Il grande passaggio generazionale non è solo una questione di eredità
Nei prossimi due o tre decenni circa 83 mila miliardi di dollari passeranno da una generazione alla successiva, ma questo passaggio di ricchezze, noto come “great wealth transfer” è ormai già concretamente in atto. Ma questo grande passaggio generazionale non è solo una questione di eredità: il punto non è solo quanto capitale cambierà intestatario, è come questo avverrà, con quali strumenti, quali responsabilità e quali possibili tensioni familiari. Il recente report di UBS dedicato alla “next gen” mostra che la nuova generazione interpreta l’eredità sempre meno come un semplice trasferimento di asset. Il 41% degli intervistati associa infatti il wealth transfer soprattutto a un passaggio di responsabilità, mentre il 38% lo collega alla scomparsa di un familiare. La differenza è minima, ma significativa: nelle famiglie più mature il tema si sposta progressivamente dall’evento successorio alla gestione consapevole del patrimonio.
Un cambiamento di prospettiva
Questo cambio di prospettiva è visibile anche nel percorso pratico. Solo il 6% delle famiglie non ha ancora iniziato a occuparsi del passaggio generazionale; il 17% sta appena cominciando a pensarci, l’11% pianifica con la famiglia, il 14% con consulenti, mentre il 33% è già nel processo di trasferimento. In altre parole, per molte famiglie il passaggio non è futuro: è già operativo, anche se spesso procede per gradi.
La nuova generazione coinvolta dal report è globale e articolata. Il 49% dei rispondenti viene dall’Europa, il 19% dal Nord America, il 16% dall’America Latina, l’11% dall’Asia-Pacifico e il 5% da Medio Oriente e Africa. Non è una categoria definita solo dall’età, ma dal ruolo: sono gli eredi, i futuri decisori, spesso già attivi nel business familiare, nel family office o nella gestione degli investimenti.
Tech e IA fra le sfide più urgenti
Le loro priorità raccontano molto del mondo in cui si preparano a governare la ricchezza ricevuta in eredità con il passaggio generazionale. Il 62% indica tecnologia e intelligenza artificiale tra le sfide sociali più urgenti per la propria generazione; il 49% cita povertà e disuguaglianza; il 41% l’educazione; il 38% il cambiamento climatico. Il capitale, quindi, non è percepito solo come patrimonio da conservare, ma come leva da indirizzare.
Parlare di eredità, la questione più delicata del passaggio generazionale
Il nodo più delicato resta la comunicazione. Il 44% degli intervistati ha iniziato a discutere di ricchezza in età adulta, il 37% durante l’adolescenza e solo il 17% da bambino. Eppure il 56% ritiene che i genitori dovrebbero parlarne prima: il 40% nell’adolescenza e il 16% già nell’infanzia. Non per caricare i figli di responsabilità premature, ma per evitare che aspettative e ruoli restino impliciti.
Il dato è importante perché molte tensioni nascono proprio dal non detto. Il 41% dichiara di non aver sperimentato conflitti rilevanti nel percorso successorio, ma quando i problemi emergono, il 33% li attribuisce a difficoltà di comunicazione, il 27% a divergenze su stile di vita, spesa o etica del lavoro, il 24% a diverse interpretazioni di equità e uguaglianza. È qui che i numeri diventano una diagnosi: il problema non è soltanto patrimoniale, è relazionale.
Anche la trasparenza è parziale. Il 48% della nuova generazione afferma di comprendere tutti gli aspetti della ricchezza familiare e il 30% dice di conoscere bene alcune aree specifiche. Tuttavia, conoscere “i numeri” non basta. Molti eredi vogliono capire perché il patrimonio sia stato strutturato in un certo modo, quali obiettivi persegua e quali valori debba riflettere.
Sul piano organizzativo, il report mostra un divario tra strumenti formali e vera governance. Sei famiglie su dieci hanno un testamento e circa la metà dispone di strutture legali e fiscali di successione. Ma meno di un quarto ha governance formalizzata, ruoli definiti, costituzioni familiari o protocolli di comunicazione. È un punto cruciale: la pianificazione tecnica esiste più spesso della pianificazione relazionale.
A quale professionista chiedere supporto?
Quando si tratta di supporto, la nuova generazione non si affida a un solo interlocutore. Il 27% considera i pari la principale fonte di consiglio nelle decisioni successorie; il 21% si rivolge al wealth manager; il 16% al fiscalista; il 14% all’avvocato; il 13% al family officer. Il dato sui pari è forse il più interessante: per gli eredi, confrontarsi con chi vive dinamiche simili vale quasi quanto la consulenza professionale.
Questo non significa che il wealth manager perda centralità. Anzi, il 79% degli intervistati indica esperienza e competenza tra le qualità fondamentali di un consulente; il 56% cerca una relazione stretta con sé o con i genitori; il 41% vuole una comprensione profonda dei bisogni della nuova generazione. Ma il servizio finanziario puro non basta più: il 78% attribuisce grande valore alle opportunità di networking, il 56% alla consulenza legale e fiscale, il 29% alla formazione.
Anche la gestione degli investimenti riflette questa evoluzione. Il 37% delle famiglie opera tramite single family office, il 29% attraverso wealth manager o private bank, mentre il 27% della nuova generazione gestisce direttamente almeno una parte del patrimonio. Nelle famiglie di quarta generazione, il ricorso al single family office sale addirittura al 75%, segno che con il passare delle generazioni la ricchezza tende a istituzionalizzarsi.
Asset e nuovi valori
Quanto agli asset, la continuità prevale sulla rottura. Il 79% investe soprattutto in singole azioni e obbligazioni, il 51% in fondi passivi, il 46% in immobili, il 25% in private markets e il 22% in investimenti diretti. Le criptovalute restano marginali, all’11%. La nuova generazione, dunque, non sembra voler smontare l’impianto tradizionale dei portafogli, ma ampliarlo con maggiore selettività.
Più forte è invece l’interesse per sostenibilità e impatto. Quasi metà degli intervistati è già investita o vuole approfondire questi temi. Qui il dato va letto bene: non siamo davanti a una sostituzione della logica finanziaria con quella filantropica, ma a un tentativo di usare più leve insieme — rendimento, impatto, responsabilità, continuità familiare.
Il passaggio generazionale, in definitiva, non sarà deciso solo dai documenti successori o dalle strutture fiscali. Quelli restano necessari. Ma i numeri del report UBS mostrano che il vero banco di prova sarà la capacità delle famiglie di trasformare la ricchezza in un progetto condiviso. Senza questo passaggio, anche il patrimonio meglio strutturato rischia di restare tecnicamente efficiente ma umanamente fragile.

