Scritto in collaborazione con la dr.ssa Arianna Ilari
Il caso del dipinto di San Francesco d’Assisi rubato in Messico, tra collaborazione e restituzione
Uno strumento decisivo per contrastare le falsificazioni, le false attribuzioni e/o le false ricostruzioni di provenienza sono le piattaforme digitali nazionali e internazionali, vere e proprie reti investigative; un esempio recente mostra con chiarezza quanto esse possano essere efficaci.
Proprio grazie all’uso di tecnologie avanzate si è infatti arrivati alla restituzione di un dipinto del XVIII secolo raffigurante San Francesco d’Assisi; l’opera era stata trafugata nel 2001, insieme ad altri 18 beni, dalla Chiesa di San Francisco de Asís a Teotihuacán, in Messico.
Subito dopo il furto, i funzionari ecclesiastici avevano inserito la segnalazione della “scomparsa” del quadro nei registri dell’Interpol e nell’Art Loss Register, la più grande banca dati privata al mondo dedicata alle opere rubate, con oltre 700 mila oggetti censiti. Un archivio che oggi rappresenta uno strumento essenziale per chiunque voglia vendere o acquistare arte, accertandosi preliminarmente delle condizioni di legittimità e della corretta provenienza del bene oggetto di transazione.
Ed è stato proprio grazie a questi controlli che, nel 2018, la casa d’aste Morton Subastas di Città del Messico ha scoperto che il dipinto che era stata incaricata di vendere era stato rubato: seguendo una procedura standard di due diligence, l’intermediaria aveva infatti inviato il catalogo all’Art Loss Register, il quale aveva immediatamente individuato l’opera come bene sottratto illegalmente. Una scoperta in netta antitesi con le informazioni fornite dal mandante, che sosteneva invece l’origine texana del dipinto.
L’asta è stata immediatamente bloccata e l’Art Loss Register ha trasmesso tutta la documentazione alle autorità competenti. Ne è seguito un contenzioso durato otto anni, mentre l’opera restava sotto sequestro della polizia. Solo all’inizio del 2025 è arrivato il via libera: San Francesco è potuto tornare, finalmente, nel luogo da cui era sparito più di vent’anni prima.
Una vicenda che si inserisce in un più ampio movimento politico e culturale: dal 2018 il governo messicano, sotto la presidenza di Andrés Manuel López Obrador, porta avanti una campagna internazionale per il rimpatrio dei beni culturali, riassunta nell’hashtag #MiPatrimonioNoSeVende.
La provenance research nelle opere d’arte
Il caso di Teotihuacán riaccende il dibattito sul ruolo degli operatori del mercato dell’arte. Oggi le case d’asta non sono più semplici intermediari, ma sono tenuti all’osservanza di adempimenti imprescindibili per l’accertamento della legittima provenienza dell’opera. Ciò mediante una corretta procedura di due diligence.
La vicenda gestita da Morton Subastas è un esempio di come questo sistema dovrebbe funzionare. L’invio preventivo del catalogo all’Art Loss Register, le verifiche documentali e l’attenzione alle anomalie nella catena di proprietà hanno permesso di individuare l’irregolarità prima che l’opera entrasse di nuovo in circolazione. È un modello virtuoso a tutela sia degli acquirenti, sia degli stessi venditori.
La ricerca di provenienza, ormai consolidata a livello internazionale, è sostenuta da normative come la Convenzione UNIDROIT del 1995, che impone all’acquirente l’obbligo di dimostrare la propria diligenza, soprattutto quando l’origine dell’opera è poco limpida. È un cambiamento epocale, nato anche come risposta a famosi scandali: a titolo esemplificativo, ricordiamo la coppia del falso (composta da John Myatt – artista britannico, convinto da John Drewe, suo cliente, a creare e vendere falsi, nella seconda metà degli anni ‘80) fino al caso eclatante della Knoedler Gallery, primaria e rinomata galleria newyorkese, al centro di uno scandalo esploso nel 2011, per aver venduto a primari collezionisti circa 70 milioni di dollari di quadri falsi di pittori dell’Espressionismo astratto, fra cuiMotherwell, Pollock e Rothko.
La digitalizzazione ha amplificato l’importanza e l’impatto delle ricerche di provenienza; in tale modo, questa tecnologia sta diventando un alleato decisivo per l’arte. I database internazionali, dall’Art Loss Register ai registri Interpol, creano una solida rete di informazioni che, tramite l’incrocio delle immagini digitalizzate e l’uso dell’intelligenza artificiale, stanno cambiando profondamente l’ambito delle ricerche di provenienza. D’altronde, giova ricordare che la qualità della ricerca può influenzare profondamente il valore di mercato di un bene.
E l’Europa si sta muovendo in questa direzione con la Raccomandazione della Commissione del 2021 per la creazione del Common European Data Space for Cultural Heritage, un grande hub di dati sulla provenienza, che dovrebbe essere reso operativo entro il 2030.
Conclusioni
Ma le nuove tecnologie portano anche nuove sfide: armonizzazione dei dati, privacy, rischi di errori e, soprattutto, la consapevolezza che, per quanto avanzati, gli strumenti digitali non possono sostituire né “lo sguardo umano”, né la volontà degli operatori di agire in modo trasparente.
La restituzione del dipinto di Teotihuacán dimostra quanto la tutela delle opere d’arte oggi dipenda anche dalla qualità delle indagini sulla provenienza e dall’impegno del mercato a seguire standard rigorosi. La digitalizzazione rende tutto più veloce ed efficace, ma non elimina le zone d’ombra in cui il traffico illecito prospera.
Resta quindi aperta la domanda cruciale: il mercato dell’arte è davvero pronto a trattare la provenienza come il punto focale della vera identità di un’opera e non come un mero dettaglio?

