllate all’estero e una governance mediamente migliore rispetto a quelle a proprietà esclusivamente maschile. Sono solo alcuni dei risultati della ricerca L’ownership al femminile – Verso la parità di genere nel controllo delle grandi imprese italiane condotta da Sda Bocconi Corporate governance lab, Lazard e Linklaters e coordinata da Alessandro Minichilli. Un’indagine che ha coinvolto un campione di 1.094 imprese familiari italiane non quotate con un fatturato superiore ai 100 milioni di euro e 221 quotate, sia sul mercato Euronext che su Euronext Growth, in un periodo di 15 anni tra il 2005 e il 2020.

“Possiamo dire oggi con certezza che il 27,1% della proprietà nelle imprese e nei gruppi familiari non quotati sia in mano alle donne. Un dato che si confronta con il 21% del 2005”, dichiara in apertura dell’evento di presentazione dello studio Minichilli, professore ordinario dell’Università Bocconi e direttore del Corporate governance lab di Sda Bocconi. “Diverso il caso delle società quotate, dove la presenza femminile nel capitale scivola dal 21,9% del 2005 al 20,4% del 2020”. Ma le previsioni sul lungo termine restano ottimistiche. Tenendo conto di tali dati storici, assumendo che le disparità di genere siano ormai superate all’interno della cultura d’impresa e che il dibattito sulla diversity favorirà sempre più assunzioni paritetiche, si stima che le donne deterranno mediamente il 37,1% del capitale delle imprese considerate nel 2030 e il 44,5% nel 2040

Parzani: “Modelli di governance più collaborativi”

“Se le previsioni relative all’evoluzione della proprietà femminile emerse dalla ricerca saranno confermate”, interviene Claudia Parzani, partner di Linklaters e presidente Borsa Italiana, “avremo un arricchimento del sistema grazie a modelli di governance più aperti e collaborativi, eterogeneità delle competenze e rinnovati stili di leadership”. Le imprese guidate da donne, infatti, godono di caratteristiche particolari. Innanzitutto, spiega Minichilli, la proprietà a maggioranza femminile è “un chiarissimo driver di scelta per le posizioni apicali”: si passa infatti dal 10% di amministratrici delegate nelle imprese a proprietà totalmente maschile al 41% nelle imprese in cui la quota di proprietà femminile supera il 50%. “Inoltre, è più probabile che prediligano amministratori delegati esterni alla famiglia, che passano dal 30,3% nelle imprese a controllo maschile al 37,8% in quelle a controllo femminile”, continua l’esperto.

Più donne, più crescita, migliore governance

In questo scenario, come anticipato in apertura, le imprese a controllo femminile godono di una governance mediamente migliore rispetto a quelle a proprietà esclusivamente maschile. Nel dettaglio, l’indice di corporate governance (che misura la qualità dell’assetto di vertice delle imprese) risulta più elevato quando le donne sono azioniste di controllo (2,56 contro 2,32 per una differenza del 10%). Senza dimenticare che crescono di più e sono meno indebitate. Si parla di una differenza dell’1,6-1,8% in termini di tasso di crescita annuale composto (Cagr) tra il 2012 e il 2019.

“Abbiamo poi tentato di stabilire una relazione tra la proprietà femminile e l’orientamento a effettuare operazioni di fusione e acquisizione”, continua Minichilli. Anche se le operazioni che portano a termine sono numericamente inferiori, si tratta di deal dal valore più elevato: il valore medio nel caso delle imprese a controllo femminile risulta pari infatti a 57,254 euro a fronte dei 23,106 euro nel caso delle imprese a controllo maschile. Infine, i gruppi a proprietà femminile hanno più partecipate all’estero e tendono a localizzarsi maggiormente in paesi meno attrattivi per gli uomini, come America Latina, Africa e Oceania.

Verona: “Nuovi meccanismi per un equilibrio di genere”

“La riflessione, guardando i dati, è disarmante”, commenta Gianmario Verona, rettore dell’Università Bocconi. “Sono tuttavia promettenti sia la dinamica evolutiva sia le implicazioni strategiche”. Il dato di fatto, conclude Verona, è che esiste un soffitto di cristallo. “Per romperlo, bisogna sforzarsi. A volte ci sono meccanismi top-down, come le quote rosa, che aiutano. Ma in molti casi questi meccanismi non bastano. Bisogna introdurne di nuovi che consentano di valorizzare quell’equilibrio di genere che possa rendere il mondo un posto migliore”. “In 20 anni raggiungeremo poco meno della metà della proprietà femminile sul capitale di queste imprese”, interviene in chiusura Andrea Arosio, managing partner Italia di Linklaters. “È chiaro che questo dato di per sé non risolverà il problema delle pari opportunità, ma può essere un acceleratore nel momento in cui una maggiore presenza femminile possa contribuire a generare quel cambiamento culturale che porti a una maggiore parità. Una parità che guardi alle nuove generazioni, molto più pronte e avanti di noi su queste tematiche e molto più scevre di bias”.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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