Sussidi fossili nel mirino: il piano dell’Italia per ridurli. Cosa cambia

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Una lampadina con una piccola pianta verde al suo interno è appoggiata su un terreno muschioso, circondata da icone digitali che rappresentano l'energia rinnovabile e la sostenibilità, su uno sfondo naturale verde sfocato. Il riferimento va all’Italia che punta a tagliare miliardi di sussidi fossili entro il 2025.

L’Italia punta a tagliare almeno 2 miliardi di sussidi ambientalmente dannosi entro il 2025. Ecco cosa prevede il piano e quali conseguenze può avere su imprese e famiglie

Indice

I sussidi fossili sono tornati al centro del dibattito politico e ambientale. L’Italia, come altri Paesi europei, si è impegnata a ridurli per sostenere la transizione ecologica, ma il percorso è complesso e carico di implicazioni sociali, fiscali e industriali.

La sostenibilità ambientale tra costi dell’energia e crisi geopolitiche

Negli ultimi anni, l’attuazione di politiche volte a raggiungere una “diffusa” sostenibilità ambientale è diventata centrale nel dibattito pubblico, specie in relazione ai crescenti costi dell’energia, ulteriormente aggravati dalle crisi geopolitiche in atto, e all’urgenza della transizione ecologica.

Cosa sono i sussidi ambientalmente dannosi (Sad)

In tale contesto, una delle questioni più rilevanti e controverse riguarda i cosiddetti sussidi ambientalmente dannosi (Sad), ovvero misure fiscali e parafiscali che, pur essendo state storicamente introdotte con finalità economiche o di sostegno settoriale, stridono oggi rispetto agli obiettivi di decarbonizzazione e tutela dell’ambiente.

Molti di questi sono riconducibili a sussidi fossili, cioè agevolazioni che incentivano direttamente o indirettamente l’uso di combustibili di origine fossile.

Se non altro perché tra le misure classificate come Sad dal ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica rientrano, a titolo esemplificativo, l’esenzione o la riduzione delle accise sul gasolio utilizzato nei settori dell’autotrasporto e dell’agricoltura, gli incentivi ai combustibili fossili impiegati nel trasporto marittimo e aereo, nonché specifici regimi agevolativi riconosciuti alle imprese ad alto consumo energetico (energivore) e all’impiego di fertilizzanti e pesticidi di sintesi, frequentemente connessi a pratiche agricole ad elevato impatto ambientale.

Sad diretti e indiretti: perché ostacolano la transizione ecologica

Si tratta di sussidi “diretti”, quando incidono esplicitamente sui prezzi di mercato mediante trasferimenti o riduzioni tariffarie, o “indiretti”, quando si concretizzano in agevolazioni fiscali che, pur non alterando direttamente i prezzi, influenzano in modo significativo le decisioni di consumo e produzione, generando esternalità negative sul piano ambientale.

Aiuti che, aldilà di questa distinzione, possono creare un potenziale pregiudizio alla transizione ecologica in quanto alterano i segnali di prezzo del mercato dell’energia e delle risorse ambientali, mantenendo artificialmente competitivo l’utilizzo di fonti fossili e tecnologie ad alto impatto ambientale.

Una riforma necessaria: verso l’eliminazione dei Sad

Alla luce di tali criticità, e in considerazione dell’urgenza di allineare il sistema fiscale agli obiettivi climatici e ambientali condivisi a livello europeo ed internazionale, si rende necessaria una progressiva revisione dei Sad, con l’obiettivo di correggere le distorsioni che essi generano nei mercati energetici e ambientali e favorire una transizione giusta verso modelli di produzione e consumo più sostenibili.

Il Dm Ambiente 14 maggio 2025: un primo passo concreto

In questa prospettiva, il legislatore ha recentemente avviato un processo graduale di riduzione strutturale dei sussidi ambientalmente dannosi, che ha trovato una prima e concreta attuazione con il Dm Ambiente del 14 maggio 2025.
Quest’ultimo, in attuazione della riforma delle accise (articolo 3, Dlgs 43/2025), ha riallineato le accise sui carburanti, da sempre uno dei principali strumenti di incentivazione indiretta all’uso di fonti fossili.

Più precisamente è stato definito un primo adeguamento delle aliquote di accisa, riducendo di 1,5 centesimi di euro per litro l’accisa sulla benzina – ora pari a 713,40 euro per mille litri – e incrementando in egual misura quella sul gasolio, portandola a 632,40 euro per mille litri.

Fine delle agevolazioni sul gasolio: una misura simbolica ma importante

Si tratta di una misura simbolica ma significativa, che inverte la tradizionale asimmetria di trattamento fiscale tra i due carburanti, il cui differenziale – storicamente giustificato da esigenze economiche e di settore – è oggi privo di collegamenti con la tutela ambientale in quanto il gasolio determina un impatto ambientale più elevato in termini di emissioni di particolato e ossidi di azoto.

Il paradosso della riforma: sostenibilità vs impatto sociale

Questo intervento, se da un lato apre la strada a una prima revisione dei sussidi ambientalmente dannosi (Sad), dall’altro rende evidente un paradosso strutturale: l’urgenza di riallineare la fiscalità ambientale agli obiettivi climatici si scontra con l’impatto regressivo che la loro eliminazione – anche se attuata in modo graduale – può generare su imprese e famiglie, in particolare in un contesto in cui i sussidi fossili continuano a rappresentare una quota significativa del sostegno ai consumi energetici tradizionali e quindi in particolare su famiglie economicamente più vulnerabili o maggiormente esposte alla dipendenza da fonti fossili.

È proprio in questa tensione che si manifesta uno dei principali nodi critici della transizione ecologica: la difficoltà di coniugare efficienza ambientale, equità sociale e sostenibilità economica nel processo di riforma dei regimi fiscali.

I rischi economici legati all’eliminazione dei sussidi ambientalmente dannosi

In tale prospettiva, la soppressione – anche soltanto parziale o graduale – dei sussidi ambientali dannosi comporta il rischio concreto di aumenti generalizzati nei costi di produzione e trasporto, con effetti a catena sull’intero sistema dei prezzi e, dunque, sul potere d’acquisto delle famiglie.

Gli obiettivi italiani ed europei: tagli per 5,5 miliardi entro il 2030

Nonostante la portata ancora parecchio contenuta degli interventi finora effettuati sui sussidi, l’attuale assetto normativo definisce linee di riforma di più ampio respiro.
In linea, infatti, con gli impegni assunti a livello europeo e internazionale, il nostro Paese è chiamato a eliminare almeno 2 miliardi di euro di Sad entro dicembre 2025, e a predisporre – entro il medesimo orizzonte temporale – un piano per la dismissione progressiva di ulteriori 3,5 miliardi di sussidi entro il 2030, come previsto dal Piano strutturale di bilancio di medio termine.
Riforma giusta e inclusiva: misure di accompagnamento necessarie

Tale obiettivo non potrà essere conseguito senza l’introduzione di strumenti di accompagnamento e riconversione, proprio per mitigare quegli effetti nocivi che la graduale abrogazione dei sussidi potrebbe creare su interi settori produttivi e sulle fasce più deboli.

In questa prospettiva, affinché l’eliminazione graduale dei Sad non generi effetti regressivi o squilibri socio-economici, sarà fondamentale affiancare la riforma con misure strutturali e “ad ampio raggio”, che includano:

  • interventi di riconversione tecnologica, attraverso incentivi mirati all’adozione di tecnologie pulite e a basse emissioni;
  • trasferimenti compensativi o sgravi fiscali, destinati alle categorie economiche e sociali più vulnerabili;
  • misure di contrasto alla povertà energetica;
  • una riforma complessiva della fiscalità, ispirata ai principi della fiscalità ecologica e della neutralità redistributiva, in grado di riallineare gli incentivi economici agli obiettivi di decarbonizzazione, senza compromettere la coesione sociale.

Conclusione: una transizione ecologica equa è possibile

Soltanto in tal modo sarà possibile assicurare che la transizione ecologica non diventi un fattore di esclusione o disuguaglianza, ma, al contrario e come dovrebbe essere, un’occasione di riequilibrio economico-sociale.

di Marco Allena

Preside della Facoltà di Economia e Giurisprudenza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e professore ordinario di Diritto tributario. È membro di consigli di amministrazione e collegi sindacali di società di capitali.

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